L’Osce conferma che la Georgia ormai è uno Stato illiberale

A novembre avevamo raccolto nomi, vicende giudiziarie e testimonianze dirette, documentando le violazioni del diritto europeo e internazionale in cui la Georgia di Sogno Georgiano stava progressivamente sprofondando. Già allora emergeva un quadro coerente, difficile da ridurre a episodi isolati.
Oggi, il rapporto OSCE del 10 marzo conferma molte delle osservazioni contenute nel dossier di Europa radicale. La definizione di «prigionieri politici e di coscienza», spesso discussa nel dibattito pubblico, non era allora una forzatura polemica, ma una categoria interpretativa adeguata a descrivere una trasformazione illiberale in atto.
Il rapporto OSCE non usa esplicitamente quel linguaggio, ma presenta un insieme di elementi che convergono con quanto già documentato nel nostro lavoro. Non si tratta di una sovrapposizione meccanica: emerge piuttosto una corrispondenza sostanziale tra osservazione militante e approccio istituzionale, più cauto ma non meno eloquente.
Un primo punto riguarda il funzionamento del sistema giudiziario rispetto alle proteste. I procedimenti contro i manifestanti sono rapidi, incisivi e spesso accompagnati da sanzioni severe. Al contrario, le indagini sugli abusi delle forze dell’ordine appaiono lente, frammentarie e talvolta inconcludenti. Questa disparità suggerisce una torsione del diritto penale, che agisce non come strumento imparziale di accertamento, ma come dispositivo selettivo.
Questo meccanismo si manifesta in modo evidente nei casi dei giornalisti indipendenti, come Mzia Amaghlobeli. La libertà di informazione viene attaccata, e con essa si svuota lo spazio del dibattito democratico: come osservava Habermas ne La teoria dello spazio pubblico, senza un’informazione libera, la democrazia perde sostanza. Il rapporto OSCE conferma che il pluralismo informativo, portatore di cultura democratica, viene sistematicamente compresso. Le testimonianze raccolte descrivono giornalisti aggrediti anche dopo essersi qualificati come tali: la loro identità professionale non attenua la violenza, ma la rende talvolta più significativa.
Analisi di Reporters Without Borders e di altre organizzazioni internazionali rafforzano questa percezione, descrivendo un ambiente progressivamente ostile al giornalismo indipendente. Il numero crescente di attacchi, minacce e procedimenti non è casuale: definisce un clima che rende strutturalmente più difficile l’esercizio della funzione informativa.
Le imputazioni contro i manifestanti, diffuse dalle televisioni sotto controllo pubblico – teppismo lieve, mancato rispetto degli ordini della polizia, violazioni delle norme sulle manifestazioni – mostrano uniformità sorprendente, anche quando la condotta contestata appare marginale. Il rapporto OSCE conferma che sanzioni e detenzioni sono state applicate a persone ai margini delle proteste o senza comportamenti chiaramente pericolosi per l’ordine pubblico.
Un secondo punto riguarda il trattamento dei detenuti. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura segnala maltrattamenti diffusi. Persone fermate durante le manifestazioni riferiscono di aggressioni da agenti mascherati, privi di identificazione, anche senza resistenza. Le lesioni erano spesso evidenti e richiedevano cure mediche urgenti. Tali pratiche non appaiono episodiche, ma ricorrenti.
Infine, il rapporto descrive il trattamento riservato all’opposizione politica. La condanna di leader per mancata comparizione davanti a commissioni parlamentari contestate mostra uno slittamento dal diritto amministrativo a quello penale, ampliando il raggio d’azione dello Stato contro la sfera politica.
Nel loro insieme, questi elementi delineano una dinamica più ampia, in cui diritto, sicurezza e informazione si intrecciano, restringendo lo spazio del dissenso. Il dossier pubblicato a novembre assume così un significato ulteriore: non è più solo una presa di posizione politica, ma un tassello di una documentazione internazionale più ampia.
Le questioni emerse – rapporto tra sicurezza e libertà, ruolo del diritto penale, protezione del giornalismo, pluralismo politico – non riguardano soltanto la Georgia. Toccano nodi centrali per ogni Stato che si richiami allo stato di diritto. Per questo, il tema dovrebbe entrare con maggiore chiarezza nel dibattito politico italiano ed europeo e nell’agenda del governo guidato da Giorgia Meloni.
Il valore di un rapporto internazionale non sta solo nelle conclusioni, ma nelle domande che impone. Il confronto tra dossier e rapporto OSCE non fornisce risposte definitive, ma riduce lo spazio dell’ambiguità. Ora spetta all’Europa, e all’Italia, scegliere se guardare altrove o se difendere ciò che resta di uno spazio pubblico libero e democratico.
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