Il Sì rafforza il giudice e il processo rispetto all’invadenza mediatica del Pm

In nessun Paese d’Europa c’è una così incombente presenza della giustizia nella scena mediatica come in Italia. Per alcune frange minoritarie dei magistrati – non certo la maggioranza di quelli che amministrano quotidianamente e in silenzio la giustizia – la funzione giudiziaria è intesa come una specie di vigilanza e contropotere in nome di generici valori costituzionali, quando non direttamente di valori etici sostenuti da un’interpretazione estensiva di norme generali e speciali.
Nessuno ci fa più tanto caso, ma ci siamo abituati a una presenza mediatica ed extra processuale di alcuni pubblici ministeri che sono anche scrittori e opinionisti nei talk show.
Al protagonismo mediatico si aggiungono le affollatissime conferenze stampa e interviste su arresti e indagini che radicano la fase delle ipotesi di reato rispetto al processo nella percezione dell’opinione pubblica.
Ciò, del resto, va incontro a una richiesta di giustizia intesa come un sentimento collettivo e di massa che esaspera una volontà punitiva di chi appare colpevole e ciò in nome di una giustizia immediata senza troppi approfondimenti.
Il giustizialismo e la gogna durano da tempo nella storia, ma vi si è opposto il garantismo della civiltà liberale, oggi piuttosto in ombra in Italia.
Da noi, negli ultimi anni, si è andata affermando la figura del pm che si pone come interprete esclusivo delle buone intenzioni e paladino della lotta ai fenomeni: prima il terrorismo, poi la corruzione e naturalmente la mafia. Anzi, sulla mafia il lavoro diventa autonomo rispetto a quello dello stesso giudice, che rimane, giustamente ai margini, sconosciuto alle cronache e del quale poco si sa e si deve sapere in tv.
Sono funzioni e lavori del tutto diversi. Accusare non è decidere e il processo non è uno spettacolo, ma spesso una tragedia per il singolo e per aziende, coinvolte spesso a ragione, ma talvolta anche sulla base di più ampie crociate per varie istanze di giustizia sociale, ecologia e solidarietà.
Il giudice si occupa invece del caso concreto e della responsabilità del singolo ed è del tutto solo e isolato rispetto al frastuono della grancassa mediatica e alle ben scelte spigolature sui giornali del pm che influenzano il pubblico e precedono la sentenza col giudizio mediatico.
Non c’è neanche bisogno di citare il caso Tortora, perché la gogna e le conferenze stampa continuano tranquillamente ed è grave che l’Anm si sia scelto come frontman della campagna proprio Nicola Gratteri, noto per centinaia di cittadini trascinati in carcere e poi, dopo anni, riconosciuti innocenti. Il sacrificio del diritto di questi ultimi poco conta rispetto alla bandiera “antimafia” nella quale Gratteri avvolge il proprio protagonismo con tanto di eroiche rubriche fisse in tv.
La riforma, con buona pace degli allarmi, rafforza il giudice e il processo e limita il giustizialismo della frangia, assolutamente minoritaria, di pm lottatori che spesso prevalgono nel Csm, grazie alla propria notorietà.
La gente e anche i giornalisti devono avvertire, una buona volta, che le interviste non sono il giudizio e che il pm non è il giudice. Quest’ultimo poi, non deve essere professionalmente valutato per la sua carriera, magari dopo una sentenza della mattina sfavorevole al pm, proprio da lui o dalla sua corrente, al pomeriggio nel consiglio giudiziario, per non parlare della valutazione nel Csm.
Per tale ragione, in linea del giusto processo di cui alla Costituzione vigente, si separa e deve essere ben chiaro che nei nuovi organi di valutazione professionale e disciplinare i magistrati, sono e rimarranno, un’ampia maggioranza. A proposito del Csm va ricordato che secondo la Costituzione, all’art. 105 esso l’organo deputato per «le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari dei magistrati». Il Csm, dunque, non è organo di rappresentanza elettoralistica, come ben si temeva nei lavori della Costituente, né terza Camera, bensì di Alta amministrazione. Il sorteggio, vera bestia nera delle correnti interessate al proprio potere, è una medicina per una patologia e depura i nuovi organi dalla degenerazione della lottizzazione sfrenata e ne porta al vertice quegli stessi magistrati normali che si occupano quotidianamente di giustizia e non più di professionisti ormai ben calibrati per nomine, spartizioni e scambio di indulgenze e spesso avvezzi a metodiche politiche.
Il sindacato dei magistrati si lamenta di non designare più i consiglieri negli organi di governo della magistratura, ma è ovvio che decidere delle carriere dei colleghi è più facile che risolvere un contenzioso societario o valutare un’ipotesi di concussione.
Separare dunque giudici e pubblici ministeri e ovviare al correntismo ha ben poco a che fare con rivoluzioni costituzionali – o peggio con scelte politiche di schieramento – e riguarda esattamente la civiltà giuridica serenamente radicata nelle altre democrazie europee, a parte Turchia e Bulgaria e qualche altra democratura.
Al proposito non si capisce proprio perché una tradizione riformista, sempre presente da Massimo D’Alema, Giuliano Vassalli, fino alle più recenti mozioni congressuali del Pd, debba essere mortificata da un interessato codismo rispetto al sindacato dei magistrati.
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