Drill, baby, drill! Eni ha scoperto giacimenti in Libia da 28 miliardi di metri cubi di gas

La multinazionale Eni, controllata di fatto dal ministero dell’Economia, ha annunciato la scoperta di due grandi giacimenti di gas fossile al largo della Libia: si tratta rispettivamente di Bahr Essalam South 2 (BESS 2) e Bahr Essalam South 3 (BESS 3), a circa 85 km dalla costa libica.
«Le prime valutazioni volumetriche – spiegano dal Cane a sei zampe – indicano che le strutture BESS 2 e BESS 3 contengono complessivamente oltre 28 miliardi di metri cubi di gas in posto. La prossimità alle strutture esistenti del campo di Bahr Essalam, il più grande campo gas offshore della Libia in produzione dal 2005, consentirà un rapido sviluppo grazie al collegamento alle strutture esistenti. Il gas sarà destinato sia al mercato domestico libico che all’esportazione verso l’Italia».
Si tratta di una scoperta che paradossalmente rafforza la dipendenza dai combustibili fossili, quella che – come ribadito anche ieri dall’Onu – mina sicurezza nazionale e sovranità, nel bel mezzo dell’ennesima guerra in Medio Oriente che ha fatto schizzare alle stelle i prezzi di gas e petrolio a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa circa il 20% dei flussi globali. Per l’Europa e l’Italia, beninteso, il rischio non è strettamente di tipo fisico, dato che i principali fornitori di gas in Ue nel 2025 sono stati Norvegia, Usa, Algeria, Uk, Azerbaigian e Russia (mentre per il 58% del Gnl è arrivato dagli Usa): più che sugli approvvigionamenti, il problema è sui costi di tali import. E non sarà la scoperta effettuata da Eni in Libia a risolverli. In compenso continuare a bruciare gas fossile aumenterà la crisi climatica in corso col suo corredo di eventi meteo estremi, dalle ondate di calore alle alluvioni.
Ne abbiamo bisogno? Nell’ambito della comunità scientifica di riferimento sappiamo da tempo che, per limitare il riscaldamento a +1,5°C, non solo non sono necessari nuovi progetti upstream, ma almeno i due terzi delle riserve conosciute di combustibili fossili dovrebbe restare sotto terra per porre un freno al cambiamento climatico. Una consapevolezza che era infine maturata e consolidata anche all’interno della Iea, che è l’Agenzia internazionale dell’energia fondata dall’Ocse dopo lo shock petrolifero del 1973 e composta ad oggi da 32 Paesi membri.
Nel suo ultimo World energy outlook la Iea ha confermato la sua posizione di lunga data, secondo cui l'offerta di petrolio e gas proveniente dai progetti esistenti è più che in grado di soddisfare la domanda in uno scenario in cui il riscaldamento è limitato a 1,5°C rispetto all’era pre-industriale. Non sono dunque necessari nuovi progetti nell’upstream dei combustibili fossili, filone che comprende la ricerca di potenziali giacimenti, la perforazione di pozzi esplorativi e lo sviluppo di impianti per i siti commercialmente più convenienti.
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