La crisi in Medio Oriente può rafforzare l’asse tra Europa e monarchie del Golfo

Stefania Craxi, presidente della commissione Affari esteri e difesa del Senato, in che modo introdurre misure utili a contrastare il rialzo dei prezzi e la crisi energetica che potrebbe originare dalla guerra in corso in Medio Oriente?
È necessario intervenire su più livelli. Sul piano geopolitico, è essenziale lavorare per una rapida cessazione del conflitto e per la stabilizzazione dell’area, riducendo la minaccia iraniana e garantendo la sicurezza delle rotte energetiche internazionali. In questa prospettiva, l’Italia deve sostenere e valorizzare il ruolo delle missioni marittime Aspides e Atalanta, fondamentali per proteggere le rotte commerciali e assicurare continuità alle catene di approvvigionamento, promuovendone un eventuale rafforzamento se richiesto dagli sviluppi sul terreno. Questo elemento chiama in causa il secondo piano, quello europeo, dove occorre una risposta coordinata, rafforzando gli acquisti congiunti e gli strumenti comuni di stabilizzazione dei mercati. Infine, sul piano interno, dobbiamo impedire ogni forma di speculazione – in particolare sui carburanti, già in forte e spesso ingiustificato aumento – e predisporre, cosa per cui si sta lavorando, un intervento che riguardi anche le accise per sostenere famiglie e imprese con interventi mirati per proteggere il potere d’acquisto e salvaguardare il sistema produttivo. Tra l’altro, ricordo che con il cosiddetto decreto bollette il governo era già intervenuto con un contributo aggiuntivo per i nuclei vulnerabili e con nuovi sconti in bolletta per il sistema produttivo. Si tratta, quindi, di rafforzare in questo momento di crisi le misure e implementarle ove possibile.
La scelta deliberata dell’Iran di attaccare i Paesi arabi potrà contribuire a modificare l’approccio alla politica internazionale di quest’ultimi, a guerra conclusasi, con una più netta e meno ondivaga adesione al fronte geopolitico euro-atlantico?
La scelta iraniana di colpire obiettivi situati in Paesi arabi non modifica nella sostanza l’impianto delle relazioni internazionali di questi Stati, che già da tempo intrattengono un rapporto strutturato e sempre più intenso con il mondo euroatlantico. Con le loro peculiarità, molti di questi Paesi sono nostri partner affidabili, non solo sul piano energetico. Tuttavia, è evidente che questi attacchi, formalmente diretti contro basi americane, ma condotti su territori del Golfo, rendono ancora più visibile la principale linea di frattura del conflitto che caratterizza il mondo islamico, ossia quella tra il blocco sciita guidato da Teheran e l’insieme delle realtà sunnite della regione. Anche qui, il blocco di infrastrutture strategiche dei Paesi del Golfo, oggi al centro di attacchi da parte del regime teocratico iraniano, rappresenta una minaccia non solo contro l’Occidente, ma anche contro gli stessi Stati arabi moderati, toccati in prima persona nella loro sicurezza e nelle loro reti energetiche. È dunque verosimile che, a conflitto concluso, queste dinamiche possano rafforzare ulteriormente la convergenza strategica tra le monarchie del Golfo e il fronte euro‑atlantico, più che determinarne una svolta. Ci attende il consolidamento di una cooperazione già profonda con questi Paesi, sempre più indispensabile per garantire stabilità regionale e sicurezza globale.
L’Iran potrebbe davvero utilizzare i missili a lunga gittata in propria dotazione per provare a colpire il territorio italiano? Siamo pronti militarmente e politicamente a contrastare un simile scenario?
L’Iran dispone effettivamente della tecnologia necessaria per impiegare missili a lunga gittata e questo elemento non può essere sottovalutato. L’attacco nasce anche da questo, dalla indisponibilità di Teheran, emersa nei colloqui nei giorni antecedenti all’attacco, di rinunciare a tale armamento. Resta tuttavia fondamentale confidare che a Teheran nessuno decida di intraprendere scelte così estreme da colpire il territorio italiano o europeo. Il recente episodio dei due missili intercettati nello spazio aereo turco dalle difese della Nato conferma la gravità della situazione, mostra con chiarezza la natura del regime degli ayatollah e anche la natura dichiaratamente difensiva della Nato e il senso di responsabilità, a dispetto delle tante vulgate di questi mesi, con cui l’Alleanza sta affrontando questa crisi. È importante ribadirlo perché la Nato, troppo spesso giudicata sulla base di narrazioni superficiali e ideologiche, rappresenta invece la principale, la più seria e credibile garanzia di sicurezza per l’Italia e per l’Europa. La nostra appartenenza all’Alleanza è quella che ci consente, per rispondere alla seconda parte della sua domanda, di essere pronti anche a scenari estremi. Se non ne facessimo parte, come qualche forza politica vaneggia anche in Italia, sarebbero guai, mi creda.
In che modo l’Italia, con gli alleati, può difendersi dal riacutizzarsi del pericolo attentati e infiltrazioni terroristiche anche sul proprio territorio, in virtù del ruolo che l’Iran esercita globalmente in sostegno al fondamentalismo?
Massima vigilanza, cooperazione internazionale e fermezza nel contrasto a ogni forma di estremismo. È questa la ricetta. E, proprio in virtù di ciò, dobbiamo proseguire sulla strada tracciata, mantenendo il livello massimo di coordinamento con gli alleati e rafforzando tutti gli strumenti di prevenzione. È indispensabile consolidare la cooperazione di intelligence e militare con Nato e Unione europea, intensificare il monitoraggio delle reti di radicalizzazione sul territorio nazionale, rafforzare i controlli alle frontiere e difendere le infrastrutture critiche con protocolli aggiornati e capacità operative adeguate. La minaccia è complessa, anche perché non riguarda un’unica matrice, neanche se guardiamo al solo terrorismo islamico. È vero, l’Iran ha sostenuto e continua a sostenere reti fondamentaliste, ma è altrettanto vero che, negli anni, anche altre realtà legate al mondo sunnita hanno alimentato radicalizzazione e sostenuto cellule, in Europa e ancor più in Africa, con finanziamenti ingenti.
Quanto la guerra ibrida condotta da regimi autocratici come Russia, Cina e lo stesso Iran impatta sugli equilibri e la sicurezza delle democrazie liberali? Come contrastarla?
Incide, e molto. E, purtroppo, è spesso sottovalutata, anche da chi meno te lo aspetti. È una minaccia continua, pericolosa perché spesso silente, perché combina numerosi fattori, tra cui disinformazione e strumenti di penetrazione sofisticati. È il terreno su cui i nostri avversari, gli avversari dell’Occidente, cercano di indebolire dall’interno i nostri sistemi aperti sfruttando le vulnerabilità tipiche delle società democratiche, tentando in questo modo di condizionare e orientare le scelte dei governi, chiamati giustamente al continuo confronto con il consenso popolare. Si tratta di un’offensiva continua, giornaliera, che combina cyber‑attacchi, pressioni economiche, campagne di disinformazione, ingerenze politiche e tentativi di manipolare il dibattito pubblico. L’obiettivo è sempre lo stesso: erodere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, frammentare il consenso, delegittimare la leadership democratica e ridurre la capacità di decisione. Per contrastare tutto questo, serve una risposta di pari complessità. Difesa cibernetica avanzata, contrasto organizzato alle campagne di disinformazione, protezione delle filiere strategiche e rafforzamento dell’autonomia europea nel quadro euro‑atlantico sono i pilastri indispensabili della risposta che dobbiamo mettere in piedi. Ma voglio sottolineare un aspetto. La forza delle democrazie non risiede solo nella capacità di reagire agli attacchi, ma nella loro determinazione a restare aperte, solide e unite, senza cedere alla manipolazione di chi punta a dividerle. In un mondo in cui il conflitto è sempre più invisibile, la vigilanza e la compattezza diventano il primo strumento di sicurezza nazionale. E su questo dobbiamo attrezzarci sempre più e meglio, come Italia e come Europa.
La Russia potrebbe sfruttare in proprio favore evoluzione ed esiti del conflitto in corso in Medio Oriente? Come evitare che ciò avvenga?
La Russia può certamente trarre vantaggio dalla crisi mediorientale. Banalmente perché, quando l’attenzione internazionale si sposta verso un nuovo epicentro di instabilità, il fronte orientale rischia di passare in secondo piano, e questo offre a Mosca maggiori margini. C’è poi un aspetto ancora più concreto. Il rialzo dei prezzi di petrolio e gas mette nuove risorse nelle casse del Cremlino, nonostante la narrativa ufficiale voglia far credere che l’economia russa sia solida e resiliente. In realtà, le sanzioni continuano a pesare, limitano investimenti, tecnologia e capacità produttiva. E anche il rapporto con la Cina, presentato come un’alleanza senza crepe, è molto meno agevole di quanto sembri, anche perché Mosca dispone sempre meno di vere alternative e si trova spesso a dover accettare condizioni sbilanciate pur di mantenere aperti i flussi energetici e commerciali. Per questo serve mantenere alta l’attenzione sul fronte ucraino e impedire che l’instabilità energetica rafforzi chi la usa come arma.
La presidenza Trump rappresenta ufficialmente un fattore di destabilizzazione tale per gli alleati europei da rendere catalogabili gli Stati Uniti un rischio strategico, e non più un alleato solido ed affidabile, per gli europei?
Assolutamente no. Gli Stati Uniti restano un alleato imprescindibile per l’Europa, indipendentemente da chi sia alla Casa Bianca. Certo, non condivido i toni che Trump utilizza, alcuni suoi stili e posizioni, ma non ho mai pensato, tanto più oggi, che l’America possa mai trasformarsi in un rischio strategico per noi. Dobbiamo prendere contezza che siamo di fronte a un’America diversa, non per effetto di un singolo Presidente, ma perché è cambiata la stessa geografia del mondo, con la competizione con la Cina e la centralità dell’Indo‑Pacifico che spingono Washington a guardare con più intensità ad altri quadranti. Questo richiede all’Europa maggiore maturità strategica. Trump, con modi spesso discutibili, ci mette di fronte a ritardi che non possiamo più ignorare, dalla difesa comune ai temi industriali. Anche la questione dei dazi nasce in un contesto globale in cui la capacità di essere autonomi conta sempre di più e muove dall’errore di aver fatto marcire nei cassetti un Trattato di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti. È un rapporto che va ridefinito con grande equilibrio, ma che resta ineludibile, centrale e insostituibile per entrambe le sponde dell’Oceano atlantico.
Il diritto internazionale, nella pratica più che negli auspici, potrà rappresentare ancora un punto cardine dell’approccio degli Stati alla politica estera. Oppure, la sua epoca è da considerarsi pur a malincuore terminata?
Il diritto internazionale non è venuto meno oggi. In realtà, non è più un vero punto cardine della politica estera americana già dagli inizi degli anni Novanta, quando si parlò esplicitamente di una fase unilaterale. Non è quindi una questione legata a un singolo presidente o a un colore politico, e non riguarda solo gli Stati Uniti. Dovremmo avere l’onestà di riconoscere che anche l’Europa, Italia compresa, non sempre ha agito nel solco più ortodosso del diritto internazionale. Vogliamo dimenticare gli attacchi alla Serbia di Slobodan Milošević o alla Libia di Muammar Gheddafi? E poi, in un quadro in cui chi è chiamato ad applicare queste regole (penso alle Nazioni Unite) è di fatto da tempo paralizzato, mi chiedo se rispetto ad alcune tragedie dovremmo restare inermi. L’attacco al regime teocratico è fuori dal diritto internazionale, ma la cancellazione di una intera generazione di giovani donne iraniane non lo è? E chi agisce? Serve serietà.
E quindi, che cosa fare?
Il punto è un altro, ed è molto più alto. Il sistema internazionale non è crollato perché è stato violato, ma perché non è più adeguato a governare i conflitti e le tensioni del nostro tempo. Parlare ancora di un diritto che tutti invocano e nessuno rispetta serve a poco, se non si interviene sulle fondamenta. La vera sfida è ricostruire un nuovo Ordine mondiale, capace di generare regole condivise e applicabili, e quindi di ridare linfa al diritto internazionale. Senza questo lavoro di rifondazione, continueremo ad assistere al paradosso più grottesco di questi mesi: autocrazie, che violano ogni regola, che chiedono il rispetto del diritto internazionale, un capovolgimento che dimostra quanto sia fragile il quadro attuale. Immaginare il mondo di domani non è un esercizio teorico. È una necessità urgente, perché siamo a un secondo dal punto di rottura, e quel secondo, a ben vedere, è arrivato.
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