Energia, difesa e veti, l’Unione si scopre fragile nel momento peggiore

Aprile 30, 2026 - 17:30
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Energia, difesa e veti, l’Unione si scopre fragile nel momento peggiore

Le mura veneziane che avvolgono la chora antica di Nicosia non sono le uniche barriere presenti a Cipro. Il suo centro è anche il suo confine, dal momento che la Turchia l’ha invasa nel 1974 senza accettare mai alcuna mediazione da parte della Nato, di cui pur fa parte. La settimana scorsa Nicosia ha ospitato il vertice informale dei ventisette Stati dell’Unione, atteso da settimane: non sono state prese decisioni, intendimenti sì. All’appuntamento, organizzato dalla Presidenza di turno cipriota del Consiglio dell’Unione europea, si è parlato soprattutto dello stallo nello Stretto di Hormuz e delle conseguenze della crisi energetica. L’Iea (Agenzia internazionale dell’energia) l’ha già definita come la più grave della storia recente. Sul tavolo anche i conti pubblici: la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha rimarcato la necessità che l’Unione abbia «nuove risorse economiche proprie, che sono indispensabili», perché «senza di esse, la scelta è tra aumentare i contributi nazionali o ridurre la capacità di spesa». Infine, l’Articolo 42.7 del Tratto dell’Unione europea, la cosiddetta “clausola di solidarietà” tra gli Stati: Cipro non fa parte della Nato, come Malta, Austria e Irlanda, e rafforzare questa clausola sarebbe l’unica assicurazione reale in caso di attacco.

Il Golfo Persico è chiuso da otto settimane. Tutti sembrano scommettere che la situazione sia temporanea e che, in pieno stile trumpiano, tutto finirà a tarallucci e vino, con lo Stretto di Hormuz pronto a riaprire presto. Ciò che però tiene svegli i governi del continente è l’incubo del razionamento: le riserve di gas sono ai minimi da nove anni, e i deficit statali europei costano sempre di più da sostenere con i tassi d’interesse in salita. Proprio in vista del vertice di Cipro, la Commissione ha presentato AccelerateEu, il piano d’azione per rispondere alla crisi energetica. Agisce su tre livelli: nel breve periodo, rafforza il coordinamento tra Stati membri sugli stoccaggi di gas e istituisce un nuovo osservatorio sui carburanti per monitorare forniture e scorte in tempo reale; nel medio periodo, una strategia per l’elettrificazione con target vincolanti e l’accelerazione del pacchetto europeo sulle reti elettriche da adottare entro l’estate; sul fronte finanziario, una strategia per mobilitare capitali privati a fianco dei fondi pubblici già esistenti verso un obiettivo da seicentosessanta miliardi di investimenti l’anno fino al 2030. L’Unione europea sta inoltre valutando la possibilità di estendere il mandato della missione navale Aspides fino allo Stretto di Hormuz. Per l’Italia, e in particolare per il ministro della Difesa Guido Crosetto, una simile responsabilità non può essere solo europea. I Paesi asiatici – Cina, Giappone, Corea del Sud, India – dovrebbero contribuire alla missione di stabilizzazione, data la loro dipendenza dal transito di petrolio nello Stretto. Estendere il mandato geografico di Aspides richiederebbe una decisione formale del Consiglio Ue e dei Parlamenti nazionali, oltre che nuove regole d’ingaggio e complicazioni logistiche ovvie.

Le conseguenze della crisi iraniana non si limitano al prezzo dell’energia: gli Stati Uniti hanno segnalato ritardi per la consegna di armamenti e munizioni agli Stati baltici. Per la prima volta in vent’anni, l’Europa è diventata il principale mercato per le esportazioni americane di armi, superando il Medio Oriente. Soprattutto in termini di sistemi avanzati. Questo sottolinea che la dipendenza dagli Stati Uniti è una debolezza che l’Unione europea non può permettersi. Eppure l’Europa è doppiamente dipendente. Con il petrolio tornato sopra i cento dollari al barile dopo l’annuncio dell’uscita dall’Opec degli Emirati Arabi, il costo aggiuntivo per fare il pieno di un’auto a benzina è stimato cinque volte superiore al costo per ricaricare un’auto elettrica. Di conseguenza, le immatricolazioni di auto elettriche in Europa sono cresciute del cinquantuno per cento a marzo, il 33,5 per cento in più dello stesso periodo del 2025. I veicoli elettrici sono alimentati da batterie al litio prodotte per l’ottanta per cento in Cina, se non direttamente assemblati da aziende cinesi che giocano al di fuori delle regole della concorrenza. La crisi non starebbe solo accelerando la transizione alla mobilità elettrica, ma piuttosto rendendo l’Ue ancor più dipendente dalla Cina nell’importazione di veicoli e materie prime critiche per produrli.

Non appena il petrolio russo ha ripreso a scorrere verso Ungheria e Slovacchia, attraverso l’oleodotto di Druzhba – quattromila chilometri di metallo che trasportano il petrolio dalla Russia attraverso i territori ucraini contesi da Putin –, l’Ungheria ha rimosso il veto sul prestito europeo da novanta miliardi per l’Ucraina, ponendo fine a due mesi di stallo. Se l’elezione di Peter Magyar ha sbloccato l’ostruzionismo ungherese, l’elezione a premier della Bulgaria dell’ex presidente filorusso Rumen Radev rischia di accendere nuovamente il gioco dei ricatti in Consiglio dell’Ue. Tre settimane prima delle elezioni, il governo tecnico aveva firmato con Kyjiv un accordo decennale di sicurezza. In più la Bulgaria è un importante fornitore di munizioni ed esplosivi per l’Ucraina. Al tempo stesso il profilo di Radev è più sfumato di quello di Viktor Orbán. Non ci si aspetta che il neo-premier bulgaro blocchi le sanzioni Ue o i grandi pacchetti di aiuti all’Ucraina, ma piuttosto che ritiri gli accordi bilaterali già firmati.

L’articolo 42.7 del Trattato Ue impone agli Stati membri di fornire «aiuto e assistenza con tutti i mezzi a loro disposizione» se un Paese alleato venisse attaccato. È, sulla carta, l’equivalente europeo dell’articolo 5 della Nato. Con la differenza che non prevede alcuna dimensione operativa o protocollo una volta attivato. Il 2 marzo scorso, per la prima volta nella storia dell’Unione, un attacco diretto iraniano ha colpito un territorio membro nel pieno di un conflitto. Cipro non ha attivato l’articolo 42.7 ma Grecia, Francia, Italia, Spagna e Paesi Bassi hanno mobilitato spontaneamente le loro forze militari. Costa, chiamandolo «banco di prova», l’ha identificata come la prima dimostrazione concreta che l’Europa è in grado di schierarsi a fianco di un membro sotto minaccia. Ma se uno Stato membro attivasse oggi l’articolo 42.7, quali Paesi risponderebbero? Con quali risorse? In quanto tempo? Secondo quali procedure di comando? I leader vogliono costruire un manuale operativo che trasformi una promessa scritta in un meccanismo funzionante. A maggio si terrà la prima esercitazione teorica del Comitato Politico e di Sicurezza (Cops), seguita da un secondo round ministeriale. Come reagirebbero gli Stati Uniti di Trump a un indebolimento dell’architettura di sicurezza della Nato per applicare un equivalente europeo?

Il 9 maggio è la Giornata dell’Europa. Festeggeremo questa ricorrenza in un clima difficile, poiché l’intolleranza, le divisioni e l’antieuropeismo hanno caratterizzato le piazze del 25 aprile. Sorge spontanea la domanda: se le istituzioni europee stesse sono divise al loro interno, come possiamo sperare che l’opinione pubblica sia invece compatta nel giudizio sull’operato di Bruxelles? Sono necessarie più che mai riforme ad ogni livello di funzionamento dell’Ue, dal Consiglio al Parlamento passando per il mercato unico, per l’articolo 47.2, l’esercito comune e chi più ne ha più ne metta. Se non si trova presto un compromesso, se questa è l’ora della paura e non del coraggio, l’Europa è condannata a rimanere vassalla.

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