I data center del Golfo sono diventati un bersaglio militare

Aprile 9, 2026 - 00:00
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I data center del Golfo sono diventati un bersaglio militare

Per l’Iran i data center di Amazon Web Services, Google Cloud e Microsoft Azure nei Paesi del Golfo sono obiettivi militari legittimi. Ospitano migliaia di server su cui passano anche funzioni militari e di intelligence statunitensi: in guerra, il cloud non può essere considerato un luogo neutrale. Missili e droni di Teheran hanno già colpito infrastrutture negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain, causando interruzioni nei servizi finanziari e nelle piattaforme digitali, bloccando servizi ai cittadini dei due Paesi.

Questi attacchi arrivano nel mezzo di una scommessa economica gigantesca per gli Stati del Golfo, che negli ultimi anni hanno investito miliardi per trasformarsi in hub globali dell’intelligenza artificiale. È una strategia di diversificazione. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dal petrolio e puntare su data center, cloud e capacità di calcolo come nuova infrastruttura dello sviluppo. Energia abbondante, capitale sovrano e partnership con le Big Tech americane dovevano fare del Golfo una piattaforma globale dell’intelligenza artificiale.

La guerra ha incrinato questa ambizione. Perché ha dimostrato che quelle stesse infrastrutture sono anche vulnerabilità strategiche. I data center non sono più solo asset economici: sono entrati nello spazio del conflitto. E nel momento in cui vengono colpiti o anche solo minacciati, salta la premessa su cui si reggeva il progetto: costruire un hub tecnologico globale in una regione instabile, ma percepita come sicura. «La nuvola», ha scritto il mese scorso Gabriele Carrer su Strategikon, «non è più un altrove immateriale»: è un’infrastruttura critica, esposta come un porto o una centrale elettrica.

Il problema è il modo in cui si è creata questa vulnerabilità. I grandi data center sono sistemi dual use, da lì passano informazioni civili e funzioni militari. Gli stessi server che gestiscono pagamenti o dati sanitari possono elaborare informazioni per la logistica o l’intelligence. Così la distinzione tra edifici civili e militari sfuma, si appiattisce. Ed è su questa ambiguità che si muove l’Iran: se un’infrastruttura contribuisce allo sforzo bellico, allora può essere colpita. Teheran legge e interpreta le condizioni delle Convenzioni di Ginevra, sfruttandone le zone grigie.

In una puntata della sua newsletter, Jesse Marks, Associate Director for Middle East and China at Edelman Global Advisory, scriveva che l’ambizione del Golfo di diventare un hub globale dell’intelligenza artificiale è inseparabile dalla stabilità della regione. E quella stabilità può collassare in poche ore. Gli enormi data center costruiti negli ultimi anni sono progettati per essere efficienti, ma difficilmente sono difendibili militarmente. Un singolo attacco può distruggere hardware, interrompere servizi e colpire direttamente la capacità di uno Stato di funzionare a pieno regime.

Il paradosso è che per attrarre investimenti e competere su scala globale, i Paesi del Golfo hanno costruito infrastrutture sempre più visibili e integrate. Ma questa stessa visibilità le rende più esposte. E la loro integrazione con i sistemi americani le inserisce dentro il perimetro del conflitto.

Alcuni Paesi dell’area stavano provando a cambiare anche la narrazione che li circondava con il loro sfot power. Per attirare investitori stranieri stavano cercando di trasmettere l’immagine di un territorio capace di restare stabile mentre il resto del Medio Oriente continuava a muoversi da una guerra all’altra. Ma, questa bolla sicura, come l’ha chiamata Foreign Policy, è scoppiata con il deflagrare del conflitto in Iran.

L’intelligenza artificiale richiede quantità enormi di energia, capitale e infrastrutture – elementi che il Golfo può offrire meglio di quasi chiunque altro. Per questo, nonostante la guerra, gli investimenti continuano ad arrivare, almeno per ora. Anche perché le soluzioni esistono: si possono distribuire i dati su più regioni, costruire sistemi ridondanti, spostare parte dell’infrastruttura fuori dalle aree più esposte, creare “data embassies” in Paesi più sicuri. Ovviamente sono soluzioni costose, che rendono gli investimenti meno sostenibili, o banalmente meno appetibili.

Per anni il Golfo ha costruito la propria ricchezza su infrastrutture fisiche esposte, come pozzi, raffinerie, oleodotti. Storicamente questi sono bersagli sensibili, da difendere con misure di sicurezza ad hoc. L’intelligenza artificiale doveva rappresentare una rottura con quel paradigma. Ma non è così.

Per anni si è dato per scontato che il cloud fosse, per definizione, immune agli attacchi fisici – o quasi. Adesso invece ci stiamo rendendo conto di quanto sia simile ad altre risorse fondamentali. Dall’inizio del conflitto le attenzioni del mondo sono concentrate sullo Stretto di Hormuz, uno dei principali chockepoint globali da cui transitano non solo petrolio e gas. Ma da lì passano anche cavi sottomarini da cui dipende una parte significativa del traffico dati globale. Un data center senza connettività serve a poco: e questo significa che la vulnerabilità non riguarda solo le strutture fisiche, ma l’intera rete che le attraversa.

A rendere il problema ancora più complesso è la scala degli investimenti in corso. Secondo diverse stime, l’infrastruttura globale necessaria a sostenere l’intelligenza artificiale richiederà migliaia di miliardi di dollari nei prossimi anni. Una parte significativa di questa espansione riguarda proprio il Golfo, che ha puntato sulla combinazione di energia abbondante e capitale sovrano per attrarre hyperscaler e startup. Questa concentrazione è il cuore del nuovo modello economico, ma anche ciò che lo espone di più.

La risposta più immediata è quella di distribuire il rischio. Non affidarsi più a un singolo grande data center, ma replicare i dati in più regioni, costruire architetture decentralizzate, diversificare le sedi. In teoria, è la soluzione più solida. In pratica, è anche la più costosa e complessa: richiede più infrastrutture, più energia, più coordinamento. E introduce inefficienze che il settore tecnologico ha sempre cercato di evitare.

Resta però un punto fondamentale. Più l’intelligenza artificiale diventa centrale per l’economia e per la sicurezza, più le sue infrastrutture diventano obiettivi sensibili. E più si intrecciano con funzioni militari, più perdono la protezione implicita che le accompagnava quando erano percepite come strutture puramente civili.

È un passaggio che segna un prima e un dopo. Non solo per il Medio Oriente, ma per l’intero sistema tecnologico globale. Perché quello che sta emergendo nel Golfo è, in fondo, un’anticipazione di ciò che potrebbe accadere altrove: la trasformazione del cloud da piattaforma invisibile a terreno di scontro.

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