La divisione cronica dell’opposizione sulla politica estera fa vincere facile Meloni

Per il cosiddetto campo largo le regole della politica bastano fino a un certo punto, come diceva Antonio Tajani sul diritto internazionale: serve la psicanalisi. La politica imporrebbe di sfidare il governo con una posizione unica; il campo largo invece, ogni volta, chiama il governo in Aula, dove la maggioranza si presenta con una mozione unitaria e l’opposizione con quattro. Al voto perderebbe comunque, ovvio, ma farebbe una figura migliore. Che eviterebbe l’eterna ritorsione polemica: «Se foste al governo, sulla politica estera cadreste ogni cinque minuti». Agli italiani, che peraltro seguono con noia il dibattito politico, si restituisce una permanente immagine di litigiosità. Che non è nemmeno solo sui contenuti: è frutto di una congenita, malata voglia di apparire. Questo accade ogni volta.
Così anche ieri quattro mozioni: Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza verdi e sinistra e centristi. Sulla guerra i centristi sono meno duri contro l’operazione scatenata da Benjamin Netanyahu e Donald Trump di quanto non lo siano gli altri tre. Tra questi tre, che sono d’accordo sul no all’uso delle basi, Giuseppe Conte ha voluto riproporre la sua contrarietà alle spese per l’Ucraina, che il Pd invece accetta, soprattutto grazie alla resistenza dei riformisti. A quel punto, liberi tutti: anche Avs ha presentato un suo testo.
È tutto posizionamento politico. Da parte di Conte è propaganda anti-armamenti. Il Pd sta in mezzo. L’opposizione incassa l’impegno di Giorgia Meloni a essere consultata sulla crisi in atto nel Golfo, con una certa soddisfazione dei riformisti e lo scetticismo degli schleiniani. A Conte non interessa affatto, anzi: sedersi al tavolo con la presidente del Consiglio contraddirebbe l’operazione di impersonare la parte del Pedro Sanchez italiano. E soprattutto non vuole restare impigliato in una consultazione bipartisan. Se il gioco si facesse duro davvero, con che faccia farebbe le sue manifestazioni dopo aver partecipato a un tavolo con Meloni? E se domani succedesse qualcosa di grave, che direbbe Pedro Conte?
Dall’altra parte si è saldata un’intesa tra renziani, calendiani, libdem e +Europa. Nella mozione si fa riferimento a Mario Draghi – nostalgia canaglia – e si chiede che il governo segua le sue raccomandazioni. Si chiede una «de-escalation», un «rafforzamento del rapporto con la Nato» e di rinnovare «il sostegno politico, economico, umanitario e militare all’Ucraina, in coordinamento con l’Ue e gli alleati».
Un piccolo fatto politico è che Matteo Renzi, Carlo Calenda, Luigi Marattin, Benedetto Della Vedova e Pier Ferdinando Casini abbiano trovato un punto di convergenza. Non succede tanto spesso. Ma alla fine il quadro complessivo delle opposizioni è un guazzabuglio, il solito amalgama non riuscito: un gioco a scacchi, un susseguirsi di prevedibili finte e controfinte, come una vecchia ala destra degli anni Sessanta.
Di fronte alla colonna di fumo alzata dalla presidente del Consiglio – sto con Trump, ma non sto con Trump – l’opposizione non usa l’idrante della chiarezza, ma incespica nelle sue contraddizioni. Si vede drammaticamente che non c’è una leadership – questo è il problema – perché, se ci fosse una leadership, ci sarebbe anche un principio d’ordine, una regìa, un senso a questa vita. Sembra rendersene conto persino Conte, l’uomo che finora ha rallentato tutto. In queste condizioni c’è chi comincia a stufarsi.
Da molto tempo Marianna Madia è in rotta di collisione con la linea della segretaria del Pd. Ieri alla Camera ha firmato la mozione dei centristi: un chiaro segnale di avvicinamento a Italia Viva. Non era passata inosservata la sua presenza all’ultima assemblea nazionale del partito di Matteo Renzi. Non risulta che abbia avuto un confronto con Elly Schlein. Si intuisce che abbia la valigia in mano: Madia, esponente di primo piano del Pd in tutti questi anni, è stata anche ministra. Dopo l’europarlamentare Elisabetta Gualmini, forse un’altra riformista sta per salutare il Nazareno. E non è detto che finisca qui.
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