“Bisogna parlarne, non girarsi dall’altra parte”. Tra bullismo e deepfake, i rischi dei comportamenti sul web

«Si va di fretta e si riempie la vita dei ragazzi in maniera incredibile, come se aggiungere impegni ci sollevasse dalle responsabilità educative. Poi, però, ci rendiamo conto di non metterci mai davvero in ascolto dei loro bisogni».
A parlare è Marisa Marraffino, avvocata attiva presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, dopo l’incontro svoltosi a Materia, invita alla riflessione e alla massima attenzione, puntando il dito non solo sui rischi della rete, ma sulla solitudine dei ragazzi. E sugli errori che “imparano” proprio dagli adulti.
Nel suo ultimo libro, intitolato “Senza consenso”, appena uscito in libreria, Marraffino racconta di alcuni suoi casi legati al mondo del digitale.
Tra i tanti – per fare solo un esempio – c’è quello di Johnny, ragazzo che, isolato dal mondo, interagisce molto con l’intelligenza artificiale, per poi cadere nella creazione di deepfake e immagini offensive nei confronti dei suoi compagni. Attraverso questo caso, l’avvocata spiega chiaramente il confine tra uno scherzo innocente e un reato.
«Lo scherzo non deve fare del male agli altri. C’è una grande differenza, ad esempio, tra diffamazione e diritto di critica: quando si offende la reputazione e si cade nell’invettiva personale, non si tratta più di diritto di critica. Questo dovremmo ricordarcelo anche noi adulti quando, ad esempio, scriviamo la recensione di un locale; se c’è un’invettiva diretta a una persona, non è più né scherzo né ironia, ma un’offesa, perché lede la reputazione, ovvero l’idea che gli altri hanno di noi. Lo stesso vale per i social o la creazione di deepfake».
Quella del deepfake è una pratica che si manifesta, per via dell’estrema facilità offerta da Internet, nelle dinamiche di bullismo: si fa gruppo, si fa squadra e si includono tutti tranne uno, che viene isolato e preso di mira.
Non è un problema (solo) dei giovani
Negli atti giudiziari si usa spesso la parola “dominio”: il bullo esercita un dominio nei confronti della vittima. Ma si tratta prima di tutto di un dominio psicologico, volto a far sentire insicuro l’altro. Ed è facilissimo far sentire insicuro un adolescente.
In risposta a questa problematica, il 10 ottobre 2025 è stata introdotta la legge n. 132/2025, che ha inserito nel Codice Penale l’articolo 612-quater, intitolato “Illecita diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale”.
La norma, che prevede la reclusione da 1 a 5 anni, punisce chiunque diffonda tali contenuti senza consenso, danneggiando reputazione o immagine.
L’avvocata si sofferma anche sul ruolo che hanno gli adulti oggi, analizzando l’approccio e gli errori che vengono commessi. «Siamo la generazione che online offende il datore di lavoro. Ho seguito cause di persone licenziate perché scrivevano pubblicamente quanto fosse noioso il loro impiego. Ho visto medici e infermieri prendere in giro i pazienti nelle chat. In questi anni è successo di tutto. C’è gente che pubblica la foto con l’amante sui social e poi si offende se, in fase di separazione, quella stessa foto viene prodotta come prova contro di loro».
Giovani disorientati
Anche l’atteggiamento delle generazioni precedenti, secondo l’avvocata, ha reso i giovani di oggi una generazione disorientata. La soluzione, secondo l’intervistata, è riacquisire il dialogo e fare in modo che, se dovesse succedere qualcosa, il genitore sia la prima figura a cui i figli si rivolgono.
Per concludere, Marisa Marraffino indica gli errori più tipici e i suggerimenti da seguire per rispondere al problema nella maniera più efficace possibile. «L’errore più tipico è non parlarne. Ignorare il tema del digitale è sbagliato, un po’ come avviene quando non si parla di educazione sessuale o di altri argomenti visti come tabù. Il consiglio che darei è di aprirsi al dialogo a 360 gradi: informarsi su cosa sia l’intelligenza artificiale, ad esempio, per spiegare ai ragazzi che non deve mai essere un sostituto del consiglio umano e che può commettere errori. Bisogna parlare delle condotte a rischio, delle challenge e di tutti i pericoli presenti in rete».
Un consiglio ulteriore che l’avvocata fornisce è quello di partire dai casi reali: in Italia ne sono successi tantissimi a molti ragazzi e ragazze. C’è chi purtroppo ha perso la vita perché si è imbattuto in video pericolosi o in contenuti che hanno incentivato episodi di autolesionismo. Queste parole aiutano a comprendere l’importanza di parlare di questi disagi e di non girarsi dall’altra parte, affinché le esperienze, anche quelle tragiche, servano da monito.
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