Il sistema internazionale soccombe all’unilateralismo della forza

Mar 6, 2026 - 01:30
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Il sistema internazionale soccombe all’unilateralismo della forza

Le democrazie sono imperfette. Litigiose. Lente. Ma sono l’unico luogo della storia in cui il conflitto non si risolve con le armi e con la violenza, ma con la parola che si fa dialogo. Questa forza è meno evidente, è più lenta, meno netta, e per questo nel marasma delle dittature che appaiono veloci, anche i nostri rappresentanti rinunciano a ciò che potrebbe salvarci: la permanenza del diritto di veto, in questo senso, a livello europeo e delle Nazioni Unite, è oggi la negazione strutturale della cultura democratica, che vive anche dell’accettazione della sconfitta d’essere minoranza.

Gli eventi di questi anni rendono impossibile un elenco esaustivo dei conflitti; basti pensare alle guerre di Putin dal 1999 a oggi, che comprendono Cecenia, Georgia e Ucraina; alle guerre in Afghanistan e Iraq; alla Siria e al terrorismo dell’Isis; alla guerra tra Israele e Palestina, con la presenza di organizzazioni terroristiche come Hamas, Hezbollah e gli Houthi, finanziate dall’Iran, oggi attaccato da Israele e Stati Uniti, fino al Sudan, senza dimenticare quanto accade in Sud America, in particolare il Messico, con la guerra interna contro i cartelli della droga e l’uccisione sistematica dei giornalisti.

Ma tutto questo non può lasciarci senza una riflessione seria sulla necessità di un reale cambio di paradigma e di un ritorno al punto nevralgico che deve guidare le scelte del futuro: i diritti umani non sono europei, occidentali o culturali. Sono universali.

Certo è che l’Unione europea, grazie ai suoi trattati e alle sue radici storiche, dall’Illuminismo alle costituzioni del secondo dopoguerra, ha costruito uno dei sistemi più avanzati di tutela dei diritti fondamentali. Ma proprio questa forza normativa rischia di trasformarsi in autoreferenzialità se non si traduce in responsabilità politica globale.

Per questo l’Unione Europea deve assumere la leadership nella costruzione di una Coalizione Internazionale delle Democrazie: non un blocco identitario, ma un’alleanza fondata sull’obbligo condiviso di riconoscere la giurisdizione penale internazionale, di superare la paralisi del veto e di affermare che il diritto deve prevalere sulla forza e l’intervento armato deve essere extrema ratio concordata a livello transnazionale, basti ricordare l’appoggio di Marco Pannella alla Nato nel 1999 intervenuta contro il regime di Slobodan Milosevic per fermare il massacro in atto.

Nel cosiddetto vecchio continente è diffusa questa consapevolezza? Siamo pronti a fare i passi avanti necessari? Francia e Regno Unito (membri del Consiglio di Sicurezza Onu) hanno votato favorevolmente al piano di pace proposto da Trump per Gaza e accolto favorevolmente il Board of Peace tramite risoluzione Onu, creando un precedente pericolosissimo per il sistema multilaterale a livello mondiale. Tant’è che la risoluzione 2803/2025 votata in novembre è oggetto di dibattito giuridico, in quanto si potrebbe configurare la violazione degli articoli 1, 2, 24, 52 e 54 della Carta delle Nazioni Unite.

La domanda ritorna: ne siamo consapevoli? Esistono differenze profonde tra conflitti regionali, guerre per procura, operazioni contro attori non statali e l’invasione su larga scala di uno Stato sovrano e democratico da parte di un altro Stato membro permanente del Consiglio di Sicurezza. L’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa non è una guerra come le altre: è un attacco diretto all’ordine internazionale fondato sulla Carta delle Nazioni Unite, al principio di integrità territoriale e alla possibilità stessa che le controversie tra Stati vengano risolte senza la forza. Quell’evento ha aperto una falla che rischia di travolgere tutto.

Una vittoria russa in Ucraina non chiuderebbe il conflitto: lo sposterebbe più a ovest. Moldova e Georgia sono già sotto pressione. I Paesi baltici e la Polonia subiscono da anni operazioni ibride, cyberattacchi, intimidazioni militari. Per questo, al netto di ogni discussione sulle incoerenze occidentali, va respinta al mittente la retorica del Cremlino sulle presunte violazioni del diritto internazionale: è la Russia ad aver scatenato la più grave guerra di aggressione in Europa dal 1945, invadendo un Paese sovrano e democratico.

Non tutti i conflitti presentano la stessa natura giuridica. E confonderli significa indebolire proprio il principio che vogliamo difendere.

In questo senso, un’Organizzazione internazionale delle democrazie eleverebbe i diritti umani a cardine dell’ordine globale, sottraendoli alla discrezionalità delle potenze e alla paralisi del veto. Perché la vera alternativa non è tra Oriente e Occidente, tra blocchi o alleanze. È tra il diritto della forza e la forza del diritto; è tra dittature, teocrazie, democrature, oligarchie e lo stato di diritto, la separazione dei poteri e la laicità che sono i pilastri di una democrazia liberale e libera. Se le democrazie non avranno il coraggio di organizzarsi per affermare i propri valori non sapranno nemmeno difendere loro stesse.

I punti interrogativi che abbiamo davanti per procedere in questo percorso sono almeno due e sono enormi. Il primo riguarda il voltafaccia degli Stati Uniti di Donald Trump che con ogni evidenza sono divenuti motore di un confronto internazionale basato esclusivamente sulla forza militare e sulla convenienza.

Il secondo riguarda la fragilità delle democrazie europee che potrebbero presto portare al governo leader e partiti profondamente antieuropei o addirittura antidemocratici colpiti come sono dalla guerra ibrida di Mosca.

Ma l’alternativa non può essere, per noi di Europa Radicale, l’inerzia o l’inazione di fronte alle difficoltà. Lottiamo per costruire diritto e diritti, per dare corpo al metodo nonviolento come alternativa, e vogliamo su questo coinvolgere governi e parlamenti. Senza una nuova struttura internazionale che metta assieme chi crede fermamente nella democrazia e nello stato di diritto, nella prevalenza del diritto internazionale, ci troveremo giocoforza immersi e soffocati dal nuovo ordine mondiale. Non una bella prospettiva.

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