A Barcellona la giustizia climatica ha trovato spazio a sinistra

Maggio 1, 2026 - 11:30
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A Barcellona la giustizia climatica ha trovato spazio a sinistra

C’è una novità positiva per coloro che hanno a cuore le sorti del pianeta: l’esito della riunione dei principali esponenti della sinistra mondiale, convocati a Barcellona dal primo ministro spagnolo Petro Sanchez. Non è stato un incontro generico, come spesso è successo in passato, ma una sede in cui la giustizia climatica ha trovato largo spazio, tanto da apparire uno degli obiettivi principali dell’agenda politica delle sinistre.   

È augurabile che non siano solo parole, perché di chiacchiere ne abbiamo sentite già troppe. I tempi stringono e le politiche di adattamento ai già avvenuti cambiamenti del clima, sono sempre più complessi e costosi.  È il prezzo in termini di vite umane e di risorse che si paga per non aver fatto nulla per mitigare il riscaldamento globale dagli anni ’90 ad oggi.  La contraddizione fra il progressivo peggioramento della febbre della terra e le decisioni politiche utili a fermarla è cresciuta sempre di più. È una contraddizione carica di ingiustizia, penso ai miliardi di persone che vivono in territori che non hanno nessuna responsabilità rispetto alle emissioni di gas climalteranti costrette a subire senza difese eventi estremi che non hanno provocato loro.

Ora il punto è pretendere da queste forze coerenza, il che non significa mettersi in cattedra col dito puntato a distribuire voti, ma al contrario tentare di rilanciare un movimento di lotta, consapevoli della presenza di uno schieramento politico disposto a dare ascolto. Non è poco anche perché la denuncia ambientalista oggi deve confrontarsi con un governo del mondo in cui la tesi negazionista è egemone, a cominciare dagli Usa che con la Cina mandano più gas serra in atmosfera.

È evidente che la scelta di Trump di escludere il proprio paese dagli accordi di Parigi ha finito per paralizzare le decisioni di tutti gli altri, a cominciare dall’Europa, che al di là dei proclami sull’agenda verde, non ha né la sufficiente unità, né la volontà politica di gesti unilaterali. Questo è lo stato dell’arte.

Questa tendenza lascia viventi umani e non umani che abitano su questo nostro pianeta, l’unico che abbiamo, esposti alle conseguenze del cambiamento climatico, ma anche e soprattutto alle guerre, che la scarsità delle risorse energetiche fossili rendono necessarie. Per questo serve coerenza, non si può sprecare altro tempo, del poco rimasto, perché farlo spingerebbe all’impotenza e trasformerebbe in una chimera l’obiettivo di un aumento di solo un grado e mezzo entro il 2050.

Da tempo è noto che governare il clima è un lavoro di lunga lena, che richiede volontà politica e tanto tempo. Ciò che non si può più rinviare è iniziare, fare vedere che si cominciano a prendere decisioni di adattamento e mitigazione, insomma dare rappresentanza alla domanda di cominciare a fare azioni concrete. 

È quindi impensabile che le politiche decise a Barcellona non passino subito dal dire al fare. Altrimenti si metterebbe in evidenza l’estraneità ai problemi delle persone e si racconterebbe anche la debolezza dei movimenti ambientalisti.  Come è possibile che, dopo anni di mobilitazioni, i decisori politici progressisti – dopo aver preso formali impegni come quelli di Barcellona – non sentano poi l’urgenza di prendere qualche decisione per attuarli?

Parlare male di Trump e di Meloni serve a poco, così come denunciare l’impotenza di Europa, Cina, Russia e India. Forse è bene che si affrontino anche i nostri limiti, capendo che quello fin qui messo in campo forse non è sufficiente.

Prendere atto della nostra debolezza è facile a dirsi e difficile a farsi. Non basta riprendere le nostre manifestazioni se non si capisce cosa fare perché incidano di più. Il movimento ha bisogno di cambiare pelle, definire un suo progetto e trasformarlo in ogni angolo della Terra in vertenze. È cioè tempo di allargare lo sguardo, incontrare gli altri movimenti e le loro ragioni, quello per la pace e contro gli armamenti, quello per la giustizia sociale, quello per le libertà e i nuovi diritti, quello femminista, perché un’altra faccia del dominio sulla donna, è la violenza sulla natura.

Sarebbe straordinario e coinvolgente legare le mobilitazioni studentesche all’apertura di una vertenza, scuola per scuola, per avere luoghi in cui si studia ad emissioni zero. E sarebbe altrettanto mobilitante rispondere a quel destino precario, a cui vengono condannati milioni di giovani donne e uomini, coinvolgendoli nella costruzione di un nuovo modello energetico, rinnovabile e poco bisognoso di energia, proponendo nuovi stili di vita, la difesa del territorio, una riduzione del consumo di suolo, come chiavi per produrre lavoro e ricchezza, smettendo di illuderli che la soluzione possa essere la crescita, che da anni è senza lavoro e senza benessere per tutte e tutti, ma profitti per pochi.

Insomma la continuità della mobilitazione è indispensabile, ma per durare nel tempo e incidere nelle decisioni ha bisogno di vertenzialità e soprattutto di contaminare e farsi contaminare.  

lula schlein fb sanchez

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Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia