Carcere, le associazioni: «Insieme, per i diritti dei detenuti»
Diritti, clemenza e umanità. Sono state queste le parole chiave dell’assemblea aperta, promossa da tante realtà dell’associazionismo e del Terzo settore che si è svolta a Roma, presso l’Università Roma Tre, Polo didattico di Scienze della formazione. «Nonostante numerosi appelli, alle parole inequivoche pronunciate durante l’Anno giubilare prima da papa Francesco e poi da papa Leone XIV e alle prese di posizione di alte cariche istituzionali, non sono seguiti decisioni e interventi concreti. Anzi, sembra che tutto vada nella direzione di una maggiore chiusura del sistema». Così ha aperto l’incontro “Diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane” Caterina Pozzi, presidente Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-Cnca. «La parola “clemenza” è inibita dal dibattito politico. Riteniamo che la situazione delle carceri riguardi l’intera società e che richieda un confronto aperto tra soggetti diversi: volontariato e realtà del Terzo settore, operatori, garanti per i diritti dei detenuti, cittadini e istituzioni».
Conseguenze per persone detenute e personale penitenziario
«Il sovraffollamento crescente, oggi riguardante anche gli istituti penali per minorenni, le condizioni materiali di vita degradate, l’isolamento drammatico degli istituti penitenziari dal territorio, la difficoltà di garantire i diritti fondamentali nonché i percorsi di cura, lavoro e reinserimento per le persone recluse sono ormai ampiamente documentati», ha continuato Pozzi. «A subirne le conseguenze sono sia le persone detenute, in particolare le più vulnerabili, sia lo stesso personale penitenziario – compreso quello sanitario e socio-assistenziale – che opera quotidianamente in contesti che favoriscono il burnout».

Quasi 64mila persone ristrette
L’incontro a Roma è stato un’occasione per condividere analisi, esperienze e proposte e per ragionare insieme su possibili iniziative comuni. «Gli strumenti per intervenire esistono: è necessario discuterne e renderli praticabili, a partire dalla richiesta esplicita di provvedimenti di clemenza, in grado di intervenire sul grave sovraffollamento, causa di condizioni inumane», continua Pozzi.
Sono 63.734 le persone detenute presenti negli istituti penitenziari italiani (dati ministero della Giustizia, al 31 gennaio 2026). «Il numero è più o meno lo stesso che c’era nel 2013 all’epoca della “sentenza Torreggiani“, con la differenza che oggi aumentano i reati punibili e i decreti sicurezza. Il sistema carcerario è alla deriva, al collasso», ha continuato Pozzi. «Nelle celle ci sono ancora bagni aperti, quando non è possibile per la dignità e la privacy delle persone».
La dignità per le carceri non è solo per le persone detenute ma anche per gli agenti e gli educatori. Quello che serve è una responsabilità condivisa e collettiva: è da qui che vogliamo cominciare Caterina Pozzi, presidente Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-Cnca
Il richiamo alle istituzioni
La situazione gravissima delle carceri «non è presa sul serio dalle istituzioni. Le politiche, come l’introduzione dell’utilizzo dello spray al peperoncino e delle bodycam per gli agenti, non risolvono il problema. Oggi richiamiamo le istituzioni ad assumere posizioni importanti per attenuare la situazione dei nostri istituti di pena», ha continuato Pozzi. «La dignità per le carceri non è solo per le persone detenute ma anche per gli agenti e gli educatori. Quello che serve è una responsabilità condivisa e collettiva: è da qui che vogliamo cominciare».
Una grande alleanza costituzionale
«Così come il sovraffollamento non è causato dal destino, le condizioni di vita degradate non sono esito di qualcosa che non ha responsabilità, ma è il frutto di scelte politiche scellerate. Abbiamo trasformato il carcere in una condizione di ordine pubblico e non in una comunità che assicura i diritti», ha detto Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. «Ci si è approfittati della nostra frammentazione. Con la giornata di oggi stiamo costruendo le premesse per una grande alleanza costituzionale. La questione del carcere è una questione di democrazia. Il punto di partenza è che, ognuno con i propri ruoli, dai garanti alle scuole, dalle cooperative alle università, abbiamo la consapevolezza che siamo per la legalità costituzionale: quando la legalità costituzionale viene violata dalle istituzioni siamo noi la legalità costituzionale».
Clemenza e comprensione del presente
«Due parole sono costitutive per comprendere cosa sta avvenendo. Una è la parola “clemenza”, che considero complementare della parola “giustizia”», ha affermato Mauro Palma, presidente del Centro di ricerca “European Penological Center” dell’Università Roma Tre. «La seconda parola che bisogna riscoprire è “comprensione”, non nei confronti delle persone, ma del presente: questa è la premessa per non considerare le persone (detenute e non solo) come esuberi, come apolidi sociali. Senza comprensione del presente le persone sono esposte a tutte le modalità possibili dell’esclusione».
Un’immagine di un carcere esasperato
«Mai come in questi anni mi è capitato di ascoltare in carcere un racconto così trasversale e complementare tra le persone detenute, operatori, agenti, medici, infermieri. Tutte le persone ristrette e gli operatori negli istituti compongono un’immagine di un carcere esasperato», ha detto Sara Bauli, coordinatrice settore detenzione di Arci Solidarietà Viterbo. «L’obiettivo delle persone detenute è non uscire peggio di quando sono entrate. Le chiusure delle sezioni di media sicurezza comprimono le persone nelle celle, che sarebbero pensate per una persona, invece ci vivono in due ed eccezionalmente anche in tre».
Dobbiamo mettere in campo proposte risolutive nel lungo periodo e in tempi brevi, dialogando con la politica, il Dap, il Dipartimento di Giustizia minorile e di comunità e l’Ufficio del garante nazionale Samuele Ciambriello, portavoce Conferenza nazionale garanti territoriali delle persone private della libertà personale
+7mila persone detenute in tre anni
«Negli ultimi tre anni la popolazione detenuta è cresciuta di 7mila unità. Il trend di crescita è stato costante negli ultimi anni», ha detto Carlo Renoldi, ex direttore Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria-Dap e giudice della prima sezione penale della Cassazione. «E le persone detenute si uniscono alle 100mila persone in misura di comunità e ai circa 130mila liberi sospesi».
Misure emergenziali e reingegnerizzazione degli spazi degli istituti
«Bisogna muoversi sul piano delle proposte, sapendo che non si possono realizzare domani. Le misure emergenziali devono essere viste come un percorso lungo», ha sottolineato Carmelo Cantone, già vicecapo del Dap e direttore di diversi istituti, quali Rebibbia a Roma. «Possono essere un indulto di almeno un anno indirizzato alla maggioranza dei reati, la liberazione anticipata, la proposta di legge Giachetti. Quando arriviamo a 45mila presenze si applica il numero chiuso, è una misura di civiltà. Inoltre, bisogna reingegnerizzare gli spazi degli istituti. Risale a quasi due anni fa la sentenza della Cassazione che il diritto all’affettività, ma non ci sono spazi per le stanze da dedicare ai colloqui in intimità».

Gli ha fatto eco il portavoce della Conferenza nazionale dei garanti territoriali delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello: «Dopo due anni stiamo ancora parlando degli spazi dell’affettività, solo in cinque istituti di pena italiani vengono fatti incontri in intimità. Il sovraffollamento è causato da una politica penale securitaria, da una domanda crescente di pena. Dobbiamo mettere in campo proposte risolutive nel lungo periodo e in tempi brevi, dialogando con la politica, il Dap, il Dipartimento di Giustizia minorile e di comunità e l’Ufficio del garante nazionale: indulto condizionato, pene alternative, liberazione anticipata speciale, numero chiuso», ha proseguito il garante campano. «E chiedere alla Magistratura la riduzione della custodia cautelare, di revocare e attenuare le misure custodiali in esecuzione, interpretazioni meno rigorose dei presupposti applicativi delle misure alternative e visite nelle carceri per verificare le condizioni inumane e degradanti».
Al lavoro per la prima Casa della Salute in carcere
«C’è bisogno di più medici in carcere. E bisogna dare uno stipendio migliore a tutte le persone che lavorano negli istituti di pena», ha detto Antonio Chiacchio, direttore sanitario Uoc Salute penitenziaria Rebibbia. «Altrimenti il personale va a lavorare altrove appena incontra delle difficoltà. È urgente il potenziamento della sanità in carcere. E sono necessari più agenti perché spesso le visite mediche e gli interventi sono rimandati perché non c’è personale a disposizione per accompagnare i pazienti in ospedale. A Rebibbia stiamo lavorando alla Casa della Salute, sarà la prima nelle carceri italiane».
Carceri come scuole di libertà
«Il carcere non si può considerare un altrove. La reclusione deve essere pensata all’interno dell’inclusione». A dirlo è stata Mariangela Perito, responsabile nazionale Coordinamento Donne Associazioni cristiane lavoratori italiane-Acli, che ha aggiunto un desiderio: «Le carceri dovrebbero essere considerate come scuole di libertà. Perché non possiamo pensarle all’interno degli istituti di pena? Il ruolo del Terzo settore, in questo, è strategico».
I promotori dell’assemblea: A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia-Cnvg, Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-Cnca, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di Volontariato Italiano-Movi, Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti.
A questo link la sottoscrizione per l’appello emergenza carceri “Chiediamo diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane”.
Foto in apertura di Grant Durr su Unsplash e, nell’articolo, dell’autrice
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