Bannon dice che Trump è fin troppo moderato, ma troverà il modo di fare un terzo mandato

Dall’inizio dell’anno Donald Trump ha catturato e deportato il leader politico del Venezuela, ha detto di volersi prendere la Groenlandia, ha minacciato in tutti i modi gli alleati europei, ha fatto sapere al regime di Cuba di avere le ore contate e ha scatenato una guerra contro l’Iran. Più tutto il resto. Nessuno direbbe mai che è un leader moderato. Nessuno direbbe mai che non è esagerato oltre ogni limite in ogni cosa che fa e che dice. Nessuno, tranne Steve Bannon, uno di quelli che può permettersi di guardare Trump da destra: «Il presidente Trump, in questo movimento che ha creato, è un moderato».
Bannon rappresenta l’ala più radicale del movimento Make America Great Again. Sa bene che per una certa parte di America non è mai abbastanza, non ci sono consuetudini o leggi che tengano: sono disposti a tutto pur di rimanere al potere e fare di nuovo l’America grande, qualunque cosa significhi: «Gran parte delle persone nel nostro movimento è molto più a destra del presidente Trump e molto più dura, molto più nazionalista di quanto non lo sia persino lui», ha aggiunto Bannon, intervistato da Ben Smith durante il Semafor World Economy, forum politico-economico svolto in settimana a Washington.
Tutto quello che dice l’ex stratega della Casa Bianca e consigliere di Trump suona come un atto ostile, una minaccia all’ordine democratico e alle istituzioni americane. Quando dice che secondo lui i Repubblicani alle elezioni di midterm di novembre manterranno la maggioranza al Congresso – anche se i sondaggi recenti suggeriscono il contrario – sembra presagire che per gli oppositori non ci sarà più speranza, non ci sarà difesa, nulla a cui appellarsi, le forze antisistema completeranno la trasformazione degli Stati Uniti in autocrazia.
Con il solito tono da stregone delle forze del male Bannon ha rilanciato l’idea di un terzo mandato presidenziale di Trump, incurante del limite di due mandati presidenziali previsti dal ventiduesimo emendamento. «[Il movimento] Maga ha il presidente Trump e, come sapete, sono un grande sostenitore del terzo mandato del presidente Trump», ha detto. Ben Smith l’ha incalzato, gli ha chiesto se lo dicesse solo per provocare. E no, non è una provocazione, ha ribadito Bannon. Poi, come tutti i populisti, ha cercato di trarre energia dal pubblico presente in sala: «Avete tutti pagato le tasse ieri, c’è qualcuno in questa sala che non voterebbe per il presidente Trump e per quello che sta cercando di fare con l’economia?». È un appello assurdo, fuori dal tempo, irrazionale, in un’America in cui anche fare la spesa è diventato difficile. Il terzo mandato di Trump, peraltro, andrebbe a danno dell’attuale vicepresidente J.D. Vance, cui Bannon ha prontamente rimosso la targhetta di «erede designato del presidente».
Bannon ripete da tempo questa storia del terzo mandato. Lo scorso ottobre, intervistato dall’Economist, era stato ancora più netto: «Trump sarà presidente nel 2028 e la gente dovrebbe farsene una ragione, al momento opportuno, illustreremo il piano. Ma un piano c’è».
Di sicuro parla a una fetta di elettorato, estremista, illiberale e incurante dei limiti costituzionali, che non ha mai avuto dubbi in cabina elettorale negli ultimi dieci anni. Lo stesso Trump sa bene di dover solleticare i suoi elettori e periodicamente ne parla, senza mai esporsi tanto quanto Bannon però, facendo solo intuire qualcosa. Poco più di un anno fa, all’inizio del suo secondo mandato, aveva detto di non escludere un terzo: «Molte persone vorrebbero che lo facessi. Ma dico loro che abbiamo ancora molta strada da fare. E non sto scherzando, è solo troppo presto per pensarci, siamo ancora all’inizio dell’amministrazione».
Quando Bannon dice che Trump non è nemmeno il più estremista del suo movimento, anzi è un moderato, non esagera e non scherza. È lui stesso a riconoscere, durante l’intervista con Ben Smith al Semafor World Economy, che i conservatori di tendenza populista e nazionalista come lui «forse non sono del tutto allineati con il resto del partito».
È un riferimento alla politica estera. La guerra con l’Iran va contro i principi di isolazionismo e America First che uniscono il movimento Maga. «Dobbiamo uscire dal Medio Oriente», ha detto Bannon, sapendo di toccare con queste parole una ferita aperta di gran parte della popolazione americana. Ma c’è anche il tema delle deportazioni di massa degli immigrati, che l’amministrazione Trump sta cercando di frenare in vista delle elezioni di metà mandato. Qui invece il mondo Maga avrebbe preferito una linea più dura, anche a costo di superare tutte le linee rosse della decenza e dell’umanità.
Durante l’intervista Bannon ha portato avanti anche un’altra sua crociata: l’aspra critica alle aziende di intelligenza artificiale, considerato «fuori controllo». Secondo lui, Anthropic «aveva ragione» nella sua disputa con il Pentagono sull’uso della sua tecnologia nei sistemi d’arma autonomi e nella sorveglianza dei cittadini americani. Per i conservatori populisti, ha detto ancora Bannon, l’intelligenza artificiale è «subito dopo l’immigrazione, la nostra priorità assoluta. La gente è galvanizzata da questo tema». Proprio per questo motivo si sente nella posizione di poter chiedere «un minimo di controllo normativo» sulla tecnologia che, a suo dire, danneggerebbe i bambini e causerebbe perdite di posti di lavoro.
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