Il regime iraniano si regge sull’invisibilità di Khamenei e sulla forza dei Pasdaran

Comprendere la politica iraniana richiede un’analisi della sua teologia del potere. Più facile a dirsi che a farsi, soprattutto dalle parti di Pennsylvania Avenue, dove si vorrebbe insegnare teologia al papa cattolico, e al Pentagono, dove invece della Bibbia di Re Giacomo si legge quella di Quentin Tarantino. Si tratta di un esercizio complesso, specialmente per le amministrazioni occidentali. Se a Washington si tenta di piegare la religione alla logica della forza, a Teheran accade l’opposto: la religione diventa l’ultimo rifugio di un regime in crisi e lo strumento per giustificare un sistema di potere altrimenti indifendibile.
Mentre il flusso intermittente di conferme e smentite sulle ostilità riempie le cronache globali, un luogo sembra restare immune da questo dinamismo: il centro del potere iraniano. Mojtaba Khamenei, figura chiave del sistema, la Guida Suprema del regime e vicario dell’Imam Nascosto – secondo la riforma del quietismo religioso sciita introdotta dalla rivoluzione khomeinista, che fu non solo rivoluzione politica ma anche riforma religiosa – resta nell’ombra. Questa assenza non indica un vuoto di potere, ma ne rappresenta la strategia: sottraendosi alla vista, Mojtaba si sottrae al giudizio pubblico, al rischio di fallimento e alla logica della responsabilità politica.
Mojtaba Khamenei non è una figura nata dal consenso religioso o dal dibattito parlamentare, ma è il prodotto di un ventennio speso, in nome di suo padre e della sua famiglia, a costruire e gestire l’architettura della sicurezza interna dello Stato. Sebbene privo di un autonomo peso teologico o di una carriera politica pubblica, la sua forza risiede nella rete capillare di legami che ha saputo tessere tra l’ufficio della Guida Suprema e i vertici dei Pasdaran (Irgc), dell’intelligence e delle milizie Basij. Questo patto di potere, consolidatosi durante la repressione delle proteste del 2009, ha trasformato Mojtaba nel punto di giunzione tra il dogma teocratico e la forza operativa dei militari.
Con la decapitazione sistematica dei leader politici e clericali del regime – operata scientificamente da Israele dal 28 febbraio – questo rapporto si è ribaltato: l’Irgc non è più una delle gambe su cui poggia l’ordine khomeinista, ma occupa integralmente lo Stato. La nomina di Mohammad Baqr Zolghadr a Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale sancisce il passaggio definitivo a una giunta militare di fatto, in cui l’apparato di sicurezza non deve più negoziare con la politica civile.
In questo nuovo assetto, la reale condizione fisica di Mojtaba – sia egli sfigurato dalle ferite, in coma o addirittura deceduto assieme al padre nei raid di febbraio – diventa politicamente secondaria rispetto alla necessità di sopravvivenza del sistema. Per la giunta guidata da Zolghadr, Mojtaba deve continuare a esistere come un’autorità invisibile, un motore immobile che garantisce la continuità della stirpe senza l’usura della presenza fisica. Il legame tra il leader e i Pasdaran deve assumere una dimensione sacrale e misterica, una vera e propria mimesi politica dell’occultamento (Ghaibah) che permette al regime di restare unito sotto un’unica egida ideologica.
La tesi di un leader fisicamente impedito o in cattiva salute è plausibile, ma non esaurisce la questione. Il punto centrale è l’uso politico della sua invisibilità. In un sistema che attende il ritorno di un leader “nascosto”, il dodicesimo Imam, l’assenza di Mojtaba diventa una risorsa. Sacralizzandone l’assenza, i Pasdaran ottengono un ancoraggio metafisico inattaccabile: Mojtaba diventa un contenitore vuoto in cui ogni fazione può proiettare la propria legittimazione divina. Per i Pasdaran è il garante della continuità rivoluzionaria. Per il clero conservatore, è l’erede che preserva il carisma del padre senza logorarsi nella gestione politica. Per il regime, è la soluzione al paradosso della successione dinastica: restando nell’ombra, la sua ascesa viene presentata come continuità spirituale anziché come restaurazione monarchica.
Questa strategia trasforma la Repubblica Islamica in una dittatura militare che governa nel nome di un simbolo inaccessibile e, per definizione, incontestabile, impedendo che il collasso del vertice si traduca in una disgregazione immediata dell’apparato di potere. Zolghadr agisce come il braccio operativo di questa volontà invisibile; si è stabilita così una catena di comando che scavalca le procedure costituzionali. In questa fase delicata, la giunta militare necessita di questa legittimazione superiore per giustificare un potere basato essenzialmente sulla forza e il risultato è un ibrido istituzionale: una dittatura militare che si regge sul mito di una Guida Suprema senza volto e che non si mostra.
Di fronte a questa mutazione interna, la strategia occidentale continua a muoversi lungo i binari di una razionalità puramente cinetica. La dottrina di Washington, e in larga parte di Tel Aviv, si è finora concentrata sul logoramento delle capacità fisiche: distruzione di asset militari, eliminazione di comandanti sul campo e sanzioni economiche a pacchetto. È una strategia che presuppone un avversario che risponda alla logica della deterrenza classica, dove il danno subito dovrebbe indurre a un cambio di calcolo politico.
Tuttavia, questo approccio ignora l’architettura del potere a Teheran. Colpire militarmente il paese produce un effetto opposto: il regime incassa il colpo e lo trasforma immediatamente in capitale politico interno. La guerra, pur degradando le capacità materiali dell’Irgc, non ne scalfisce la legittimità gerarchica; al contrario, permette alla giunta militare di compattare i ranghi attorno alla necessità della difesa della Rivoluzione, giustificando la stretta securitaria sulla popolazione e l’economia di guerra. L’errore strategico sta nel considerare l’Iran come uno Stato-nazione tradizionale, quando oggi assomiglia più a una holding militare-ideologica che utilizza la religione come uno scudo.
È necessario un cambio di passo, una nuova strategia e un piano innovativo per affrontare il regime iraniano. L’urgenza di una nuova strategia nasce dalla presa d’atto che l’intervento armato di Trump e Netanyahu ha mancato l’obiettivo principale e ha paradossalmente rafforzato il regime, soprattutto con la rivelazione che è possibile efficacemente bloccare lo Stretto di Hormuz e affamare il resto del pianeta. L’analisi strategica occidentale deve fare i conti con questo teorema scomodo: il regime iraniano è strutturalmente immune agli strumenti classici della coercizione militare. Anzi, ogni bomba che cade, ogni esercitazione nello Stretto di Hormuz, rafforza la narrativa del regime.
Per smontare questo dispositivo teologico-politico, l’Occidente deve cambiare approccio: non un confronto militare impossibile da vincere ma un’azione giudiziaria e legalitaria mirata che esponga i criminali, i violatori dei diritti umani e i tiranni che si nascondono all’ombra della Guida Suprema e dei suoi scherani, per renderli finalmente visibili e responsabili, in primo luogo di fronte al loro popolo. Sembrerà certamente velleitario, eppure tornare a parlare di protezione dei diritti umani, di legalità internazionale e di nonviolenza mi sembra essere l’unica cosa sensata da fare; sostenere una vera e propria offensiva giudiziaria e legale basata su strumenti concreti come l’Effects Principle della Corte Penale Internazionale, il Global Magnitsky Act americano e le normative antiriciclaggio europee; impegnarsi in un rigorosissimo sforzo di cooperazione e sinergie multilaterali tra tribunali, cancellerie e unità di informazione finanziaria per tracciare le catene di comando che collegano Zolghadr a Mojtaba, identificare i fondi e i trust dove il regime nasconde le proprie vaste ricchezze, sequestrare i beni mobili e immobili a Londra, in Europa e negli Stati Uniti detenuti dai leader politici e militari del regime e dai loro sodali e prestanome.
Questa strategia accenderebbe finalmente un faro enorme sull’ambiguità e la falsità ideologica di questo regime, rafforzerebbe e darebbe armi appuntite ad attivisti ed attiviste come Narges Mohammadi e Nasrin Sotoudeh, come i leader delle rivolte di inizio anno, alle migliaia di prigionieri politici lasciati a morire nelle celle di Evin. Significherebbe gettare le basi per provocare un collasso endogeno. Riuscirà l’Europa a uscire dal suo letargo strategico e politico ed iniziare a tracciare una linea politica che sia coerente con i propri valori fondamentali, coerente, nonviolenta e capace di rinvigorire quel multilateralismo di cui tanto si riempi la bocca con atti concreti e chiari?
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