Il nuovo Iran post Khamenei sceglie la rigidità ideologica invece del negoziato

Mar 4, 2026 - 19:00
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Il nuovo Iran post Khamenei sceglie la rigidità ideologica invece del negoziato

Il regime iraniano non è più compatto, il vertice inizia a spaccarsi. Il martellamento inflessibile dei bombardamenti israelo-americani ha prodotto le prime crepe. Questa è la valutazione del Mossad riportata da Israel Ayom, il quotidiano più diffuso in Israele, filogovernativo, che funge tradizionalmente da portavoce ufficioso del Servizio segreto estero.

Due le rivelazioni. Innanzitutto, la spaccatura tra il blocco oltranzista, saldamente guidato da Ali Larijani, che ha ordinato di bombardare, con stupida strategia, tutti i paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa, e persino Cipro, all’insegna di «tanti nemici, tanto onore», e il blocco trattativista guidato dal presidente Masud Pezeshkian e dal ministro degli Esteri Abbas Araghci. Questi ultimi, tramite l’Oman, hanno inviato quei messaggi di disponibilità alla trattativa a cui si è riferito Donald Trump.

Disponibilità immediatamente denunciata e bloccata da Ali Larijani: «Non negozieremo con gli Stati Uniti! L’America e il regime sionista hanno incendiato il cuore della nazione iraniana! Bruceremo i loro cuori! Faremo sì che i criminali sionisti e gli spudorati americani si pentano delle loro azioni!».

La seconda spaccatura, registrata dal Mossad, in un certo senso più grave, è la crisi totale nella catena di comando dei Pasdaran, provocata dalle uccisioni dei loro vertici e dalla distruzione delle linee di comunicazione.

Così Israel Ayom: «Si stanno moltiplicando segnali che il regime iraniano sta perdendo il controllo di parti del suo apparato militare, con alcuni reparti dell’esercito e dei Pasdaran di fatto tagliati fuori dai contatti con i loro vertici, che agiscono in modo del tutto indipendente, e alcune unità hanno cessato di funzionare. (…) All’interno della leadership sono emersi forti disaccordi su come gestire la guerra. (…) La situazione è particolarmente pericolosa perché elementi all’interno del regime sembrano adottare una strategia di terra bruciata, prendendo di mira le infrastrutture petrolifere e del gas dei paesi arabi del Golfo».

Una strategia avventurista che ha ricomposto la grave crisi in atto da mesi tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che ha obbligato persino il Qatar a denunciare un Iran con cui ha sempre intessuto ambigui rapporti e che produce l’effetto contrario. Invece di essere intimoriti, questi paesi si accingono ad attaccare militarmente l’Iran.

Il fatto è che, con l’uccisione di Ali Khamenei, la stessa rigidità teocratica delle istituzioni e della Costituzione khomeinista è diventata causa di debolezza. I poteri sono infatti disegnati secondo un arcaico schema da polis neoplatonica, di governo dei sapienti, in modo assolutamente monocratico, ispirato dai filosofi sciiti al Farabi e Mulla Sadra.

La Guida suprema della Rivoluzione, Ali Khamenei, aveva pieni e assoluti poteri in tutti i campi: comandante supremo delle Forze armate, dei Pasdaran, dei Basiji e dei Servizi segreti, di cui nomina da solo i vertici; capo del potere giudiziario, con poteri di nomina dei magistrati; nomina del Consiglio dei Guardiani, che approva o cassa le leggi e i candidati alle elezioni; potere assoluto e monocratico nel decidere la politica estera, la politica di sicurezza, nucleare ed economica, con prevalenza assoluta sul presidente della Repubblica e sul Majlis, il parlamento; interprete monocratico della Sharia, con prevalenza assoluta sulle interpretazioni del Majlis.

Il vuoto pneumatico di tutti i massimi poteri decisionali causato dall’uccisione di Khamenei è stato così ricoperto, secondo il quotidiano di opposizione Iran International, con l’elezione a Guida suprema di Mojtaba Khamenei. Una scelta dinastica, che cozza con la tradizione sciita e che va confermata. Comunque è indubbio che Mojtaba Khamenei, se è stato eletto, rappresenta una scelta emergenziale e che dovrà condividere il potere reale con Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, uomo di indubbia caratura, cultura e leadership, che ha due limiti.

Innanzitutto non ha potuto aspirare a essere nominato Guida suprema, perché è un laico: non ha nessun titolo religioso, che è invece di fatto indispensabile. Inoltre, il dato è determinante, è avversato da potentissimi nemici nei vertici religiosi e politici del regime, tanto che ha dovuto subire la cocente umiliazione di vedere cassata, per ben due volte consecutive, dal Consiglio dei Guardiani e dallo stesso Khamenei la sua candidatura alle ultime due elezioni per il presidente della Repubblica islamica.

Ora Ali Larijani ha tutte le intenzioni di usare il suo ruolo istituzionale e la sua solidissima rete di relazioni per condividere di fatto il massimo potere. Questa sua rete di relazioni e di potere, infatti, si estende sia nelle alte cariche religiose sia nei vertici dei Pasdaran. Ex generale di brigata dei Pasdaran, con compiti di intelligence, tra i collaboratori più stretti del generale Qassem Suleimani, il geniale promotore delle operazioni militari e terroriste iraniane in tutto il Medio Oriente, ex presidente del Majlis, Larijani ne è oggi infatti il rappresentante politico più importante e accreditato. Per questo Ali Khamenei lo ha nominato al vertice del Consiglio di sicurezza nazionale dopo i dodici giorni di bombardamenti israelo-americani del giugno 2025, col mandato evidente di riplasmare i vertici dei Pasdaran uccisi dalle bombe e soprattutto di rimediare alle evidenti falle nel sistema di sicurezza.

Ora, per comprendere l’evoluzione della guerra, è utile conoscere il modo di pensare e la struttura mentale di Larijani, che è un uomo colto, con doppia laurea in filosofia e in informatica, tesi su “La filosofia della matematica di Kant”, autore di varie pubblicazioni sul tema (“Metafisica e scienze esatte in Kant”, “Intuizione e giudizi sintetici a priori”), con riferimenti al filosofo neoplatonico Mulla Sadra, con lo scopo dichiarato di subordinare la ragione al Velayat al Faqih (appunto la neoplatonica guida dello Stato da parte del Giureconsulto, del saggio tra i saggi). Dunque, chi conta, chi comanda oggi in Iran è un convinto antirazionalista, uno strutturato mistico del khomeinismo fondamentalista, un fanatico e gelido cultore della mistica jihadista.

Non solo. Larijani è anche un politico navigato, ha partecipato agli accordi sul nucleare del 2015 e soprattutto gode personalmente di una massiccia e potente posizione di totale prestigio nella più alta nomenclatura degli ayatollah. È infatti figlio del Grande ayatollah Mirra Hashem Amoli, oppositore del padre dello scià, fuggito negli anni Trenta a Najaf, in Iraq, dove Ali è nato, ed è soprattutto il fratello minore del potente ayatollah Sadeq Larijani.

Costui, ex capo del potere giudiziario iraniano, è oggi a capo del fondamentale – e di nuovo neoplatonico – Consiglio di Discernimento dell’Utilità, organo di mediazione tra il Majlis e il Consiglio dei Guardiani e che soprattutto supervisiona la decisiva nomina della nuova Guida suprema.

Ambedue, Ali e Sadeq, hanno non a caso e convintamente svolto un ruolo fondamentale e feroce in tutta la repressione delle manifestazioni popolari di protesta, ordinando ai procuratori di «agire con determinazione contro i rivoltosi» con «sentenze sommarie» e hanno autorizzato ad applicare la contestazione ai manifestanti del reato di Moharebeh, «guerra contro Dio», che prevede la pena di morte, comminata a centinaia di manifestanti nelle proteste di piazza dello scorso gennaio.

Oggi è difficile prevedere un successo della nuova dottrina di regime change inaugurata da Donald Trump. Dottrina che archivia il cambio radicale di regime tentato con insuccesso da George W. Bush in Iraq, con conseguente e disastrosa messa fuori legge dei membri del partito Baath e altrettanto fallimentare scioglimento dell’esercito iracheno, e lo sostituisce con un accordo con una componente del regime disponibile a una trattativa con la Casa Bianca, senza mutare l’assetto istituzionale.

Maggiore successo, parziale, possono avere le intese che lo stesso presidente americano ha annunciato con gli autonomisti curdi e beluci. Al di là del confine, in Iraq, stazionano infatti migliaia di Peshmerga iraniani, armati e protetti dal governo del Kurdistan iracheno. Con un quadro favorevole, con le strutture dei Pasdaran e dei Basiji attaccate dai bombardieri americani, questi armati possono passare la frontiera e liberare porzioni significative dell’Iran.

Quella che trapela da Teheran è comunque una mentalità dei vertici, incarnata appunto da Larijani: una mentalità da bunker hitleriano, da battaglia finale, nel nome della rivendicata e teorizzata superiorità dell’ideologia del martirio apocalittico sul razionalismo kantiano. Risultato: è probabile che l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e persino il Qatar, bombardati dai Pasdaran di Larijani, entrino in guerra attivamente e bombardino l’Iran al fianco di Israele. Aerei arabi che bombardano l’Iran, coordinati e a fianco degli aerei israeliani. Una versione totalmente inaspettata degli Accordi di Abramo.

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