La destra è fossile, per Salvini il Green deal è un «mostro ideologico»

Sono ciechi ma parlano anche troppo. Non vedono, non vogliono vedere che l’ennesima guerra in Medio Oriente ha provocato uno choc petrolifero di dimensioni planetarie. Le compagnie ‘fossili’, quelle del petrolio e del gas, stanno facendo extra profitti giganteschi sulla pelle della gente comune. Eppure le destre, non solo quelle italiane, non abbandonano ricette fallimentari che mettono a rischio l’equilibrio ecologico, oltre che i bilanci dei contribuenti. Dal palco di Milano, ad esempio, il leader leghista Matteo Salvini parla come se fosse un gioco da ragazzi il ritorno al nucleare e l’acquisto di gas russo. Due obiettivi illusori, non certo a portata di mano. Mentre in Germania è ripresa, con imponenti manifestazioni di piazza, la protesta contro le politiche energetiche del governo di centrodestra, che ha drasticamente ridimensionato le misure di contrasto al cambiamento climatico. Quel Green deal, odiatissimo dalle destre continentali, che l’Unione europea ha cercato di mettere in archivio, ma che ora torna al centro dei riflettori come unica soluzione, anche economica, a questa ennesima crisi energetica globale. Lo dimostra la Spagna, guidata da un governo progressista, che grazie agli investimenti sulle energie rinnovabili sta subendo meno degli altri gli effetti della crisi di Hormuz.
Ma all’ombra della Madonnina, alla manifestazione dei sovranisti europei, i cosiddetti patrioti salviniani rifiutano di vedere cosa sta accadendo sotto i loro occhi. Un atteggiamento comune, peraltro, a quello dei loro alleati di governo. Così Salvini parla del Green deal come di un «mostro ideologico», un comunismo verde (non padano) che va cancellato dall’agenda politica europea e italiana. A dimostrazione che le destre restano legate e doppio filo a quel comparto industriale che del fossile fa la sua ragione di vita e di prosperità. Ad ascoltare l’indegno erede di Umberto Bossi, che invece di politica ne capiva parecchio, qualche migliaio di persone, sperdute in una piazza del Duomo troppo grande per accorgersi di loro. Anche il soccorso nero dei trattori padani è un’arma spuntata, perché un vulcano in ebollizione, quello degli autotrasportatori, sta per eruttare lava incandescente, visto i costi dei carburanti in quotidiana risalita. E non si potranno tagliare le accise ancora a lungo, sacrificando naturalmente il welfare residuo per convincere il popolo sovrano che l’importante è avere la benzina a 2 euro e il gasolio a 2 euro e mezzo. Perfino il ministro Pichetto Fratin ammette che c’è bisogno di più fonti rinnovabili per la ‘sicurezza energetica’. Poi delira anche lui sul nucleare. Si naviga a vista, appesi alle evoluzioni - ma è meglio dire involuzioni - dello stato di guerra permanente che, come è noto, mette a repentaglio qualsiasi progetto di transizione ecologica virtuosa. Ma per i padroni del fossile, e la politica che li sostiene, la situazione sta arrivando a un punto di non ritorno. E non è un caso che le forze progressiste continentali si siano date appuntamento a Barcellona. Cartoline dalla Catalogna, con Pedro Sánchez e Elly Schlein abbracciati, mentre a Milano l’immagine di Alberto Da Giussano dietro Matteo Salvini è la fotografia di una società fossilizzata. ‘Senza paura, padroni a casa nostra’ è uno slogan che non fa più presa, perché di paura in giro ce ne è parecchia, anche fra i padroncini cari alla Lega.
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