Chi ha paura dei ragazzi. Come il Decreto Caivano ha piegato la giustizia minorile

Febbraio 25, 2026 - 15:00
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Chi ha paura dei ragazzi. Come il Decreto Caivano ha piegato la giustizia minorile

C’è un modo serio di parlare di giustizia minorile: leggere i dati. E poi c’è il modo più redditizio elettoralmente: evocare l'emergenza continua, raccontare un'Italia in mano alle baby gang, moltiplicare i video sui social, trasformare ogni fatto di cronaca in paradigma nazionale. L’VIII Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile italiana offre una bussola preziosa per uscire dalla nebbia emotiva. E i numeri raccontano una storia diversa da quella che domina il dibattito pubblico. Uno su tutti: l’Italia ha un tasso di denunce a carico di minorenni pari a 363,4 per centomila abitanti. La media europea è 647,9. Quasi il doppio. Se guardiamo ai numeri comparati, siamo tra i paesi meno “criminali” d’Europa. Ma se guardiamo al dibattito pubblico, sembriamo sull’orlo di una rivolta permanente. 

È in questo scarto tra realtà e percezione che si inserisce il decreto Caivano. Dal settembre 2023 in poi, scrive l'associazione che si occupa dei diritti dei detenuti, la giustizia minorile ha cambiato passo. Non perché siano improvvisamente esplosi i reati, ma perché è cambiata la risposta dello stato. Il risultato è sotto gli occhi di chi visita gli istituti: per la prima volta anche gli Ipm conoscono il sovraffollamento. Tra il 2023 e il 2024 la presenza media giornaliera cresce di oltre il 30 per cento. Se confrontiamo il 2025 con il 2022, ultimo anno prima della stretta, le presenze sono aumentate di circa il 35 per cento. Non è un dettaglio tecnico. Il diritto penale minorile italiano era nato – con il dpr 448 del 1988 – come un laboratorio di responsabilizzazione e recupero. Il carcere come extrema ratio, la messa alla prova come strumento principe, l’individualizzazione del trattamento come regola. Oggi l’asse si è spostato: più custodia cautelare, più automatismi, più facilità nel trasferire i ragazzi verso il circuito degli adulti. Per fare un esempio chiaro: la "messa alla prova" è una formula che funziona: gli esiti positivi superano l’85 per cento. È uno strumento che responsabilizza il minore, coinvolge la famiglia, mobilita il territorio. Eppure il decreto Caivano ha introdotto preclusioni automatiche per alcuni reati, comprimendo la discrezionalità del giudice minorile. E tradisce così la specificità del diritto penale minorile, costruito per recuperare, non per escludere.

 

Il punto decisivo, però, è un altro. Nel 2024 le denunce a carico di minorenni crescono del 16,7 per cento. Le segnalazioni trasmesse ai servizi della giustizia minorile aumentano del 12 per cento. Ma gli ingressi reali nel sistema – cioè i casi che diventano presa in carico effettiva – crescono appena del 2 per cento. Per essere chiari: se ci fosse un’epidemia criminale, vedremmo una crescita proporzionale in tutte le fasi. Non è così. Molte segnalazioni si sgonfiano lungo il percorso. Non perché lo stato sia lassista, ma perché non si tratta, nella gran parte dei casi, di fatti tali da giustificare una risposta penale strutturata. In una stagione politica dominata dalla retorica securitaria, la criminalizzazione è spesso più veloce dell’analisi. È la dinamica tipica delle fobie collettive. Ma la realtà giudiziaria resta più complessa e sfumata.

 

Intanto, mentre le presenze crescono, le risorse non seguono lo stesso ritmo. Il Dipartimento della giustizia minorile vede riduzioni di bilancio proprio mentre aumenta il numero dei ragazzi in carico. Significa più pressione sugli educatori, sugli assistenti sociali, sulla polizia penitenziaria. Significa turni più pesanti, meno progettualità, più gestione emergenziale. Chi pensa che il garantismo sia disinteresse per chi lavora negli istituti sbaglia bersaglio. Il sovraffollamento non danneggia solo i detenuti, ma logora il personale, abbassa la qualità del lavoro, aumenta il rischio di tensioni. Una politica penale seria dovrebbe avere a cuore entrambe le cose: i diritti dei ragazzi e la dignità professionale di chi li custodisce.

  

C'è poi un altro dato inquietante: quasi due terzi dei ragazzi detenuti sono in custodia cautelare. Presunti innocenti. Tra i minorenni la percentuale supera l’80 per cento. La custodia cautelare dovrebbe essere extrema ratio. Sta diventando prassi, in una torsione culturale prima ancora che giuridica. C’è poi il capitolo dei minori stranieri. La narrazione politica insiste su un’emergenza che i numeri non confermano. L’86 per cento degli omicidi commessi da ragazzi entrati negli IPM nel 2025 è attribuito a italiani. Gli stranieri finiscono più spesso in carcere per reati contro il patrimonio, meno gravi. E solo lo 0,52 per cento dei minori stranieri residenti in Italia è in carico alla giustizia minorile. L’allarme generalizzato non regge alla prova dei fatti. Regge invece la fotografia della vulnerabilità. Cresce la povertà minorile, cresce il disagio psichico, raddoppia l’uso di psicofarmaci. Il carcere, che dovrebbe essere riservato ai casi più gravi, finisce per selezionare i più fragili: chi non ha famiglia, chi vive per strada, chi non ha domicilio stabile.

La giustizia minorile italiana è stata per decenni un laboratorio avanzato di civiltà giuridica. Smontarla in nome dell’emergenza permanente è un errore storico.

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