
Due donne allo specchio, Giorgia Meloni e Elly Schlein. Vite parallele, plutarchianamente. Biografie diverse, e molto. Separate da quel tot di anni che dividono due epoche. Idee opposte.
Ma nell’olimpo della politica italiana giunte quasi contemporaneamente una a capo del governo l’altra a capo dell’opposizione. Un duello freddo, a distanza. A tennis sarebbe un match da fondo campo, l’una aspettando l’errore dell’altra. Nel Giro d’Italia, Giorgia sempre in testa, Elly a rincorrere. Poi, alla curva del referendum, la premier ha sbandato, non è caduta ma ha perso terreno. Elly l’ha vista, ha provato a scattare sui pedali ma si è imballata. E adesso sono entrambe in difficoltà.
Così, mentre Meloni arretra, Schlein non avanza. È un equilibrio imperfetto che finisce per penalizzare entrambe. E soprattutto lascia il Paese sospeso, senza una guida davvero solida e senza un’opposizione davvero credibile. Accomunate in questi giorni da un mutismo preoccupante, Giorgia e Elly non sanno bene cosa dire di nuovo per ripartire. Stranissimo destino: insieme sugli altari insieme nella polvere – non proprio polvere ma insomma.
Meloni rischia di non arrivare al traguardo, o di arrivarci senza fiato. Se continua così, si presenterà alle elezioni davanti a un Paese stremato, con una squadra a pezzi, con un carniere privo di risultati. Le sta andando tutto male, e va detto che la cosa si avverte di più perché finora le era andato tutto bene.
Anche questo cambio di sorte condivide con Schlein che sembrava una ragazza fortunata «perché m’hanno regalato un sogno» (Jovanotti) e poi improvvisamente hanno deciso di farle la festa. Periodaccio per entrambe. Dall’Iran a Piantedosi, dalle accise alle bisteccherie, le stelle congiurano contro Meloni. Scia su un pendio ripido ma non è Federica Brignone. C’è poco da inventarsi, i soldi non ci sono, quelli del Pnrr sono finiti, il tanto elogiato Giorgetti non ha idee, figuriamoci gli altri.
Ora Giorgia Meloni è una donna sola al comando, ma di una nave che imbarca acqua. Dovrà chiedere aiuto a quell’Europa che non ha mai amato, cordialmente ricambiata. Gli industriali che anche se non sono più quelli di una volta sanno fiutare l’aria che tira e cominciano a farsi delle domande. «Il governo più stabile d’Europa», secondo un mantra cantato da tre anni, pare improvvisamente un governo balneare: sai i sorrisi all’Eliseo e a Downing street. Dopodiché, l’ex underdog è una che non si arrende facilmente. Anzi, forse le difficoltà potrebbero persino esaltarla. Anche in questo è come Elly Schlein. In pochi giorni si è resa conto che mezzo Pd non la sostiene più. Nella base, sì, il consenso ce l’ha ancora, così come detiene sempre una forza contrattuale con cui può stringere patti con i cacicchi locali tipo Enzo De Luca per avere i voti ai gazebo. Appoggiata dalla Ditta alle primarie di tre anni fa, la stessa Ditta ora vuole riprendersi «tutto chello che è nuosto». Come diceva il D’Alema del 96-97? «Abbiamo dato il partito a Prodi, speriamo che ce lo restituisca».
Ecco. In politica è così: ingratitudine, sfortuna… E se poi mancano i risultati, la storia chiede il conto. Non si sono mai prese, le due donne della politica italiana, che per uno strano sortilegio vivono il loro momento più difficile contemporaneamente. Due leadership nate per rompere gli schemi si trovano oggi intrappolate dentro gli schemi stessi. All’ombra del vecchio motto «simul stabunt, simul cadent».
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