Vince il No al referendum sulla giustizia, Meloni: andiamo avanti

Il No al referendum sulla giustizia ha vinto con il 53,74 per cento dei voti. Oltre 14 milioni di persone si sono espresse contro la riforma costituzionale di alcuni aspetti centrali dell’organizzazione della magistratura. In base allo spoglio delle 61.533 sezioni, oltre 12 milioni di persone hanno votato invece a favore del Sì, con una percentuale pari al 46,26%. «Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia», ha commentato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un videomessaggio. In linea il commento del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che più di ogni altro ha voluto il referendum: «Prendo atto con rispetto della decisione del popolo sovrano. Il nostro intendimento era quello di attuare definitivamente il progetto ideato da Giuliano Vassalli con il processo accusatorio e consacrato dall’articolo 111 della Costituzione che definisce il giudice terzo ed imparziale».
Il quesito referendiario, come era prevedibile, con l’avvicinarsi delle urne ha assunto un significato fortemente politico e tra chi esulta adesso c’è soprattutto la segretaria del Pd, Elly Schlein. «Abbiamo vinto, una maggioranza del Paese ha fermato una riforma sbagliata – ha detto Schlein -. Hanno fatto la differenza i giovani, nonostante non potessero votare i fuorisede». A confermare il valore politico della consultazione, proiettandone però le conseguenze nel campo largo, cioè nell’alleanza tra le opposizioni, è stato subito il leader del M5S, Giuseppe Conte: «Non possiamo soffocare la voglia dei cittadini di essere protagonisti, quindi ci apriamo alla prospettiva delle primarie. Non primarie di qualche apparato ma aperte anche ai cittadini». In pratica, facendo intendere che è pronto a contendere la leadership.
L’affluenza definitiva si attesta al 58,93 per cento a livello nazionale: il risultato di una crescita costante nel corso delle due giornate di voto e mostra una partecipazione nettamente più ampia rispetto ai referendum recenti. In alcune regioni del Centro e del Nord, come Toscana ed Emilia Romagna, si superano o si sfiorano i due terzi degli elettori, mentre nel Mezzogiorno i livelli restano più bassi ma comunque superiori a quelli registrati in altre consultazioni referendarie. Per la precisione la regione con la più ampia partecipazione è l’Emilia Romagna con il 66,6 per cento, mentre il fanalino di coda è la Sicilia, dove ha votato solo il 46,1%. Il No ha prevalso in tutte le regioni, tranne Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia, qui con la sola eccezione della provincia di Milano.
Il cambiamento più rilevante previsto dal referendum, in caso di raggiunta maggioranza, sarebbe stato la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, che oggi condividono lo stesso percorso professionale. Vincendo il Sì, la riforma sarebbe entrata in vigore introducendo anche due Consigli superiori della magistratura, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, al posto dell’attuale organo unico, e una Corte disciplinare separata incaricata di valutare eventuali illeciti dei magistrati. La maggioranza degli italiani, però, ha preferito non cambiare e non modificare gli articoli della Costituzione.
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