Tutti i paesi possono raggiungere 60.000 euro di Pil pro capite entro il 2100 senza che si superino i 2°C

È possibile conciliare un benessere diffuso a livello mondiale e anche una netta giustizia sociale (sempre su scala globale) con la sopravvivenza biologica del pianeta? Ancora più nel dettaglio e aggiungendo un paio di particolari: è possibile che tutti i paesi del mondo raggiungano lo stesso livello di benessere, fissato a una quota di Pil pro capite di 60.000 euro entro il 2100 (a parità di potere d’acquisto rispetto al 2025), senza superare il limite critico di 2°C di riscaldamento globale? La risposta a cui sono giunti fior di economisti attivi in diverse università sparse per il mondo è che sì, è possibile. A condizione, ovviamente, di rivedere gli attuali sistemi di produzione e consumo.
L’iniziativa è del gruppo “World inequality” gruppo di cui fanno parte esperti di varie materie che già a fine 2025 avevano diffuso un report da cui emergeva che lo 0,001% della popolazione mondiale è tre volte più ricco della metà dell’umanità e l’1% di Paperoni rappresenta il 41% delle emissioni globali associate alla proprietà del capitale privato. La domanda che ha portato alle conclusioni di questo studio e da cui sono partiti l’economista francese Thomas Piketty e altri quattro colleghi esperti nel medesimo ambito di studi era di taglio generale: quale livello di prosperità economica e benessere è compatibile con la convergenza globale (uguaglianza tra i paesi) e la salvaguardia dell’abitabilità del pianeta? Declinata un po’ più in particolare, suonava così: quale tipo di trasformazione strutturale è necessaria e come dovremmo ridefinire i concetti di prosperità e benessere affinché l’obiettivo della convergenza globale tra i paesi non comprometta l’abitabilità del pianeta?
I cinque economisti, conducendo le loro analisi sulla base di un nuovo database multisettoriale che copre lo storico di 57 paesi e regioni dal 1970 al 2025 e sviluppando poi un modello di proiezione con target all’anno 2100, sono arrivati a un risultato che a prima vista, e alla luce della situazione attuale, non può che apparire sorprendente, per non dire al limite dell’incredibile.
Il primo dato che emerge dallo studio è infatti che «una convergenza globale verso i 60.000 euro di Pil pro capite (a parità di potere d’acquisto rispetto al 2025) entro il 2100 è compatibile con la limitazione del riscaldamento a 2°C solo a condizioni molto rigorose, che combinino una rapida decarbonizzazione con una profonda trasformazione strutturale («sobrietà»). Insomma, è possibile. Purché si abbandoni il modello di sviluppo centrato su sistemi altamente inquinanti e ad alte emissioni climalteranti. Ma questo non è sufficiente. Scrivono infatti gli esperti che la rapida transizione energetica da sola non è sufficiente per centrare i target fissati: il raggiungimento dell’obiettivo dei 2°C richiede anche una drastica riduzione dell’orario di lavoro (dimezzando all’incirca le ore lavorative annuali globali), un importante spostamento dei consumi dai settori materiali a quelli immateriali (ad esempio istruzione e sanità) e cambiamenti sostanziali nelle abitudini alimentari (comprese forti riduzioni nel consumo di carne rossa e nella deforestazione).
Lo scenario centrale indicato dagli studiosi con l’espressione «Convergenza sostenibile» – che combina cioè rapida decarbonizzazione, riallocazione settoriale, riduzione dell’orario di lavoro e trasformazione del sistema alimentare – rimane appena entro il limite dei 2 °C, mentre gli scenari alternativi che di fatto ricalcherebbero quanto fin qui ampiamente prodotto («Convergenza produttivista» e «Disuguaglianza persistente») portano ad aumenti di temperatura superiori ai 4 °C entro il 2100.
Spiegano i cinque economisti che la composizione strutturale è importante tanto quanto i livelli del Pil registrato nel corso degli anni: un mondo a reddito più elevato con forti spostamenti verso i settori immateriali può infatti produrre un riscaldamento a lungo termine inferiore rispetto a un mondo a reddito più basso senza tali spostamenti.
Sottolineano inoltre gli studiosi che hanno lavorato a quest’analisi sul periodo temporale 2026-2100 che il percorso denominato «Convergenza sostenibile» migliora il benessere complessivo (compreso il valore del tempo libero e l’abitabilità del pianeta) in tutte le regioni rispetto alle alternative caratterizzate da un Pil più elevato ma da emissioni elevate.
Nell’analisi non viene nascosto, e anzi viene evidenziato, che l’attuazione di questo percorso richiederebbe ingenti investimenti: circa il 10-12% del Pil mondiale all’anno nel periodo 2030-2060. E richiederebbe anche profondi cambiamenti distributivi e istituzionali, con i costi sostenuti in gran parte dai più ricchi a livello globale. Ma qui il lavoro degli economisti finisce. E starebbe ai decisori politici dare concreta attuazione alle indicazioni degli studiosi.
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