Iran e Stati Uniti concordano una tregua di due settimane: Hormuz riapre, esultano i mercati
Bruxelles – Niente attacchi. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ci ripensa: niente offensiva totale contro l’Iran. Al contrario, due settimane di tregua per cercare una soluzione al conflitto. La Casa Bianca avrebbe accettato un piano in 10 punti presentato da Teheran con mediazione del Pakistan, che Trump ha definito “una buona base di partenza” per un accordo da trovare in questi 14 giorni su principi tutti da verificare.
I 10 punti su cui costruire la pace
L’Iran chiede innanzitutto la fine definitiva delle ostilità, il che vuol dire pace duratura invece di tregua. Si chiede inoltre la garanzia di non essere più attaccati militarmente, da nessuno, Israele compreso. Proprio Israele viene inserito nel negoziato che si svilupperà da qui in avanti: il piano in 10 punti prevede che lo Stato ebraico ponga fine una volta per tutte alle sue operazioni anche in Libano. La misura si inserisce nella richiesta più ampia di stabilità regionale, volta al superamento di tutti i conflitti.
Viene ribadita la sovranità iraniana sullo stretto di Hormuz e il controllo dello stesso da parte di Teheran, con l’impegno al passaggio sicuro delle navi. Questo uno dei punti più sensibili dell’accordo: l’Iran imporrebbe una tassa di 2 milioni di dollari per ogni nave al passaggio nello stretto, dividendo gli introiti derivanti da questo pedaggio con l’Oman e utilizzando i proventi di Hormuz per la ricostruzione, invece di domandare riparazioni dei danni. Lo stretto intanto viene aperto al traffico per queste due settimane.
Israele e Stati Uniti compattano il mondo arabo-islamico, e l’UE sta a guardare
Ancora, richiesta di cancellazione di tutte le sanzioni primarie (beni esteri con componenti USA almeno al 10 per cento) e secondarie (tutte le misure di natura extra-territoriale USA). La Repubblica islamica inserisce tra le condizioni anche l’accettazione della comunità internazionale al diritto di arricchimento dell’uranio.
Il nodo Hezobollah e le armi nucleari
Gli Stati Uniti accettano di iniziare a ragionare alle proposte, che però portano con sé dubbi a cominciare dal programma di arricchimento dell’uranio. Comprensibile che l’Iran provi a rivendicare diritti per sé, ma da sempre la paura delle comunità internazionale che l’arricchimento dell’uranio porti Teheran a dotarsi di armi nucleari è il motivo di chiusura e rigidità nei confronti del Paese islamico. Difficile immaginare che si possano fare concessioni in tal senso. “Israele sostiene inoltre l’impegno americano per garantire che l’Iran non rappresenti più una minaccia nucleare, missilistica e terroristica“, le posizioni espresse dal governo di Israele.
Vero nodo di questo accordo è legato proprio allo Stato ebraico e al suo ruolo. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha fatto sapere di sostenere l’impegno per un accordo di pace con l’Iran, ma non con il Libano. Non per ora, almeno. “Il cessate il fuoco di due settimane non include il Libano“, le parole del capo di governo israeliano, deciso a utilizzare questo lasso temporale per continuare la propria offensiva contro Hezbollah, il gruppo bollato come ‘terrorista’ (e come tale riconosciuto anche dall’UE) e che secondo Tel Aviv sarebbe foraggiato proprio dall’Iran.
Esultano i mercati
Intanto i mercati festeggiano l’annuncio della tregua e la possibilità di un accordo, che allontana gli spettri di una crisi profonda, o quanto meno li rinvia: il petrolio torna sotto quota 100 dollari al barile, con il Brent che segna una flessione del 14 per cento e attestandosi a 93,9 dollari al barile. Crollano anche i listini del gas: i contratti Ttf ad Amsterdam, mercato di riferimento, segnano un -19 per cento, scendendo a 43 euro al megawattora. Euforiche anche le piazze affari di tutto il mondo: a Milano l’indice FTSE MIB guadagna il 3,74 per cento, e aumenti si registrano anche a Londra (+2,67 per cento), Parigi (+4,34 per cento) e Francoforte (+5,09 per cento). In rialzo anche le borse asiatiche: Torkyo guadagna il 5,42 per cento, Hong Kong il 3,1 per cento.
Buone notizie anche per quanto riguarda i titoli di stato: lo spread, il differenziale con il bund tedesco di riferimento, si riduce. Per l’Italia questo vuol dire che il BTP a 10 anni si colloca a 3,67 per cento (dal 3,99 di ieri). Il calo dello spread è indicatore di fiducia: gli investitori si mostrano meno preoccupati per l’andamento economico, in particolare quello legato all’inflazione.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




