I due pesi di Meloni, repulisti a Roma ma in Sicilia come se nulla fosse

Repulisti! Repulisti! Il comandamento di Giorgia Meloni, il giorno dopo la batosta referendaria, è stato uno: basta. È l’ora delle pulizie.
Via i nomi ingombranti, fuori chi rischia di sporcare la narrazione di un governo che si vuole granitico, disciplinato, presentabile. E così sono arrivate le uscite, più o meno accompagnate, di Andrea Delmastro e Daniela Santanchè, simboli di una stagione in cui l’imbarazzo pubblico ha superato la soglia della tolleranza politica.
La linea è chiara: nessuno deve diventare un problema. O meglio: nessuno deve diventare un problema troppo grande. Ma, come spesso accade nella politica italiana, il principio non è universale. È geografico. Variabile. Elastico. E infatti, mentre a Roma si spazza, in Sicilia si lascia sedimentare.
Qui, nella terra dove la politica ha sempre avuto una sua autonomia interpretativa — chiamiamola così — il repulisti si è fermato sulla soglia dello Stretto. Non per mancanza di casi, anzi. Ma per eccesso di convenienza.
Il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gaetano Galvagno, è a processo: corruzione, peculato e truffa. Prima udienza, il 4 Maggio. L’assessora regionale al Turismo, Elvira Amata, anche. Corruzione. Non esattamente figure marginali. Non comprimari di secondo piano. Ma pilastri della maggioranza che governa l’isola. Eppure, qui, nessuna richiesta di passo indietro. Nessuna moral suasion. Nessun «serve un gesto per rispetto delle istituzioni». Niente.
Il paradosso è evidente: ciò che a Roma diventa intollerabile, in Sicilia è perfettamente sostenibile. Come se esistessero due codici etici distinti. Uno nazionale, da esibire nelle conferenze stampa e nei talk show. E uno regionale, da applicare con maggiore flessibilità, per non turbare equilibri già precari.
Perché la verità è meno nobile di quanto si voglia raccontare. In Sicilia, Fratelli d’Italia non può permettersi scosse. La maggioranza è un mosaico fragile, costruito su rapporti di forza delicati, correnti, alleanze trasversali e, soprattutto, su una gestione del potere che ha bisogno di stabilità più che di coerenza. Togli un tassello, e rischi che salti tutto.
C’è poi un’altra spiegazione, più sottile e forse più inquietante. In Sicilia, il rapporto tra politica e vicende giudiziarie ha da tempo perso la sua capacità di scandalizzare davvero. Non perché i fatti siano meno gravi, ma perché sono diventati parte del paesaggio. Una normalità distorta, ma ormai sedimentata.
Così accade che un processo non sia più una linea rossa, ma una variabile. Una delle tante.
E allora la domanda diventa inevitabile: il garantismo vale solo quando conviene? O, al contrario, il giustizialismo scatta solo quando serve? Perché se il criterio è politico — e lo è sempre — allora bisogna dirlo chiaramente: non esiste una regola, esiste una convenienza. E la convenienza, oggi, dice che a Roma si può sacrificare. In Sicilia no.
Il risultato è un corto circuito che logora la credibilità di chi governa. Perché il messaggio che passa è semplice, persino brutale: la legalità è importante, ma non ovunque allo stesso modo. E soprattutto: non per tutti.
Il rischio, per Giorgia Meloni, non è solo quello di apparire incoerente. È qualcosa di più profondo. È quello di consolidare l’idea che esista una doppia morale di governo. Una per la vetrina nazionale. Una per le stanze del potere periferico.
E in mezzo, come sempre, gli elettori. Che osservano, prendono nota, e prima o poi — referendum o non referendum — presentano il conto.
«Non me ne occupo» è stata la risposta di Meloni a chi, in questi giorni, le ha chiesto di affrontare di petto i nodi della Sicilia. E ancora: «Voglio restare distante da questi casini, abbiamo altro a cui pensare». Fine della questione. Le dinamiche siciliane sono un campo minato. Meloni lo sa. Perché aprire il dossier dei casi in Fratelli d’Italia significa anche parlare del caso Cuffaro e del capitolo sanità, con le ombre sul super manager ed ex eurodeputato Salvatore Iacolino.
E come se non bastasse, il centrodestra si ritrova a litigare con se stesso anche sul terreno più delicato: quello dell’emergenza. Perché mentre a Roma si invoca il rigore, in Sicilia si gestisce la crisi. E il risultato è un altro corto circuito.
La vicenda dei ristori per il ciclone Harry è, in questo senso, esemplare. Una legge approvata in fretta, per rispondere a un’emergenza reale. Soldi già promessi, in parte già erogati. Poi, all’improvviso, lo stop da Roma. Il Consiglio dei ministri, su proposta di Roberto Calderoli, ha deciso di impugnare la norma varata dal governo di Renato Schifani. Centrodestra contro centrodestra.
Il provvedimento regionale era stato costruito in due tempi: 50 milioni stanziati subito dalla giunta, altri 40,8 milioni approvati dall’Ars con una legge urgente, quattro articoli appena, dentro i quali c’era di tutto. Ristori alle imprese, aiuti a pesca e agricoltura, sostegno ai balneari, perfino esenzioni sui pedaggi. Una risposta veloce. Forse troppo.
Per Roma, alcune norme eccedono le competenze della Regione. Previdenza sociale, concorrenza, regole nazionali piegate a esigenze locali. Il nodo vero sta in due punti: la deroga al Durc — che avrebbe consentito aiuti anche a imprese non in regola — e l’esenzione dai canoni demaniali per i balneari. Questioni tecniche, certo. Ma dagli effetti politici esplosivi.
Perché nel frattempo i soldi sono già partiti. Milioni distribuiti attraverso Irfis: imprese, pesca, agricoltura, stabilimenti balneari. Destinatari reali, non ipotesi. E adesso? Si blocca tutto? Si restituisce? Si corregge? Da Palermo minimizzano: rilievi tecnici, norma da aggiustare, nessun allarme. Ma il punto non è solo giuridico. È politico. Perché l’immagine che ne esce è quella di due governi dello stesso colore incapaci di coordinarsi persino sull’emergenza.
E qui il paradosso diventa quasi grottesco. Da un lato, la premier che prende le distanze dai “casi siciliani”. Dall’altro, lo Stato che interviene direttamente per fermare una legge della sua stessa maggioranza regionale. Nel mezzo, il caos.
A rendere tutto ancora più surreale è il livello dello scontro. Il deputato regionale Ismaele La Vardera parla di “ritorsione”. Attacca, alza i toni, chiama in causa direttamente la presidente del Consiglio. E a quel punto succede qualcosa che, in un sistema politico normale, sarebbe impensabile: Giorgia Meloni risponde. Non con una nota ufficiale. Non con una dichiarazione istituzionale. Ma con un messaggio privato, su WhatsApp.
«Ritorsione? Io veramente non ho parole. E ora che faccio, mi metto a impugnare le leggi di quasi tutte le regioni italiane? Che modo vergognoso di fare politica…».
Un messaggio che finisce immediatamente online, trasformato in screenshot, rilanciato sui social, utilizzato come arma politica. La Vardera replica pubblicamente, attacca la maggioranza siciliana, invita la premier a venire sull’isola «a vedere i veri problemi». Il punto, però, non è il botta e risposta. È il livello. Perché mentre il governo impugna leggi e la Regione prova a rattopparle, la discussione scivola su un terreno da chat privata trasformata in arena pubblica. Una politica che si muove tra emergenze reali e reazioni istintive, tra atti formali e messaggi notturni.
E alla fine resta una sensazione precisa: il dossier Sicilia è diventato un problema. Per tutti. Per Giorgia Meloni, che prova a tenerlo a distanza ma ne viene comunque risucchiata. Per Renato Schifani, che deve gestire una maggioranza sempre più fragile. Per il centrodestra, che scopre di non essere monolite ma somma di contraddizioni. E soprattutto per i siciliani, che dopo il ciclone si ritrovano a fare i conti con qualcosa di ancora più imprevedibile: la politica.
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