La diffusione dei talk show, e la necessaria semplificazione delle idee

Mar 17, 2026 - 10:30
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La diffusione dei talk show, e la necessaria semplificazione delle idee

Il talk show è parola che si fa spettacolo, come tradizione drammaturgica vuole: con il passare del tempo, è diventato una necessaria semplificazione delle idee, una fatale iniezione di populismo, un esplicito incitamento alla polarizzazione: “Il problema non è più quello che dici, ed eventualmente a nome di chi lo dici, ma come ti esprimi, se tu sia una scuola di intelligenza e fervore per la conoscenza, sempre temperato dall’autoironia, o uno spogliatoio dove si cazzeggia” (Giuliano Ferrara).

Da circa cinquant’anni, nel conto delle ore, è il genere più diffuso della televisione italiana, condizionandola non poco e, con essa, anche il nostro modo di pensare, di discutere. Quando in America il genere era già ben consolidato, siamo negli anni Ottanta, il celebre anchorman Dan Rather si doleva di come i talk show avessero soppiantato le forme più tradizionali di informazione e si offrissero come una sorta di mediazione spontanea, “alla portata dello spettatore”, senza filtri, senza garanzie professionali: “Questa gente alla Larry King, alla Oprah Winfrey, alla Phil Donahue non sa nulla, non è preparata ad affrontare quei bugiardi di professione che sono i politici. Per avere ospiti importanti nelle proprie trasmissioni e fare share non li controbattono mai, di fatto si mettono al loro servizio e così rendono un pessimo servizio alla comunità. Non è giornalismo. Anzi, è l’antitesi del giornalismo”.

Il talk show in Italia è nato quasi per caso, per coprire un buco di programmazione, e il nome di riferimento è uno, uno solo: Maurizio Costanzo. Il suo grande merito è di aver introdotto nella televisione italiana una formula presa a prestito dalla radio e di aver creato un’alchimia di successo, mettendo assieme il trash e la televisione impegnata. Quando nel 1976 iniziò a condurre “Bontà loro”, cercava di riprodurre in video quello che da anni faceva con Dina Luce a “Buon pomeriggio” su RadioDue: intervistare le persone per trarre loro confessioni non scontate. E invece la televisione era una ribalta diversa. Se ne accorse subito, per quel carattere ripetitivo del genere che si dispiega nelle forme della ritualità e della mediazione sacralizzata: “Fare televisione è un fatto liturgico, è come dire messa”. Quando a “Bontà loro” chiudeva simbolicamente una finestra sembrava voler dire “lasciamo il mondo fuori” e scaviamo dentro l’anima degli ospiti per conoscere i loro piccoli segreti.

Ma è con il “Maurizio Costanzo Show” che la sua televisione diventa subito rappresentazione di un immaginario collettivo, di una nuova forma di commedia di cui il conduttore non era solo il burattinaio. No, era parte della recita, era personaggio lui stesso: lo zio buono (“Boni, state boni!”) ma anche perfido alla bisogna, l’amico del cuore ma un po’ antipatico, sornione e cinico, mai piacione e però corteggiatissimo perché un’apparizione al Teatro Parioli poteva valere una carriera, un libro nelle sue mani significava scalare la classifica delle vendite.

Più che interviste, le sue erano sedute di autocoscienza, una rappresentazione che non disdegnava alcun argomento, alcuna esibizione, alcuna mattana. Sotto l’abile regia di Costanzo sono andati in scena l’impegno civile (come nella staffetta, realizzata nel 1991 assieme a “Samarcanda”, in onore di Libero Grassi, l’imprenditore siciliano ribellatosi ai ricatti mafiosi e per questo assassinato), ma anche un cicaleccio futile ed evasivo, scandito dai contrappunti pianistici di Franco Bracardi, agghindato con frac variopinti. Il palcoscenico del “Costanzo Show” ha raccolto testimonianze importanti (come quella del giudice Di Maggio) e le confessioni eclatanti dei protagonisti dello spettacolo (memorabili gli interventi di Carmelo Bene), della politica, della vita quotidiana, regalando visibilità a giovani attori, a protagonisti dimenticati, a sgargianti starlet, e confermandosi un’inesauribile fucina di debuttanti, a cominciare da Vittorio Sgarbi.

Ci sono stati almeno due Costanzo: uno, il professionista, di una bravura fuori dal comune, che ogni sera sperimentava rapporti comunicativi con la stessa intensità con cui un prete dice messa. La galleria dei suoi ospiti vale più di un saggio sociologico sull’Italia degli ultimi sessant’anni. L’altro Costanzo, l’uomo di potere, è più complicato da descrivere. Ai tempi Giorgio Bocca aveva affermato, magari con enfasi eccessiva, che il suo show era la “fabbrica del consenso”, la vera televisione di regime. No, forse era soltanto un “format di potere” o, meglio, una formidabile macchina narrativa che produceva storie a basso costo e insieme instaurava una forma di controllo sulla vita delle istituzioni come nessun’altra trasmissione televisiva è mai riuscita a fare (quella di Bruno Vespa è una televisione più istituzionale, il salotto preferito per i governanti di turno). Nel rapporto fra potere e televisione il dato più sconcertante è il seguente: nel momento in cui lo Stato si dimostra assente e crea un vuoto (distanza dell’amministrazione della giustizia, della sanità, dell’assistenza, dei servizi in generale), qualcosa di televisivo occupa il suo posto. Molte volte i principali talk show si sono trasformati in succursali della governabilità, in formidabili ammortizzatori sociali, in surrogati di autorità. Tanto che, ancora oggi, quando una persona non riesce a risolvere un problema per le normali vie amministrative, preferisce abbandonarsi a una trasmissione per trovare conforto e soluzioni al suo avvilimento (il prezzo è mettere la disperazione al servizio dello spettacolo).

Il tempo e l’usura hanno lavorato, giorno dopo giorno, allo svilimento di un genere così centrale per la storia della televisione. Il talk show si sta mangiando la realtà, riducendo tutto a chiacchiera, a vaniloquio. Attraverso una congerie di parole, ha cambiato la nostra percezione della realtà, ha alterato la costruzione di un sapere sociopolitico, ha complicato, drammatizzandola, la gerarchia delle necessità. A officiare questa trasformazione c’è l’immagine di un prete laico, che è quella che meglio si attaglia a Costanzo, un uomo che ha confessato mezz’Italia e considerava il “privato” altrettanto importante del “pubblico”, della politica, dei temi sociali.

Oggi i talk show sono diventati quello che un tempo erano i “capannelli” che Karl Kraus mette in scena in Gli ultimi giorni dell’umanità: i capannelli non sono una forma di spontaneità democratica, ma l’ultimo rito che tiene insieme la società civile. A frequentarli è una vastissima setta: quella dei devoti di una potenza ufficialmente inerme, essenzialmente persecutoria, l’Opinione. Ancora un carattere sacrale: i fedeli sono la massa degli spettatori, una massa invisibile, potenzialmente in crescita, bisognosa di una direzione e, paradossalmente, dominata da un assoluto senso di eguaglianza: ogni spettatore, pur nella diversità del contesto in cui si trova, è simile a un altro spettatore. Una testa è una testa, un telecomando è un telecomando: non esistono differenze fra di loro. Per questa eguaglianza si diventa audience. Si ignora qualunque cosa che potrebbe distrarre da questa fatale vocazione. Poi sarebbero arrivati i social, le chat…

Come dicono gli psicoterapeuti televisivi, oggi tutto è “narrazione”, “storytelling”. Certo, tutto è narrazione, ma nelle logiche del talk questo significa che una parola vale l’altra e l’unica strategia è quella di spararne tante, in una escalation sempre più ridondante, in modo tale che l’ultima faccia dimenticare le precedenti. La narrazione ha il solo scopo di “fare opinione”, di conquistare l’assenso del pubblico: è il genere che diventa protagonista principale.

Tratto da “Cara televisione. Una storia d’amore e altri sentimenti” (Raffaello Cortina Editore), di Aldo Grasso, 16 euro, 256 pagine.

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