La copertura mediatica globale del cambiamento climatico cala per il quarto anno consecutivo

Nel 2025, il terzo anno più caldo mai registrato sulla Terra, enormi incendi hanno distrutto interi quartieri di Los Angeles, un'ondata di caldo mortale ha ucciso più di 24.000 persone in Europa e potenti tempeste hanno provocato inondazioni catastrofiche nel Sud-est asiatico... Eppure, secondo il nuovo rapporto speciale “A Review of Media Coverage of Climate Change and Global Warming in 2025”, «Le questioni, gli eventi e gli sviluppi legati al clima hanno ricevuto una copertura meno frequente, attraverso temi politici, economici, scientifici, culturali, ecologici e meteorologici interconnessi rispetto agli anni recenti. In tutto il mondo, la copertura è diminuita del 14% nel 2025 rispetto all'anno precedente, il 2024, ed è inferiore del 38% rispetto all'anno di maggiore copertura, il 2021. Di fatto, la copertura del 2025 si colloca solo al decimo posto negli ultimi 22 anni in cui il team MeCCO ha monitorato la copertura del cambiamento climatico o del riscaldamento globale attraverso le fonti di informazione globali».
Il rapporto è stato pubblicato dal Media and Climate Change Observatory (MeCCO), un’iniziativa fondata nel 2007 all’università di Oxford e che dal 2007 è ospitata dal Cooperative Institute for Research in Environmental Sciences (CIRES) dell’università del Colorado – Boulder (UC) in partnership con lo SPIKE Center for Sustainability Education, che monitora e valuta la copertura mediatica dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale in 131 giornali, radio e televisioni di 59 paesi e 14 lingue, italiano compreso.
La copertura mediatica dei cambiamenti climatici è diminuita in tutte le regioni, ma il calo è stato è maggiore nella stampa di Africa, Medio Oriente, Nord America ed Europa ed è meno pronunciato nella stampa di Asia, America Latina e Oceania. Al MeCCO fanno notare che «A differenza degli anni precedenti, nel 2025 non è stato battuto alcun record mensile e in nessuna regione, nel volume di articoli che fanno riferimento a "cambiamenti climatici" o "riscaldamento globale". Solo a gennaio 2025 i giornali asiatici hanno battuto il record rispetto al gennaio degli anni precedenti. Il calo di dicembre è degno di nota, con il volume di copertura in Europa e Nord America che ha raggiunto livelli mai visti rispettivamente da agosto 2016 e febbraio 2018».
Max Boykoff, ricercatore CIRES e direttore esecutivo dello SPIKE Center, sottolinea che «Negli ultimi tre decenni e mezzo, il cambiamento climatico è diventato un'impresa ad alto rischio, di alto profilo e fortemente politicizzata che coinvolge scienza, politica, cultura, psicologia, ambiente e società. Le continue difficoltà politico-economiche e il consolidamento e la riduzione delle redazioni hanno contribuito a questa riduzione della copertura mediatica. Inoltre, con l'amministrazione Trump che inonda la sfera pubblica di notizie provenienti da ambiti diversi, lo spazio giornalistico per le notizie concorrenti è limitato».
Negli ultimi mesi, negli Stati Uniti, i giornalisti delle principali testate giornalistiche specializzati in climatologia sono stati quelli più sotto la scure dei tagli delle redazioni. A ottobre, CBS News ha licenziato gran parte del suo team dedicato al clima, a febbraio il Washington Post ha licenziato 14 giornalisti specializzati in climatologia, tra cui reporter, redattori e operatori video.
Eppure, era stato Philip Graham, lo storico presidente e direttore del Washington Post degli anni ‘50 e ‘60, a dire che «Le notizie sono una prima bozza di storia». Al MeCCO fanno notare che «Il nostro lavoro in corso è quindi di fatto una prima bozza di storia, mentre monitoriamo ed esaminiamo la copertura mediatica del cambiamento climatico nel tempo. Nel contesto delle ultime notizie, della nuova intelligenza artificiale algoritmica e di un turbinio di eventi, sviluppi, problemi e sfide che competono per la nostra attenzione, questa retrospettiva può aiutarci a ricordare, riflettere e imparare da ciò che è emerso nella copertura mediatica del cambiamento climatico nell'ultimo anno».
Boykoff avverte che «Il calo della copertura mediatica avrà un impatto sulla comprensione da parte dell’opinione pubblica. In genere, le persone non iniziano la giornata con una tazza di caffè e l'ultimo articolo di una rivista scientifica peer-reviewed. Piuttosto, si rivolgono ai media – televisione, giornali, radio, social media – per capire come la scienza e le politiche potrebbero avere un impatto sulla loro vita quotidiana. Questa realtà guida il lavoro di MeCCO nel monitorare la copertura mediatica del cambiamento climatico in tutto il mondo e indagare come la copertura del cambiamento climatico influenzi i consumatori dei media. Quando i media non riescono a coprire queste urgenti questioni climatiche in modo approfondito e accurato, le persone potrebbero non rendersi conto di come il cambiamento climatico influenzi la loro vita quotidiana, i loro mezzi di sussistenza e i loro problemi».
Infatti, mentre declina la copertura mediatica sul clima le emissioni di combustibili fossili hanno raggiunto nuovi massimi in ciascuno degli ultimi quattro anni. Come ricorda Yale Environment 360 «Gli ultimi tre anni sono stati i più caldi mai registrati, con temperature superiori di circa 1,5° C rispetto all'era preindustriale. Oltre gli 1,5°C di riscaldamento, gli scienziati affermano che la Terra corre un rischio maggiore di superare punti di non ritorno critici, dal blocco delle correnti atlantiche al deperimento della foresta pluviale amazzonica, che accelererebbe ulteriormente il riscaldamento».
Chris Mooney, giornalista climatico e ricercatore dell’università della Virginia, scrive in un post sul calo della copertura mediatica del cambiamento climatico: «Non è cambiato nulla di importante nella scienza. Ma credo che ci sia solo stanchezza, che riflette in parte l'incapacità, a livello nazionale e globale, di mostrare progressi significativi sulla questione».
Mooney aveva già evidenziato anche un altro aspetto: «L'attuale era di sconvolgimento mediatico ha fatto sì che sempre più contenuti influenti siano online e sui social media, o siano prodotti da creators piuttosto che da giornalisti tradizionali. Ma questi contenuti non vengono misurati con questo metodo [di MeCCO]. Come ho già scritto in precedenza, le aree di crescita per la copertura climatica in questo momento tendono a essere più specializzate o focalizzate a livello locale, e spesso si tratta di iniziative non-profit. In altre parole, fonti che non verrebbero selezionate in questa ricerca».
Ma Boykoff ha ribattuto che i giornali restano un indicatore molto rilevante: «Sono ancora loro a stabilire l'agenda politica, o a rifletterla, per la maggior parte del tempo. E’ ancora considerato un modo per tenere traccia delle notizie del giorno». Di fronte a questi dati che mostrano una scissione tra il rapido acuirsi della crisi climatica e la copertura mediatica, CU Boulder Today, il giornale all’università del Colorado, ha chiesto a Boykoff: «In quali altri modi gli scienziati possono raggiungere le persone che potrebbero venire a conoscenza dei problemi legati al cambiamento climatico solo attraverso i notiziari?» Il ricercatore ha risposto: «Esistono molti modi in cui gli scienziati possono comunicare in modo creativo e connettersi con diversi settori della società. Possono migliorare l'istruzione e l'alfabetizzazione, mobilitare sforzi di advocacy più efficaci, aumentare la consapevolezza su scala individuale e collettiva, stimolare cambiamenti comportamentali e promuovere un cambiamento culturale. Attraverso video, teatro, danza e scrittura, gli scienziati possono avvicinare un pubblico nuovo e più ampio al cambiamento climatico, attingendo a modalità di apprendimento esperienziali, emotive, viscerali ed estetiche che vanno oltre la comunicazione tradizionale».
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