È stato il Festival dell’irrilevanza elegante

Mar 2, 2026 - 06:00
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È stato il Festival dell’irrilevanza elegante

Venerdì sera, sul palco dell’Ariston, due donne si sono baciate. Non è durato molto, abbastanza, però, per sparire quasi subito dalla regia, un taglio, un altro piano, avanti. Come se qualcuno avesse avuto un riflesso condizionato più veloce del coraggio. Che quel bacio fosse autentico o calcolato, spontaneo o concordato, è una domanda legittima ma secondaria. Quel che conta è l’altro gesto, quello invisibile, quello che non ha fatto notizia: il fatto che qualcuno, da qualche parte, abbia deciso che era meglio non inquadrarlo. In prima serata. Nel 2025. Sul palco più seguito d’Italia.

Ed è lì, in quei tre secondi tagliati, che si capisce tutto di questo Festival. Non nel bacio. Nel taglio. Perché Sanremo non è diventato irrilevante perché è volgare, o provinciale, o fuori tempo. È diventato irrilevante perché è prudente. Perché ha imparato a gestire persino il proprio coraggio a dosarlo, a renderlo innocuo nel momento stesso in cui lo esibisce.  Un Festival che censura ciò che mostra, e mostra ciò che ha già censurato.

C’è stato un tempo in cui Sanremo divideva l’Italia. Oggi la unisce. Nel senso peggiore: nell’indifferenza. Non è più il Festival democristiano, non è più quello nazional-popolare, non è nemmeno quello che prova a scandalizzare le zie e a eccitare i social. È qualcosa di più sofisticato e più triste: il Festival dell’irrilevanza elegante. Tutto in ordine, tutto ben illuminato, tutto perfettamente innocuo. Le canzoni passano come file compressi: suonano, finiscono, evaporano. Non restano melodie, non restano frasi, non resta un ritornello che ti perseguita mentre lavi i piatti. Quel che resta sono i nomi. I brand. I pacchetti di management. È la vittoria del cantante sulla canzone, dell’algoritmo sull’emozione. Non si sceglie più la canzone giusta per l’artista: si costruisce l’artista giusto per la serata. La differenza non è tecnica è morale.

Poi c’è la geopolitica, trattata come un soprammobile delicato. Si invitano ospiti che arrivano da un mondo in guerra e si chiede loro un’opinione con la stessa convinzione con cui si chiedeva a una Miss se preferisse il mare o la montagna. L’ambiguità è diventata il nuovo valore condiviso: non offende, non espone, non compromette. È l’arte di sembrare profondi restando superficiali.

La comicità meriterebbe un capitolo a parte. Per fare ridere bisogna avere un punto di vista. Qui invece si pratica l’umorismo a temperatura ambiente: non graffia, non sorprende, non imbarazza nessuno che non fosse già disposto a ridere. È la risata condizionata, quella che scatta per contratto. Quasi rimpiangi il comico scomodo, quello che almeno sai perché è lì e cosa rischia. Qui, invece, è tutto un sorriso istituzionale — come in una conferenza stampa con orchestra.

Ma il punto non è l’organizzazione, non è il cast, non è nemmeno la direzione artistica. Il punto è più fondo: Sanremo non guida più il Paese, lo imita. Non rischia, riflette. Non anticipa, insegue. È lo specchio fedele di un tempo che ha paura di prendere posizione, che confonde equilibrio con assenza di carattere, che chiama pluralismo ciò che è semplice cautela commerciale. Non è una colpa del direttore artistico di turno, né della RAI come entità astratta. È il risultato di un mercato discografico che da vent’anni premia la gestione del rischio anziché la sua assunzione. Le major investono su artisti che aggregano, che portano streaming, che non fanno notizie scomode. Sanremo è diventato il punto di arrivo di questa logica, non la sua causa. Il festival non ha corrotto l’industria musicale italiana, l’ha semplicemente fotografata.

Un Festival così non è brutto perché sbaglia. È brutto perché non prova nemmeno a sbagliare. Non osa una scelta radicale, non difende una linea culturale dall’inizio alla fine. È il trionfo del compromesso preventivo e dove il coraggio, quando appare, viene tagliato nel giro di tre secondi.

Eppure, il pubblico non chiede propaganda, non chiede sermoni, non chiede guerra ideologica. Chiede autenticità. Anche scomoda. Anche divisiva. Persino imperfetta. Perché la musica popolare vive di eccessi, non di prudenza. Vive di canzoni che si odiano o si amano, non di brani che si sopportano educatamente. Vive di artisti che rischiano qualcosa, la carriera, il consenso, l’affetto del pubblico, non di presenze che galleggiano nell’aria condizionata del teatro.

Sanremo potrebbe ancora essere il luogo dove l’Italia si guarda e si riconosce, magari litigando. Ma per farlo dovrebbe accettare di disturbare qualcuno. Di perdere qualche applauso facile. Di scegliere le canzoni prima dei nomi, le idee prima delle convenienze, la chiarezza prima della diplomazia.

Altrimenti resterà questo: un impeccabile varietà di Stato. Ben vestito. E tragicamente inutile.

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