Contaminati dal petrolio: disastro ambientale sul Mar Nero dopo gli attacchi ucraini alla raffineria Tuapse

La guerra dei droni condotta dall’Ucraina contro le infrastrutture petrolifere russe continua ad allargarsi, mentre sul Mar Nero emergono le conseguenze ambientali più gravi degli attacchi alla raffineria di Tuapse: dopo i raid del 16, 20 e 28 aprile contro l’impianto sulla costa russa del Mar Nero, l’area è alle prese con incendi prolungati, sversamenti di prodotti petroliferi, bonifiche d’emergenza e misure di protezione lungo il fiume Tuapse e sulla costa.
Secondo quanto comunicato dall’agenzia russa Tass sulla base del quartier generale per le emergenze del Krasnodar, dopo l’attacco del 16 aprile sono stati raccolti 7.270 metri cubi di terreno contaminato e miscela di acqua e petrolio, mentre oltre 360 persone e più di 60 mezzi sono impegnati nelle operazioni di risposta allo sversamento. Nel fiume Tuapse, dove i prodotti petroliferi sono finiti dopo l’incendio innescato in raffineria, sono state installate barriere galleggianti per limitare l’inquinamento da petrolio, così come lungo la spiaggia centrale della località turistica a valle è stato posizionato un chilometro di barriere anti-inquinamento.
Tuapse era già stata colpita il 16 e il 20 aprile. Dopo il raid del 20 aprile, secondo lo Stato maggiore ucraino, 24 serbatoi sarebbero stati distrutti e altri quattro danneggiati. Un incendio innescato dal primo attacco del 16 aprile era stato contenuto, ma il secondo attacco lo avrebbe riacceso, aggravando sensibilmente la situazione e lasciando le fiamme attive per giorni.
Le immagini diffuse da residenti locali sui social mostrano una grande colonna di fumo sopra la raffineria, insieme a piogge che hanno lasciato una patina nera sulle superfici degli edifici e pozzanghere dense di petrolio. Le autorità locali hanno riconosciuto l’impatto ambientale il 23 aprile, parlando del rilascio in atmosfera di grandi quantità di sottoprodotti della combustione e invitando la popolazione a limitare il tempo trascorso all’aperto. Il governatore del Krasnodar Krai, Veniamin Kondratyev, ha riferito anche l’evacuazione dei residenti che vivono nei pressi della raffineria.
Ma la strategia di contrattacco ucraina non si è fermata a Tuapse. Come riporta il Kyiv independent, stanotte altri droni hanno colpito anche strutture petrolifere a Perm e Orsk: il Servizio di sicurezza ucraino ha confermato l’attacco all’impianto di Perm, di proprietà di Transneft, dove sarebbe divampato un vasto incendio, mentre a Orsk, nell’oblast di Orenburg, sarebbe stata colpita la raffineria Orsknefteorgsintez, progettata per trattare 6,6 milioni di tonnellate di petrolio l’anno e ritenuta legata anche ai rifornimenti dell’esercito russo.
Kyiv considera le infrastrutture energetiche russe obiettivi militari legittimi, perché forniscono carburante e risorse economiche alla macchina bellica del Cremlino.
La logica è colpire la capacità della Russia di sostenere l’invasione dell’Ucraina attraverso l’industria dei combustibili fossili, interrompendo raffinazione e logistica petrolifera. Il risultato è un nuovo paradosso della guerra fossile: gli impianti petroliferi diventano bersagli strategici perché alimentano il conflitto, ma quando bruciano rilasciano nell’ambiente gli stessi veleni che solo la transizione energetica potrà permettere di lasciarsi alle spalle.
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