Corpi civili di pace, ora c’è una road map europea
Dopo 30 anni di discussioni teoriche, finalmente c’è una strada per trasformare l’idea dei Corpi civili di pace europei in una proposta compiuta in grado di mobilitare istituzioni, portatori di interessi e società civile. Il Comitato economico e sociale europeo – Cese (l’organo consultivo di rappresentanza delle organizzazioni dei lavoratori, dei datori di lavoro e di altri gruppi d’interesse dell’Unione europea) ha approvato l’avvio di un nuovo parere di iniziativa che include un approfondimento sul tema. Il percorso sarà lungo e avvicendato e, soprattutto, dall’esito nient’affatto scontato, ma almeno c’è un punto di partenza fino a pochi mesi fa impensabile.
L’idea dei Corpi civili di pace europei è stata elaborata da Alex Langer a metà degli anni Novanta, quando l’Europa era impotente di fronte alla tragedia della guerra nella ex-Jugoslavia, ed è stata rilanciata dal Movimento europeo di azione nonviolenta – Mean come veicolo di una nuova pace in Ucraina. Eppure, in tutto questo tempo non si è mai pervenuti a una definizione concreta di cosa essi siano: sarà proprio questo il primo compito della commissione Relazioni esterne del Cese, i cui lavori sul dossier dovrebbero partire nel giro di un mese. «Bisogna costruire un perimetro di lavoro, spiegare chi sono e che cosa fanno i Corpi civili di pace, perché l’unica esperienza che oggi ha questo nome, quella italiana, differisce pochissimo dall’intervento umanitario delle ong», spiega a VITA Luca Jahier, giornalista, attivista e membro del Cese, di cui è stato presidente dal 2018 al 2020. È stato lui il promotore dell’iniziativa e sarà lui a guidarne i lavori in qualità di relatore. L’idea di portare il tema sul tavolo del Cese, Jahier l’ha avuta dopo un viaggio in Ucraina a ottobre insieme al Mean. Un lavoro portato avanti «in segreto», racconta, per evitare di suscitare entusiasmi eccessivi.
E ora, infatti, non si sbilancia, né sui contenuti né sull’esito finale, ma delinea i punti essenziali del dibattito pronto a partire. Dopo aver trovato una definizione condivisa, «dovremo trovare esperienze simili in Europa, perché finora gli esempi a nostra disposizione (e quindi quelli di cui il Cese è a disposizione) sono tutti italiani». Infine, bisognerà trovare un modo per rendere questo prodotto “vendibile” per le altre istituzioni europee: il Parlamento, certo, ma soprattutto Consiglio e Commissione. In questo senso, l’idea di Jahier è di agganciare la discussione alla politica comune di sicurezza. «Serve trovare un aggancio nel quadro delle politiche europee di oggi, anche se sappiamo che non sarà facile, perché l’Ue oggi sembra essere sulla strada del militarismo, della deregulation e della competitività», sottolinea.
L’obiettivo è quello di arrivare entro settembre all’approvazione del testo in commissione Relazioni esterne, per poi sottoporlo al voto dell’assemblea plenaria del Cese entro la fine dell’anno. In caso di successo, il Cese adotterà un parere consultivo formale sul tema, che verrà inscritto in Gazzetta ufficiale. Un primo passo per portare i Corpi civili di pace all’attenzione delle istituzioni europee in maniera concreta, dopo che due riferimenti contenuti in altrettante risoluzioni del Parlamento (2022 e 2024) erano rimasti lettera morta.
Nella scorsa legislatura, spiega Jahier, l’Alto commissario per gli Affari esteri dell’Ue, Joseph Borrell, aveva più volte dimostrato apertura e interessa rispetto ai Corpi civili di pace, ma nell’aggiornamento della Civilian common security and defence policy compact non erano stati menzionati. L’interlocutore che oggi siede al posto di Borrell, Kaja Kallas, è meno sensibile al tema, ma non è per questo che bisogna desistere. Anzi, la storia dice di sperare e perseverare: «Spero che i Corpi civili di pace possano avere una parabola come quella dell’economia sociale. Quando al Cese abbiamo iniziato a lavorarci, nel 2003, il suo carattere prioritario era stato negato dalla Commissione, che aveva addirittura distrutto i documenti di chi ci aveva lavorato negli anni Novanta. Noi abbiamo ripreso in mano il tema, contro tutti, e vent’anni dopo si è arrivati al Piano di economia sociale dell’Ue».
In apertura: il palazzo Jacques Delors a Bruxelles, sede del Comitato economico sociale europeo e del Comitato delle regioni (Guy Delsaut via Wikipedia)
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