Trump vuole usare i curdi per far cadere l’Iran, ma l’America li ha già traditi altre volte

Le milizie curde iraniane avrebbero iniziato un’offensiva nel nord-ovest del Paese con l’obiettivo di scatenare un’insurrezione popolare. Lo ha comunicato un funzionario dell’amministrazione Trump e la notizia, se confermata, farebbe seguito alle indiscrezioni riportate dalla stampa americana, ma anche dal Times of Israel, secondo le quali Donald Trump sarebbe intervenuto in prima persona per assicurare il suo appoggio. Già domenica il presidente avrebbe parlato al telefono con Masoud Barzani e Bafel Talabani, leader delle principali fazioni curde irachene che controllano i territori al di là del confine da dove far partire l’azione di terra.
Cinque giorni dopo l’inizio dei bombardamenti e nonostante l’uccisione di Ali Khamenei e di altri 48 alti dirigenti, il regime non è crollato e l’Iran ha risposto con droni e almeno 170 missili balistici, colpendo le monarchie del Golfo, ma anche Arabia Saudita, Giordania, una base britannica a Cipro e soprattutto le città israeliane.
È evidente agli analisti che, al momento, l’assenza di forze di terra lascia all’Iran la possibilità di reggere e riorganizzare le strutture di comando. Da questa valutazione e dalla ferma volontà degli americani di non intervenire con proprie truppe sarebbe nata la soluzione curda, anche se la Casa Bianca adesso smentisce il proprio coinvolgimento e parla di migliaia di curdi iraniani rifugiati da anni in Iraq che avrebbero deciso in autonomia un’azione armata. Appare sempre più evidente, però, che l’amministrazione Trump avesse immaginato la possibilità di riproporre in Iran “il modello Venezuela” , cioè la sostituzione di Khamenei con qualcuno interno al regime ma più duttile e sensibile agli interessi di Washington. Opzione che, al momento, non si è concretizzata.
Trump avrebbe parlato anche con Mustafa Hijri, presidente del Partito democratico del Kurdistan iraniano (KDPI) e le soluzioni prese in considerazione sarebbero state due. Nella prima le forze curde, col supporto logistico americano e israeliano, attaccherebbero le forze di sicurezza iraniane per tenerle impegnate, rendendo più facile l’insurrezione della popolazione nelle grandi città a maggioranza curda sunnita come Javanrud, Ravansar, Paveh e focolai delle passate ribellioni. Nella seconda, riportata dalla Cnn, i curdi si impadronirebbero del nord dell’Iran, creando una “zona cuscinetto”, in attesa di poter avanzare.
Già sei giorni prima del blitz sull’Iran, cinque dei movimenti politici curdi avevano costituito la Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano (CPFIK), forse preavvertendo quel che stava per succedere, forse già “avvicinati” dall’intelligence americana, ma alla conta spicciola le forze che sarebbe possibile schierare restano esigue. Senza trascurare il fatto che la popolazione curda iraniana è frammentata, suddivisa tra sunniti (circa il 60%), sciiti (30-35%) e minoranze religiose come gli yarsani o linguistiche (kurmanji, sorani, gorani, fayli).
Una stima ha provato a farla il Combating Terrorism Center di West Point e si tratterebbe di un numero tra i cinquemila e gli ottomila combattenti. La maggiore spina nel fianco dell’esercito iraniano sarebbe rappresentata dal Pjak guidato da Peyman Viyan, gemello del Partito dei Lavoratori del Kurdistan presente in Turchia, con forze che hanno acquisito esperienza sul campo in Siria e Iraq. Le sue fila, però, sono state decimate da un decennio di combattimenti e, particolare non trascurabile, si tratta dell’unico dei cinque partiti della coalizione designato come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti per i suoi legami con il Pkk.
Altro impedimento da non sottovalutare è che, qualsiasi tentativo di armare i gruppi curdi iraniani, richiede il sostegno di quelli iracheni, sia per il rifornimento di armi sia per l’uso dei territori di confine come base di appoggio. Anche se le truppe Usa sono presenti da almeno vent’anni nella zona, prima con l’operazione Iraqi Freedom e dopo con la guerra sporca all’Isis: a Erbil, la capitale della regione autonoma del Kurdistan iracheno, hanno due basi e mantengono persino un consolato.
Infine, e non è poco, il governo di Bagdad non ha ancora dato il suo assenso e il timore di essere coinvolti nel conflitto è giustificato: diverse milizie sciite filoiraniane sono integrate nell’esercito, ieri il Paese ha subito un blackout totale e l’ambasciata Usa ha chiesto ai connazionali di «lasciare l’Iraq immediatamente».
Nell’attesa molto è già accaduto sul confine. I pasdaran nei giorni scorsi hanno lanciato droni e razzi contro gli insediamenti del Pdki e del Pak, due dei partiti della neonata coalizione e di contro anche Israele si è mossa nella zona con bombardamenti mirati, secondo gli analisti proprio per preparare il terreno ai curdi.
Non sono mancate le resistenze tra i funzionari dell’amministrazione Trump, basate sulla comprensibile diffidenza dei curdi. Non hanno dimenticato che nel 2019 proprio Trump ordinò il ritiro delle forze americane dalla Siria, esponendo i curdi siriani agli attacchi dei turchi e ancora prima, nel 1991, dopo aver incoraggiato la rivolta sciita e curda contro Saddam Hussein, George Bush fermò l’avanzata verso Bagdad, lasciando che il regime li massacrasse.
Infine, è da tenere in conto anche la posizione della Turchia di Erdogan. «Il coinvolgimento dei curdi sarebbe una grande preoccupazione per i partner di Washington nella regione, in particolare per la Turchia e la Siria, e un grosso problema anche per l’Iraq» ha detto Neil Quillian, esperto di questione curda per il think tank Chatham House, ad Al Jazeera.
I report della Cia, secondo alcune fonti, mostrerebbero scetticismo sull’effettiva capacità dei curdi iraniani di mobilitare la popolazione e dal punto di vista militare si troveranno ad affrontare un nemico fiaccato, ma pur sempre con 120.000 effettivi, più le Forze Basij. Anche il Center for Strategic and International Studies ha osservato che aprire un fronte terrestre richiede una catena logistica, una struttura di comando integrata e la totale disponibilità del governo iracheno.
Quel che è certo è che il regime iraniano non è crollato e che la scommessa curda è una carta sul tavolo di Trump. Ma è anche una carta che Washington ha già bruciato in passato.
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