I puccettoni sfiancati da Manzoni, e gli algoritmi addestrati dall’umanità inattrezzata

Aprile 25, 2026 - 14:30
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I puccettoni sfiancati da Manzoni, e gli algoritmi addestrati dall’umanità inattrezzata

Alla mia scontata invidia per le vendite di Stefania Andreoli, il cui “Un’ottima famiglia” oggi troverete primo nelle classifiche degli inserti culturali, arriviamo dopo. Prima, temo che si debba parlare del linguaggio del presente.

Il ministro Valditara dice che i poveri quindicenni non vanno più sfiancati con le difficoltà presentate da “I promessi sposi”, che mica è più un romanzo popolare, macché: ha una lingua imperdonabilmente più ostica di quella dei romantasy, facciamogli leggere roba più facile. Zerocalcare, tipo (lo so: questa battuta non s’ha da fare).

Mentre scrivo, Stefania Andreoli – psicologa, celebrità, saggista, romanziera, scheggia perfettissima di Zeitgeist – sta polemizzando con un’altra psicologa che l’ha rimbrottata perché, in un’intervista, ha detto che ai figli non bisogna dire com’è in uso ora «ti amo», ma «ti voglio bene».

Chiunque passi abbastanza tempo sull’internet (o nel paese reale) sa che il «ti amo» è uno dei più luminosi segnali di analfabetizzazione di questo derelitto paese in cui non siamo riusciti a imparare l’inglese ma siamo riusciti a disimparare l’italiano.

La Andreoli nella sua intervista la mette sulle tipologie di rapporto: non dici ai figli quel che dici all’amante. Però, obietterebbe l’altra psicologa se fosse in grado di fare un’obiezione meno scema di «non puoi far sentire la gente sbagliata» (certo che puoi, anzi spesso devi, e se migliorano si spera ti ringrazino, e se non migliorano almeno ci hai provato), ci sono lingue, tra cui l’inglese, in cui non c’è differenza tra esprimere affetto, amore, simpatia, desiderio.

E infatti il problema (il tema, direbbero a Milano) non è che al figlio parli come a quello con cui copuli: è che hai imparato l’italiano dal doppiaggio. Quando eravamo già americanizzati ma ancora sapevamo custodire le sfumature, il verbo «to love» usato, chessò, per un film o un’attività o un vestito, veniva dai busoni tradotto in «adoro!».

Con l’«I love you» materno e paterno non abbiamo saputo trovare un adattamento altrettanto efficace, neppure ci è importato di farlo perché ormai ci esprimiamo a disegnetti, gif, meme, puttanate da suoni gutturali, e quindi eccoci qui con un pieno di figli che dicono «ti amo» alle madri (e Sofocle muto), nonni che dicono «ti amo» alle nipoti, e altre meraviglie dell’epoca che però trova Nabokov esecrabile.

Il linguaggio del presente è fatto sempre meno di parole e sempre più di gesti e di dettagli non verbali, ed è probabilmente per questo che trovo Stefania Andreoli così interessante. Tra non molto uscirà un mio romanzo (che venderà una frazione d’una briciola d’un’unghia di quello della Andreoli) nella cui prima versione avevo messo due psicanalisti. Uno più televisivo, una più severa, somigliante agli psicanalisti che conoscevamo noialtre che bazzicavamo l’analisi nel Novecento, quando gli analisti non mettevano la fede al dito perché i pazienti non dovevano sapere nientissimo di loro, neanche il loro stato civile.

Sono passati undici anni, è cambiato il mondo, e nella nuova versione del romanzo è rimasta un’unica psicanalista, a forma di psicanalista di questo decennio: una che si accende la telecamera del telefono in faccia, una con gli sponsor, una della cui vita sappiamo quanto di quelle delle attrici o delle scrittrici. Una come non avremmo mai pensato, trent’anni fa (ma pure venti), potessero diventare gli psicanalisti.

Non sto dicendo che siano meglio o peggio, per una ragione ovvia a chiunque non sia un fedele della chiesa della psicanalisi: tutti i moduli stabiliti, dall’ora di cinquanta minuti all’analista che siede dietro al paziente, tutti i dettagli sono scelte che fa il sacerdote del momento. Non ce n’è una giusta e una sbagliata perché la fisica ha delle regole, l’analisi ha delle suggestioni. La psiche è affare di fideismo, mica di scienza.

E la Andreoli si nota di più perché è belloccia, perché è spudorata nella sua determinazione a essere una star, perché si filma i tatuaggi. Ma non c’è differenza tra lei che pubblica le gambe o la pancia per far vedere i nuovi tatuaggi, e Vittorio Lingiardi che si fotografa con Natalia Aspesi o con Ornella Vanoni. Sono, una più a tendenza Rete 4 l’altro più a tendenza Rai 3, due esponenti di questo secolo in cui, se non diventi personaggio, non arrivi né in cima alla classifica dei libri né a quella delle richieste di interventi retribuiti agli eventi aziendali. È, direbbero a Milano, questione di clout.

Giovedì ho pubblicato nelle storie di Instagram una fotografia d’una schermata di WhatsApp. Mi avevano chiesto – in quel box domande che quelli bravi usano per far sentire benvoluto il pubblico pagante e io uso per rimandare qualche scadenza – di scegliere tra il nuovo libro di Stefania Andreoli e la copertina di Vanity Fair con Silvia Salis. Non ho idea del senso della domanda, ma avevo un messaggio irresistibile con cui rispondere. Stava sul mio telefono dalla sera prima, quand’erano arrivati i dati di vendita. Diceva così: «Andreoli prima nella generale. Mi raccomando l’orazione funebre ora che m’ammazzo».

Successivamente mi sarei consolata dicendo che comunque il mercato è talmente basso che il libro più venduto della settimana non arriva a novemila copie; mi sarei consolata dicendo che d’altra parte dai programmi scolastici vogliono far togliere pure Omero e insomma una società di analfabeti che trova difficili l’Innominato e Achille cosa vuoi mai che legga; mi sarei consolata come ogni volpe davanti a ogni uva, ma volevo che quel primo «m’ammazzo» restasse a futura memoria.

L’ho messo nelle storie di Instagram e, per le successive ventiquattr’ore, l’algoritmo mi ha fatto arrivare notifiche preoccupatissime. «Siamo qui per aiutarti. Sembra che qualcosa che hai postato sia relativo al suicidio. Se tu o qualcuno che conosci crede di non farcela, ci sono modi per ottenere aiuto. Volevamo farti sapere che, poiché il tuo contenuto è relativo a questi temi, chi ha meno di 18 anni non potrà vederlo».

Quest’ultima frase mi ha fatto molto ridere perché li voglio vedere, i diciassettenni che non capiscono Manzoni, i quindicenni che si perdono con Omero, provare a trovare la principale in mezzo a diciassette dei miei incisi.

Ero pronta a sbeffeggiare l’algoritmo ottuso, poi mi sono resa conto che, come sempre, negli altri – persino negli altri che non esistono davvero – ci dà fastidio quel che ci dà fastidio in noi. Certo, l’algoritmo non ha il senso del tono e non capisce che non tutti i «m’ammazzo» sono uguali. Ma noi, d’altra parte, non siamo capaci di distinguere tra «ti voglio bene» e «ti amo», tra starlette e intellettuali, tra le letture da spiaggia e quelle da scuola. Chi diavolo dovrebbe insegnargliele, ai cervelloni elettronici, le cose che gli umani non sanno più fare?

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