Gabriela Hearst e Zimmermann: quello che le donne dicono
In tempi in cui l’unboxing degli inviti alle sfilate è un format a sé, Gabriela Hearts ha avuto il coraggio di inviare ai propri ospiti un libro. Non un volume qualsiasi ma la biografia di Eglantyne Jebb scritta da Clare Mulley. “Jebb era una forza straordinaria dell’epoca edoardiana, che entrava in azione con decisione per proteggere, sostenere e dare potere ai bambini a rischio, chiunque fossero e ovunque vivessero. Non solo fondò Save the Children, ma scrisse anche la dichiarazione pionieristica dei diritti dei bambini che si è evoluta nello strumento sui diritti umani più universalmente accettato della storia”, si legge nel testo.
La stilista uruguaiana, nota per la sua sensibilità nei confronti della moda sostenibile, indossa proprio una t-shirt dell’associazione umanitaria quando incontra la stampa nel backstage della sfilata allestita presso il Petit Palais di Parigi: “La collezione è dedicata un’incredibile donna inglese che si è battuta per i diritti dei bambini dopo il 1919 e la Prima Guerra Mondiale. Era inglese e le sanzioni economiche inflitte a Germania e Austria stavano causando la morte per fame di 800 bambini alla settimana. Lei ha quindi preso posizione in loro difesa”. Quando Eglantyne ampliò la sua causa, viaggiò a Roma per incontrare il Papa, ottenendone il sostegno. In Vaticano indossò una mantella, un velo liturgico con frange. Questo tradizionale copricapo viene citato nel cappotto protagonista della collezione, uno dei tanti rimandi allo stile della figura eroica sconosciuta ai più.

Parallelamente, Nicky Zimmermann afferma che la collezione autunno/inverno 2026 di Zimmermann si intitola ‘Trailblazer’ perché trae ispirazione da alcune donne australiane degli anni ’20 e del modo in cui hanno realizzato cose fondamentali per le future generazioni femminili in futuro. “Mia nonna – racconta la designer – quando era poco più che adolescente, era una lifesaver a Coogee Beach, e i suoi racconti di quell’epoca mi hanno sempre affascinata. Ho guardato anche ad altre figure straordinarie di quel periodo: da Miles Franklin, celebre autrice australiana e sostenitrice delle scrittrici emergenti, al duo Kathleen Howell e Jean Robertson, tra le prime donne ad attraversare l’Australia in automobile. Esiste una fotografia di loro sedute sul retro di una macchina mentre si accendono una sigaretta a vicenda: adoro l’atmosfera che trasmette. Ho trovato anche riferimenti alle prime squadre di cricket femminili in Australia. In ambiti molto diversi tra loro, queste donne hanno rifiutato i limiti imposti e sono diventate parte di un movimento generazionale”.
Coerentemente, la prima parte della collezione è incentrata sull’utility: jumpsuit, drill strutturato e richiami alle uniformi sportive, in un dialogo tra codici femminili e maschili. Non manca il bianco netto delle divise da cricket su tailleur in lana color crema, mentre una giacca in denim scultoreo d’ispirazione aviator richiama l’estetica delle uniformi.

Sarà un caso – o forse no – ma è interessante constatare come due designer con un approccio alla moda dettato da background geografici e culturali tanto lontani abbiano dedicato le proprie sfilate a figure di spicco dell’emancipazione femminile e sociale. Quando si ricorda la netta inferiorità numerica di direttrici creative nelle maison del lusso è anche per sottolineare la derivante scarsità di storie come queste, raccontate da donne che rendono omaggio al valore di altre donne attraverso il proprio stile. E non è un gioco da ragazze.
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