Un hub dell’idrogeno verde in Puglia, a Taranto: la leva industriale che l’Italia rischia di sprecare

Febbraio 28, 2026 - 10:00
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Un hub dell’idrogeno verde in Puglia, a Taranto: la leva industriale che l’Italia rischia di sprecare

Se l’idrogeno “green” deve avere un senso economico e climatico, deve nascere dove l’elettricità rinnovabile è abbondante e a basso costo. In Italia questo significa soprattutto Mezzogiorno, la nostra Puglia: più ore di sole, venti favorevoli, purtroppo grandi aree industriali dismesse, porti strategici e una domanda potenziale concentrata in raffinerie, chimica, acciaio, logistica pesante. Un “hydrogen hub” meridionale, significa produzione, stoccaggio, distribuzione e primi usi industriali nello stesso perimetro, per decarbonizzare filiere hard-to-abate e a trattenere valore aggiunto sul territorio, invece di importare tecnologie e combustibili.  E allora perché non farlo a Taranto?

Nel mondo, esistono già una serie di impianti operativi, e mostrano cosa significa passare dai progetti ai numeri. In Spagna, il polo di Puertollano (Iberdrola-Fertiberia) abbina 20 MW di elettrolizzatore, 100 MW fotovoltaici e accumulo: circa 3.000 tonnellate/anno di idrogeno rinnovabile (energia chimica nell’ordine di ~100 GWh/anno) e fino a 700 posti di lavoro nella fase di realizzazione/filiera locale dichiarati dal promotore. In Germania, il progetto REFHYNE di Shell al Rheinland (10 MW PEM) punta a ~1.300 t/anno (circa ~43 GWh/anno). In Cina si è accelerato sulla taglia: il sito di Kuqa di Sinopec ha installato 260 MW, con una produzione attesa di 20.000 t/anno (oltre ~650 GWh/anno). Un altro “record” citato da IEA e report dedicati è l’impianto da 150 MW in Ningxia (Baofeng), indicato come il più grande in esercizio nella prima fase di mercato. Questi numeri raccontano e spiegano che: l’idrogeno verde è già realtà industriale, ma sta in piedi solo con grandi volumi e rinnovabili solide alle spalle.

Ed è qui che il Mezzogiorno può diventare un acceleratore di occupazione, non solo di emissioni evitate. Un hub serio crea lavoro lungo tre catene: cantieri di energia rinnovabile, elettrolizzatori, opere di rete, con la manifattura e i servizi (componentistica, O&M, sicurezza, logistica) e riconversione industriale (impianti “hard-to-abate” che restano competitivi). L’Italia, nelle pagine ufficiali del PNRR, indica l’obiettivo di giungere a circa 5 GW di capacità di elettrolisi al 2030, ma senza una crescita parallela di eolico e fotovoltaico, è un bersaglio teorico.

Il punto critico è proprio la cornice italiana: autorizzazioni lente e incertezza regolatoria. Le imprese del settore rinnovabili stimano tempi medi che possono arrivare a quasi 6 anni per autorizzare un impianto. In più, negli ultimi anni si è aperta una stagione di norme e contro-norme come il quadro delle “aree idonee” che è stato segnato da ricorsi e decisioni dei giudici amministrativi, con effetti di incertezza sugli investimenti.

È in questo senso che “questo governo frena”: quando la produzione rinnovabile viene rallentata da vincoli generalizzati, iter macchinosi e regole che cambiano in corsa, l’idrogeno verde diventa automaticamente più caro e più raro.

Un hub nel Mezzogiorno non è un “capriccio tecnologico”: è una strategia di politica industriale, e farlo a Taranto sarebbe dare finalmente una rinascita alla città e un’occasione al territorio. Ma per farlo servono certezze: iter rapidi, aree chiare, rete e porti pronti, contratti di lungo periodo per la domanda industriale. Altrimenti l’Italia resterà spettatrice di una filiera che altrove, già oggi, sta prendendo forma in megawatt, tonnellate e posti di lavoro.

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