Il futuro dell’Iran dipenderà più dalla società civile che dagli attacchi esterni

Mar 6, 2026 - 01:30
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Il futuro dell’Iran dipenderà più dalla società civile che dagli attacchi esterni

L’attacco congiunto all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti delinea uno scenario molto complesso, all’interno del quale analisi e valutazioni non possono essere esaustive, almeno in questa fase. Oggi ci troviamo in una situazione differente e ben più preoccupante di quella della guerra dei dodici giorni del giugno dello scorso anno. L’uccisione della guida suprema Ali Khamenei, uno dei dittatori più longevi e sanguinari della storia, è però intanto una grande notizia, non solo a livello di obiettivo effettivo, che indica un successo di per sé, ma in particolare per la valenza simbolica e significativa che si porta dietro e alimenta.

Che sia scomparso l’ayatollah, leader politico-militare e religioso, erede dell’imam Khomeini e depositario di quell’indirizzo culturale figlio della rivoluzione islamista, che ha condannato e condanna generazioni di milioni di iraniani a vivere, da più di quarantacinque anni, senza libertà e nella paura, è un frangente importante. Necessario, ma non ovviamente altrettanto sufficiente per una transizione laica verso un qualche modello di emancipazione per il popolo persiano. Tutto il mondo libero e democratico dovrebbe esserne soddisfatto, dopo essere rimasto tiepido durante le terribili repressioni di gennaio, che hanno ucciso migliaia di civili in protesta contro il regime.

Era già allora, infatti, che le leadership occidentali avrebbero dovuto esprimere maggiore sostegno – e, nelle società civili, una più forte condanna delle carneficine in atto – a partire dall’Italia. Tornando all’attualità, in sostanza la morte di Khamenei non significa in ogni caso caduta della repubblica islamica, nonostante questa si ritrovi indebolita. Khamenei aveva infatti nominato, in ogni settore del regime, molteplici strati di successori, in maniera tale da renderlo in grado di resistere a impulsi interni ed esterni, che non si sono però mai verificati simultaneamente con così tanta robustezza.

La diffusione di orribili carnefici ideologizzati come i pasdaran è comunque ancora elevatissima, con un potere articolato in strutture così capillari da poter proseguire anche in assenza della guida suprema: un regime stratificato, dunque, dove esistono ancora duecentomila guardiani della rivoluzione a tenere in ostaggio strade e città. Tema centrale, ora, è composto da dubbi e scetticismi più che leciti, legati al fatto che due leader come Donald Trump e Benjamin Netanyahu possano effettivamente garantire sicurezza e stabilità per gli iraniani.

Esigenze di immediatezza e racconto delle cose del mondo impongono una cronaca costante, ma ci vuole equilibrio nelle analisi, senza cedere alla facilità di spingere sull’onda dell’emotività: da un lato celebrando la liberazione «totale» dell’Iran e la fine della teocrazia, esaltando l’intervento esterno; dall’altro dando spazio alla retorica condita da antioccidentalismo, appellandosi continuamente alla critica verso l’imperialismo americano, inteso in chiave storica.

Dal punto di vista tecnico e strategico, i servizi americani e israeliani giocano la partita a livello di centri di comando, nevralgici per la gestione del potere – e delle repressioni – in Iran. L’operazione Usa-Israele resta, comunque, difficile da sostenere e difendere per tutti i sinceri democratici fautori delle società aperte. Quello che emerge è soprattutto un grande problema, un dilemma di day-after strategico, nell’impraticabilità di cogliere se Donald Trump, come Benjamin Netanyahu, abbiano previsto i passaggi per un possibile cambio di regime e, se sì, in quale forma.

Il realismo applicato alle relazioni internazionali è dannoso, perché valuta esclusivamente i risultati che produce, addirittura a discapito del diritto internazionale, mentre è chiaro, invece, che dovrebbero esistere dei paletti. Da qui l’importanza dei valori, fuor di relativismo, per una concettualizzazione di principi utili e giusti per una convivenza pacifica dell’ordine internazionale e al suo interno.

Allo stesso tempo, e con ciò detto, discutiamo del Paese-regime centro organizzativo e finanziario delle centrali terroristiche ed eversive in Medio Oriente, partner, e forse direttore strategico, di gran parte delle autocrazie mondiali, che vìola costantemente quello stesso diritto internazionale da decenni, senza inoltre mai dare garanzie sul proprio programma nucleare. Il principio di non ingerenza, e quindi il fulcro delle norme internazionali, è condizionato da una dovuta reciprocità e da quel che effettivamente si compie, come azione e in quanto a volontà: altrimenti finisce per scadere in una superficiale finzione multilaterale.

Ad oggi, l’operazione in Iran si incastra, con i suoi effetti, anche in una cornice di indebolimento della stessa Russia putiniana. L’autocrazia del Cremlino ha infatti visto ridimensionarsi, in successione, importanti alleati: dalla caduta di Bashar al-Assad in Siria, passando per Nicolás Maduro, fino appunto adesso all’Iran, che rimane in primo luogo fornitore numero uno dei droni Shahed utilizzati contro gli ucraini.

Certo è che questo intervento esterno rischia di condurre a una fase di conflitto regionale, nella quale siamo probabilmente già, coinvolgendo molti Paesi, come mostrano i continui attacchi iraniani contro gli Stati arabi del Golfo e della regione. Senza considerare le tematiche legate a un possibile domani composito di esposizioni su più vasta scala, complessità energetiche e sdoganamento di offensive in altri teatri.

Sul piano delle comparazioni, è importante sottolineare che quello iraniano è uno scenario molto più complicato del Venezuela, proprio a causa del radicamento teocratico e quindi degli «anticorpi» autoritari che contraddistinguono l’Iran islamista. Ma c’è qualcosa che li accomuna e parte dalle due cittadinanze: ascoltare le opinioni pubbliche coinvolte diviene, in scenari simili, uno dei più efficaci esercizi di comprensione.

Le emozioni nelle teste e nei cuori degli iraniani sono sovrapponibili a quelle del popolo venezuelano nel giorno della cattura di Maduro. Insieme alla grande soddisfazione per la scomparsa di Khamenei esiste, al contempo, negli iraniani altrettanta preoccupazione per la guerra e per le questioni che si aprono: sopra la positività dell’urto alla teocrazia islamista si addensano nubi su ciò che potrà accadere.

Gli iraniani non festeggiano il futuro, che non sanno cosa riserverà, ma l’allegorica fine di un potere. Questo fa il paio con la caducità della contemporaneità, che porta a ridurre, nel qui e ora, persino l’impazzita e incalcolabile politica internazionale odierna, e addirittura guerra e forme di resistenza.

Nell’impossibilità di prevedere, ma anche nella difficoltà oggettiva e contingente di esprimere ragionamenti e impatti di medio-lungo periodo, il ciclo storico che viviamo non può permettersi di non appellarsi almeno alla speranza. L’auspicio ottimistico è che in Iran, nella società civile dell’Iran, che ci ha abituati alla forza e al coraggio e che ha ancora tanto da insegnare a noi occidentali, possa emergere, dalle ferite, una nuova e strutturata classe dirigente, intergenerazionale per sofferenze e soprusi, dotata di visione e magari pure in grado di esprimere quel protagonismo femminile – tutto fuorché di facciata – nel solco di «Donna, Vita, Libertà», capace di disegnare il necessario passaggio di trasformazione e sviluppo.

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Redazione Redazione Eventi e News