Ecco come il fast fashion incide sulla nostra salute (e non solo sulla Terra). Intervista a Matteo Ward

Aprile 30, 2026 - 07:00
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Ecco come il fast fashion incide sulla nostra salute (e non solo sulla Terra). Intervista a Matteo Ward

Per anni la moda sostenibile ha parlato come un bravo funzionario con un ottimo PowerPoint. Acqua risparmiata, emissioni ridotte, rifiuti evitati. Tutto vero, tutto necessario, tutto anche un po’ inefficace nel momento in cui una ragazza entra in un negozio o apre un’app e non vuole salvare l’Artico, vuole piacersi.

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È precisamente qui che la nostra conversazione con Matteo Ward diventa interessante. Cofondatore di WRÅD, oggi guida da Roma la divisione Inside Out Fashion, Textiles & Home, nel nuovo hub di via Principessa Clotilde; la struttura lavora anche con partnership accademiche come MIT, Texas Tech e Georgia Tech. È anche il volto di Junk, Armadi pieni, docuserie coprodotta da Sky e Will Media che nel 2023 ha mostrato il rovescio planetario del fast fashion.

Il punto, però, adesso si è spostato. Non più soltanto la Terra, ma l’epidermide. Non più il Polo Nord, ma le ascelle, i piedi, l’inguine, le ore intere in cui un tessuto resta addosso come una seconda opinione. Ward lo dice con lucidità quasi crudele: «Quando entriamo in un sito o in un negozio, non cerchiamo quello che ci fa bene o quello che ci fa male, cerchiamo quello che crediamo ci renda più belli». Al supermercato, invece, diventiamo tutti piccoli ispettori sanitari. Leggiamo zuccheri, grassi, additivi, ingredienti. Eppure, l’analogia col cibo è perfetta proprio perché i vestiti, come gli alimenti ultraprocessati, sono spesso un concentrato di tecnica invisibile, di scorciatoie industriali e di chimica backstage.

Matteo Ward (foto di Adriano Russo, DeAgostini)

Il paradosso è che le etichette tessili, in Europa, oggi dicono soprattutto una cosa sola, di che fibra si tratta: cotone, poliestere, viscosa, lana… Bene: ma è poco. Le regole vigenti sono limitate alla composizione delle fibre e la stessa Commissione europea sta rivedendo il regolamento proprio perché non basta più; inoltre, per molte sostanze usate nei tessili importati, comprese varie PFAS le informazioni restano scarse, anche perché gli obblighi REACH non coprono allo stesso modo i prodotti finiti importati: l’acronimo è il grande codice chimico dell’Unione europea. Sta per Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals, cioè registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche. È il regolamento UE n. 1907/2006, in vigore dal 2007, ed è la legge quadro europea pensata per proteggere salute umana e ambiente dai rischi delle sostanze chimiche. La sua idea madre è brutalmente semplice: la responsabilità non sta sul consumatore, ma sull’industria, che deve conoscere i rischi delle sostanze e fornire dati di sicurezza all’ECHA, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche. In molti casi la registrazione scatta già quando un’azienda produce o importa una sostanza oltre una tonnellata l’anno. Tradotto in non europeese: del tuo yogurt sai quasi tutto, della tua camicia molto meno. E allora si capisce perché Ward definisca questa nuova linea della narrazione contro il fast fashion «il mio nuovo cavallo di Troia». Non vuole assolvere il pianeta. Vuole smettere di parlare al senso civico come se fosse un parroco di provincia e cominciare a parlare al corpo, che di solito capisce più in fretta.

Ghana. Una scena di Junk, Armadi pieni (Copyright IS Media Srl)

L’armadio come laboratorio chimico

La sua frase più semplice è anche la più potente: «La pelle è l’organo più esteso del nostro organismo». Sembra una banalità, in realtà è una piccola ghigliottina. La pelle è il più grande organo del corpo umano, pesa parecchio, copre circa 1,5-2 metri quadrati, funziona come barriera contro agenti esterni, sostanze chimiche comprese. Mettere qualcosa sulla pelle per otto, dieci, dodici ore non è un gesto decorativo. È un’esposizione al male. Qui finisce la favola del vestito innocente.

Uno studio commissionato dalla Commissione europea sul legame tra allergie e chimica dei tessili ha concluso che la dermatite allergica da contatto può essere indotta da tinture tessili, resine di finissaggio, ammorbidenti, idrorepellenti, ritardanti di fiamma, biocidi, antitarme, smacchiatori e solventi da lavaggio a secco. Non parliamo di stregoneria da forum, ma di un dossier tecnico costruito proprio per capire che cosa resta sui prodotti finiti e che cosa può dare fastidio alla cute. Nel frattempo, Bruxelles ha limitato, sotto REACH, l’immissione sul mercato di abbigliamento, tessili e calzature contenenti 33 sostanze CMR, cioè cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione. E nel 2025 l’EEA ha registrato 72 allerte chimiche sui tessili, in gran parte legate alla salute umana, con casi di cromo VI e cadmio oltre i limiti. La maglietta da quattro euro, insomma, può avere la leggerezza di un flirt e l’eleganza sanitaria di una piccola discarica portatile.

Poi ci sono i PFAS, i famosi Forever Chemical, usati per respingere acqua, olio e sporco. L’Agenzia europea dell’ambiente è piuttosto netta: i tessili sono una delle maggiori fonti di inquinamento da PFAS in Europa e, per la maggior parte delle applicazioni, il loro uso non è una necessità tecnica. Ancora più interessante, e meno rassicurante, è ciò che succede a contatto con la pelle. Una ricerca diffusa dall’Università di Birmingham nel 2024 ha mostrato che 15 PFAS su 17 testati presentavano un assorbimento dermico sostanziale; per il PFOA, una delle sostanze più note e regolate, l’assorbimento nel sangue arrivava al 13,5%, con un ulteriore 38% trattenuto nella pelle per potenziale assorbimento successivo. La chimica non resta buona buona nel tessuto come una domestica ottocentesca. Viaggia. E non riguarda solo l’impermeabile tecnico o la tuta da palestra. Uno studio del 2024 sui bisfenoli presenti nei vestiti quotidiani raccomanda di lavare i capi nuovi almeno una volta prima di indossarli, per ridurre l’esposizione cutanea.

Lo stesso vale, molto più di quanto si creda, per le scarpe. Una review del 2024 sulla dermatite da contatto del piede ricorda che il cromo è spesso associato agli articoli in pelle, soprattutto alle calzature, e può provocare sensibilizzazione e dermatite allergica. Ward insiste molto su questo punto, e fa bene: il piede è il grande proletario della moda, condannato a soffrire in silenzio mentre l’industria continua a chiamare “stile” qualunque cosa abbia una bella foto e una pessima scheda tecnica.

La cover del libro Fuorimoda! di Matteo Ward.(DeAgostini)

Il cervello in camerino

La parte più fertile del ragionamento di Ward, però, arriva quando sposta la questione dal derma al desiderio. Le persone non comprano vestiti in stato di fredda razionalità. Comprano in stato di seduzione. Per questo ha capito da tempo come spegnere la ragione e accendere l’emozione. La moda responsabile, se vuole smettere di sembrare una zia severa in lino grezzo, deve fare la stessa cosa ma in direzione opposta. Deve collegare piacere e salute, estetica e benessere. Da qui la sua formula più bella: «Noi siamo degli architetti del corpo».

Su questo crinale Ward sta portando anche la riflessione verso la neurologia quotidiana, cioè verso il modo in cui colori, pattern e stimoli visivi possono affaticare o stressare il sistema percettivo. Qui serve onestà. Non tutto è dimostrato nello specifico sulla moda di massa, e sarebbe ridicolo trasformare ogni stampa optical in una diagnosi. Però la letteratura sul visual discomfort dice già qualcosa di serio: pattern ripetitivi, ad alto contrasto, luci tremolanti e strutture geometriche insistenti possono provocare affaticamento visivo, mal di testa, nausea e distorsioni percettive; le persone predisposte all’emicrania riportano più spesso fenomeni di pattern glare, cioè disagio davanti a certe rigature o sequenze visive. Non è ancora una tossicologia del tartan, ma è abbastanza per capire che il vestito non è solo immagine. È anche esperienza sensoriale, quindi nervosa.

A questo punto la domanda finale di Ward smette di sembrare una provocazione e diventa un programma didattico: perché una scuola di moda non dovrebbe insegnare anche dermatologia, tossicologia, neurologia della percezione, almeno nei fondamenti? Se chi progetta abiti progetta davvero uno spazio abitativo per il corpo, continuare a separare forma e funzione è un lusso da epoca sciocca. Del resto, i numeri ambientali restano lì, a fare da sfondo severo. Nel 2022 ogni cittadino europeo ha consumato in media 19 chili di abbigliamento, calzature e tessuti per la casa; la filiera dei tessili consumati nell’UE ha generato 159 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. La strategia europea per il 2030 parla apertamente di prodotti durevoli, riparabili, riciclabili e free of hazardous substances, con un motto che ha la brutalità di una sentenza ben scritta: “fast fashion is out of fashion”. La buona notizia è che non siamo costretti a scegliere tra il saio morale e la canottiera tossica. Possiamo finalmente difendere la moda responsabile come una forma di intelligenza applicata al piacere. Il giorno in cui guarderemo un’etichetta tessile con la stessa serietà con cui guardiamo gli ingredienti di un biscotto, qualcosa si sarà rimesso in asse. E la sostenibilità, forse, smetterà di sembrare una penitenza. Diventerà una cosa molto più seducente, una forma superiore di cura di sé.

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