La guardia del corpo di Jill Biden, e il piscialettismo come spirito del tempo

Mar 28, 2026 - 20:00
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La guardia del corpo di Jill Biden, e il piscialettismo come spirito del tempo

Ieri, mentre alla guardia del corpo di Jill Biden partiva un colpo per sbaglio, io ricevevo una mail in toni indignati da una che non stava facendo il lavoro che doveva fare e alla quale mi ero permessa di far notare che erano settimane che non lo stava facendo.

Non importa che lavoro fosse, importa solo che nel 2026, se una non ha voglia o capacità di fare il lavoro per cui è pagata, e qualcuno glielo fa notare, quest’una si offenderà moltissimo. Io ne sono lieta, per carità: se la gente non avesse reazioni ridicole non avrei mai niente da scrivere, e probabilmente dovrei trovarmi un lavoro vero che poi, come tutti, non avrei voglia di fare.

La guardia del corpo di Jill Biden è un agente dei servizi segreti americani (gli ex presidenti e le loro famiglie hanno una protezione a vita), e quei furbi del Daily Mail hanno titolato come se si fosse suicidato: agente si spara mentre scorta l’ex first lady all’aeroporto di Filadelfia.

Poi vai a guardare sul New York Times e scopri che a questo tizio è semplicemente (si fa per dire) partito un colpo: si è sparato in una gamba. Ma come sarebbe, i più specializzati del mondo, quelli che dovrebbero saper proteggere i capi dell’universo dagli attentati, sono tipo Leslie Nielsen in “Una pallottola spuntata”, tipo Austin Powers? Non c’è più nessuna differenza tra realtà e parodia? Non c’è più nessuno che sappia fare il proprio lavoro?

Quando hanno iniziato a raccontarmi della gente che piange io non ci credevo. La prima è stata una mia amica, un po’ di anni fa. Ai trentenni, mi diceva, non puoi più dire niente. Tu, mi diceva, in un ufficio diventeresti matta. Raccontava che lei diceva questa cosa così non va bene, va fatta cosà, e quelli si mettevano a piangere.

Ho iniziato a chiedere in giro, e ovunque sentivo le stesse storie in cui, al non saper lavorare, si univa una suscettibilità grazie alla quale a lavorare non imparerai mai (speriamo siano tutti ricchi di famiglia, o abbiano amanti disposti a mantenerli).

La volta in cui, nella redazione d’un programma televisivo, il conduttore in riunione dice alla proposta d’una redattrice «questa è una cazzata», e lei non fa più niente tutto il giorno perché tutto il giorno piange.

La volta in cui, nella redazione d’un giornale, il direttore dice a un giornalista che il pezzo così non va bene, e lui offeso fa quel che nel gergo delle redazioni si chiama «mettersi di corta» (cioè: prendersi il giorno libero), e il capo non osa dirgli niente perché teme che, rimproverandolo, peggiorerà le cose: poi quello va dal medico e si fa dare quindici giorni di malattia.

Ogni tanto ripenso ai miei anni da piagnona. A quella redattrice – mi pare si chiamasse Laura, ma non ne sono sicura – che nell’estate del 1996 dovette assemblare un intero programma televisivo da sola perché io arrivavo in redazione e piangevo tutto il giorno. L’amore della mia vita (uno dei duecentocinquanta amori della vita dei miei anni giovanili) mi aveva lasciata via fax (prima di Daniel Day-Lewis e della Adjani: ci tengo), e io ero disperatissima.

Laura o come ti chiamavi, ovunque tu sia: scusami moltissimo. Ogni volta che vedo questi piscialetto penso a te e a quel pomeriggio in cui mi dicesti che tanto valeva tornassi in albergo, se non sapevo rendermi utile.

Però Laura aveva forse un paio d’anni più di me, e invece di piangere lavorava: c’erano ancora differenze tra noi piscialetto e quelle che mandavano avanti la baracca. Quand’è che il piscialettismo è diventato una cosa generazionale, ma che dico generazionale, generalizzata: quand’è che ha iniziato a non lavorare più nessuno, quand’è che hanno iniziato tutti a frignare?

Tutti gli articoli sulla guardia del corpo di Jill che s’è sparata in una gamba dicono a un certo punto qualcosa tipo «come se gli aeroporti non avessero già abbastanza problemi». C’è infatti quella questione che avete visto spesso negli sceneggiati televisivi: che le cose pubbliche americane non funzionano in automatico, gli stanziamenti di denaro per farle funzionare vanno continuamente ri-autorizzati, e a volte il Parlamento non si mette d’accordo su cosa finanziare.

La sicurezza aeroportuale è la vittima del momento: quelli che ci fanno levare le scarpe e passare sotto i raggi X e separare i liquidi (ma quello non lo fanno più praticamente da nessuna parte, che sollievo, persino a Heathrow non si fanno più venire crisi isteriche se hai la crema per il contorno occhi in valigia: è il più importante miglioramento della qualità della vita degli ultimi anni), loro in America non sono pagati da metà febbraio.

Trump ha detto giovedì sera che avrebbe firmato un’ordinanza esecutiva per farli pagare e riportare gli aeroporti alla normalità, ma al momento in cui scrivo questo articolo i giornali americani dicono che non si capisce se sia nei suoi poteri fare una roba del genere.

E a me viene un sospetto: che Trump non sia il problema ma la soluzione. Che uno abbastanza teppista da fregarsene dell’ordine costituito e ordinare come fosse un imperatore che chi deve lavorare lavori, che chi deve venire pagato sia pagato, che le cose che vanno fatte vengano fatte, che uno così sia l’unico modo di sbloccare un mondo che somiglia tantissimo a quella scena con Romy Schneider che se siete state bambine negli anni Ottanta conoscete e altrimenti sono qui per ricordarvi.

Il film è “La giovane regina Vittoria”, il primo in cui Romy Schneider fa la regnante, meno famoso di quelli in cui faceva Sissi ma dotato d’una fondamentale scena in cui la giovane Vittoria si è già innamorata di Alberto di Sassonia-Coburgo, e sta per riceverlo per la prima volta a palazzo.

Palazzo che però è freddo, e con le finestre sporche. «I lacchè reali dipendono dal caposcuderia, e non possono nemmeno toccare le finestre», spiega il valletto. E «il lord apparecchiatore fa preparare la legna, e il lord cameriere accende il fuoco, ma prima di settembre non esiste un pezzo di legna al castello». È una scena ambientata nel 1839 e resa cinema nel 1954: dunque già nessuno, nemmeno la regina Vittoria, riusciva a ottenere che chi era pagato per fare un lavoro lo facesse?

«Dall’interno, maestà, le finestre dipendono dal dipartimento del maggiordomo di corte, dall’esterno dall’amministrazione boschi e foreste». Ci ripenso ogni volta che ho la tentazione di offendere qualche lavoratore facendogli notare che non sta facendo il lavoro per cui è pagato, e che nella società in cui è convinto di vivere – quella competitiva, liberista, e altre fantasie di milanesi convinti di trovarsi a Tokyo – l’avrebbero già cacciato a calci. Penso alla giovane Vittoria che non è in grado d’imporsi sulla burocrazia che ha bisogno di due autorizzazioni per le vetrate esterne e per quelle interne, e quasi divento trumpiana: ah, se Vittoria avesse avuto le ordinanze esecutive; ah, se ce le avessi io.

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