Il ritratto di Sam Altman, e l’epoca che preferisce i riassuntini alle idee

Karen Hao compare una volta, in una parentesi a proposito della sorella probabilmente matta che ha accusato il fratello plutocrate d’averla molestata da piccola, nelle diciannove pagine di testo (più una di foto) che costituiscono l’articolo su Sam Altman uscito sul numero del New Yorker di questa settimana.
Ronan Farrow, il più famoso dei due autori dell’articolo, dice che lui e Andrew Marantz (che diversamente da lui non ha il Pulitzer come prima riga della bio social) al pezzo hanno lavorato per un anno e mezzo, intervistando più di cento persone.
Pensa intervistare cento persone che ti devono svelare dettagli inediti della malvagità di Sam Altman, sul quale tutti avranno orrendità da dire in quanto ricco psicopatico (non è una notazione personale: non si diventa miliardari, in generale ma in particolare in quel settore, essendo sani di mente), e tuttavia non ottenere da questo anno e mezzo di lavoro un incipit convincente.
Pensa fare tutto questo lavoro e poi dover cominciare il tuo articolo nell’esatto modo in cui, un anno fa, Karen Hao cominciava il suo “Empire of AI” (mai tradotto in italiano, e ora capisco perché: se neanche un libro sull’uomo del momento ha avuto abbastanza lettori da rendere chiaro che questo articolo ne è un riassunto, forse la saggistica è diventata attuale come i maniscalchi).
Marantz e Farrow cominciano il loro pezzo – magnificato da tutti gli esponenti dei media di tutte le nazioni su tutti i social, raccontato come una sequela di scoop e il miglior giornalismo d’inchiesta degli ultimi anni – con la scena che costituiva il prologo di “Empire of AI”.
È il novembre del 2023, ChatGPT esiste da un anno, OpenAI è stata valutata a novanta miliardi di dollari, e Altman è a Las Vegas per vedere la Formula 1 (che non si era mai tenuta lì prima, e quindi era una gara che aveva richiamato molto pubblico famoso da Rihanna a David Beckham: questo dettaglio lo prendo dal libro della Hao, perché Farrow si dev’essere imbarazzato a ricopiare proprio uguale).
Si collega in video col consiglio di cui è amministratore delegato, quello di OpenAI, e i quattro su cinque connessi gli dicono che da quel momento non è più in carica. Hao prima e Farrow dopo usano il verbo «licenziare», che fa abbastanza ridere, perché Altman di quell’azienda è il proprietario. Comunque: lo fanno fuori dal cda.
Segue ribellione degli impiegati che minacciano di andarsene con lui a Microsoft, segue la rivolta più breve che il mondo del lavoro abbia mai visto: quattro giorni dopo, Altman è già di nuovo al suo posto. Lo slogan che si sono inventati per difenderlo e far pesare le minacce d’andarsene è particolarmente interessante: OpenAI è niente, senza la sua gente.
La ragione per cui la gente sui social pensa che la gente che ha scritto l’articolo del New Yorker stia svelando cose che non si sapevano già è che “Empire of AI” è un libro di quasi cinquecento pagine. Le venti pagine di articolo del New Yorker in confronto sono un bigino, e non possono che vincere, nell’epoca in cui abbiamo abolito la fatica.
ChatGPT, l’invenzione di OpenAI che ha fatto di Altman uno che improvvisamente superava in fama gli Zuckerberg e i Musk, è l’attrezzo al quale giorno dopo giorno si appaltano sempre più cose, la principale delle quali è: la brutta fatica di pensare.
Nei contratti editoriali ci sono clausole che dicono che non ti farai scrivere il libro dall’intelligenza artificiale, e a me sembra folle che ci debbano essere, ma quando poi non ci sono finisce che gli editori si ritrovano a ritirare i libri che si scoprono scritti dall’IA (c’è appena stato un caso in America, oltretutto d’un libro comprato da un editore dopo l’autopubblicazione).
È difficile da spiegare a chi di mestiere non scrive, ma: pensare è un atto fisico. Se delego a qualcun altro la composizione di questa paginetta, non saprò mai cosa penso di questa vicenda. Lo scopro scrivendo. Farsi scrivere un libro o un articolo o anche solo una mail dall’intelligenza artificiale è l’equivalente di dire «di mestiere voglio fare il centravanti, ma non mi va di giocare a calcio» (siamo solo ad aprile e mi sono già giocata la mia annuale similitudine calcistica).
In “Platone nella Silicon Valley” (Ponte alle grazie, esce tra un paio di giorni), Simone Regazzoni racconta del ministro dell’Istruzione che in Grecia dispone che nei licei si adoperi l’intelligenza artificiale. Ieri sul Corriere Massimo Ammaniti raccontava della Norvegia, degli allievi rimbecilliti dopo che avevano consegnato a tutti un tablet. Ed era prima che il tablet pensasse per loro: già solo privarli dello sforzo di coordinare mani e pensiero li aveva resi intellettualmente meno vivi, figuriamoci ora.
Naturalmente queste cose che sto scrivendo sono il perfetto screenshot per darmi della vecchia rincoglionita che fa battaglie di retroguardia (in neolingua: boomer), perché nessuna istanza è più impopolare di quella che dice che la fatica è fondamentale, che senza fatica non impari niente, senza fatica non migliori, senza fatica non cresci. Che non è l’intelligenza artificiale che è niente senza i suoi impiegati: sono i risultati che sono niente senza sforzo. Di nuovo Regazzoni: «Allenare il corpo non significa solo allenare la nostra fisicità, la forza fisica, ma significa allenare, attraverso la fatica, una parte precisa del nostro animo che non potremmo allenare altrimenti».
Credo che un danno pari a quello dell’introduzione dell’intelligenza artificiale lo stia facendo solo la commercializzazione delle punture per dimagrire, e il loro inquadramento filosofico (da parte di Oprah Winfrey e a discendere di tutti i comunicatori minori) come illuminanti disvelamenti della mancanza di connessione tra forza di volontà e dimagrimento. Non è colpa tua se sei grasso: ti hanno mentito, non è perché mangi una teglia di lasagne invece d’un piatto di verdure bollite, è perché hai il cervello da obeso contro il quale non puoi vincere, e noi siamo qui per dirti che non devi più sforzarti, che è una vessazione chiederti di sacrificarti, siamo qui a dirti che la forza di volontà non esiste ed esiste invece l’industria farmaceutica.
Non devi più aver voglia di scrivere per fare lo scrittore, non devi più aver voglia di sbatterti a stare a dieta per essere una persona più magra di quanto la natura ti abbia concesso d’essere: c’è una soluzione a pagamento per tutto. Non devi più aver voglia di leggere un libro per sapere di Sam Altman: c’è un articolo che ti dà in comodi bocconcini la sinossi delle sue peripezie; non devi aver voglia neanche di leggere l’articolo: le parti salienti te le forniranno i social in comodi screenshot. Cosa potrà mai andar storto.
Altman ha avuto due mentori. Uno è Peter Thiel, il più cattivo dei trumpiani della Silicon Valley, nonché l’uomo nell’idromassaggio del quale Altman avrebbe incontrato l’uomo che poi ha sposato (dettaglio migliore del pezzo di Farrow). L’altro si chiama Paul Graham, ed è il fondatore di Y Combinator, azienda che ha aiutato a nascere praticamente tutte le startup poi divenute colossi che tutti usiamo, da Dropbox a Airbnb, da Stripe a Reddit.
Graham ha smentito la ricostruzione di Farrow di come Altman è stato allontanato da YC: dice che loro non l’hanno licenziato, gli hanno solo chiesto di scegliere tra YC e OpenAI. C’è una sua frase riportata sia nel libro della Hao che nel pezzo del New Yorker. Dice che Altman lo potresti paracadutare su un’isola di cannibali, tornare dopo cinque anni, e trovare che è il loro re. Continuo a pensarci perché continuo a chiedermi se sia quella cosa che una volta chiamavamo carisma, o se dipenda dall’essere a forma di intelligenza artificiale: così compiacente persino nei confronti dei cannibali che alla fine non ti mangiano.
Ci sono due cose particolarmente bislacche che Ronan Farrow attribuisce a fonti anonime. Sono accomunate dall’essere due cose insensate, per cui ti aspetteresti che qualcuno, magari un Pulitzer, lo facesse notare a chi le dice. E invece niente: sarà che stiamo diventando tutti accondiscendenti come intelligenze artificiali.
La prima è che Altman avrebbe detto di non essere interessato ai soldi ma al potere. È una frase che può prendere per buona solo qualcuno la cui idea di potere sia il massone di Corrado Guzzanti. Quelli un po’ meno stolidi di così sanno che i soldi sono in cima alla gerarchia del potere. Un personaggio d’una serie che andava di moda anni fa, “Billions”, si chiedeva quale fosse il punto di avere abbastanza soldi da mandare a fare in culo tutti se poi non mandavi mai a fare in culo nessuno: c’è un potere più alto di quello di poter mandare a fare in culo chiunque?
L’altra frase è una descrizione di Altman che fa così: «Ha due caratteristiche che non sono praticamente mai presenti nella stessa persona: un forte desiderio di compiacere gli interlocutori, e una mancanza quasi sociopatica di preoccupazione per quelle che sono le conseguenze dell’ingannare qualcuno».
A parte che sembra la descrizione di Mia Farrow che farebbe qualunque tifoso di Woody Allen, in che senso sono caratteristiche che di solito non coesistono? Non esiste un bugiardo patologico che non le abbia entrambe: per essere il paese che ha fatto della psicanalisi un oggetto pop, mi sembrate parecchio impreparati sul funzionamento della psiche.
O forse è andata così: che questo tizio ha osservato Altman, ha notato che come tutti i bugiardi mente per farti contento e mente con altrettanta disinvoltura per farti fuori, e ha detto a ChatGPT: a me non pare mica normale. E quella, più mancante di contraddittorio d’un giornalista d’inchiesta, ha risposto: hai ragione, sei proprio un raffinato osservatore. Vuoi che ti elenchi cinque modi in cui capire se lo psicopatico che hai di fronte è proprio psicopatico? Questo tuo intuito filosofico è niente, senza un elenco numerato.
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