Meloni barcolla senza cadere, e l’Italia resta bloccata e inconcludente

Davvero è cambiata l’aria nel Paese? Di certo, a destra si sono messi paura: effetto referendum. Dal 23 marzo è stato un susseguirsi di errori, inciampi, dimissioni, gaffe e anche una spolverata di sfortuna imprevista. Giorgia Meloni ha barcollato, ma non è caduta, a differenza di vari ministri, da Carlo Nordio ad Adolfo Urso, solo per fare due nomi. Però nel suo restare in piedi, la presidente del Consiglio è risultata come impacciata nei movimenti e soprattutto incapace di cambiare marcia, di mettere in campo qualcosa di forte.
Certo non lo è il cosiddetto salario giusto, un po’ di incentivi alle aziende che assumono giovani – capirai che ideona –, la consueta misura spot per il Primo maggio. Quando invece il problema è difendere sul serio il potere d’acquisto, condizione per far ripartire i consumi, come ha spiegato Giorgio Gori su Linkiesta. Sulla crescita, invece, non c’è niente. Si cincischia a centrocampo, come dicevano i radiocronisti un tempo.
Non riescono nemmeno a mandare avanti la legge elettorale: le ragioni sono imputabili alla Lega, che non vuole la cancellazione dei collegi uninominali, e a Forza Italia, contraria a un premio forte e desiderosa di un risultato non chiaro, il famoso pareggio, che consentirebbe nuove alchimie politiche.
Riassumendo: Fratelli d’Italia è bloccata (non che prima fosse Usain Bolt…) e gli altri due, al massimo, fanno un lavorìo oscuro che contribuisce allo sfarinamento del centrodestra. In più, il fenomeno Roberto Vannacci erode consensi e infatti i sondaggi danno le coalizioni molto vicine, perché il centrodestra perde improvvisamente un tre per cento a vantaggio non del campo largo, ma di Futuro Nazionale, non perché il centrosinistra abbia fatto chissà quale balzo in avanti.
In questo quadro grigio per la maggioranza, il campo largo appare più coeso di prima, ma con i ben noti problemi di linea politica e di leadership, che i grandi capi non hanno intenzione di risolvere prima della ripresa di settembre, sempre che la situazione del governo non precipiti. Quanto al centro, che nei sondaggi non cresce, si è notato ieri il nervosismo di Luigi Marattin, che per quell’area potrebbe essere negativo.
Lo sbrindellamento del quadro politico, la sua mancanza di tenuta, l’incertezza e i conflitti dentro tutti gli schieramenti non fanno altro che alimentare la sensazione di un Paese senza bussola né punti di riferimento, nel quale gli episodi di violenza si moltiplicano: uno Stato debole è perfetto per qualunque mattoide, per gli intolleranti, per i saluti romani.
La politica è debole perché non c’è nessun partito, nessuna personalità in grado di dare una risposta alla crisi dello Stato e dell’economia. L’unico punto di tenuta è sempre e ancora il Quirinale.
È possibile, come in tutti i momenti peggiori della Repubblica, che vi siano ambienti che puntano a un indebolimento della figura del presidente della Repubblica per favorire una condizione di confusione massima. In questo senso, la vicenda della grazia a Nicole Minetti è stata costruita per creare un problema al Colle: da chi non lo possiamo sapere. Può solo venire il dubbio, sulla base dell’esperienza, che dietro la mistica del giornalismo d’inchiesta vi sia la solita cucina di polpette avvelenate, ivi comprese le denunce di Sigfrido Ranucci ai danni di Carlo Nordio, peraltro su una Tv concorrente della Rai.
Sono tutte cose già viste in questi decenni: governi deboli e manovre sporche. Da questo punto di vista, l’Italia non è cambiata.
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