I vecchi leoni della sinistra vogliono fare le scarpe a Schlein, e Conte gongola

C’è un insieme di fatti che dicono che intorno a Elly Schlein si sta facendo terra bruciata. Un’aria che un po’ somiglia a quella che circonda Antonio Tajani.
Con le debite differenze, i rispettivi mondi di riferimento stanno dicendo a entrambi «grazie per il lavoro svolto». La famiglia Berlusconi guarda oltre il ministro degli Esteri. I «vecchi leoni» del Pd cominciano seriamente a coltivare altri progetti nella consapevolezza che Elly non ce la fa. Che Giuseppe Conte è più forte di lei. Lo dicono i sondaggi, lo si teorizza in ambienti economici: in fondo l’uomo con la pochette è un ex presidente del Consiglio che sa spacciare per abilità politica la sua innata attitudine trasformistica.
Lo si è visto di recente quando ha seppur cautamente sposato la causa della difesa dell’Ucraina. Schlein forse non si accorge del lavorìo in atto contro di lei. Alcuni dei “vecchi” preferirebbero Conte a Palazzo Chigi per andare, uno di loro, al Quirinale. Bindi, Franceschini, Bersani, sono tutti titolati all’altissima carica. La segretaria dunque non può mettere la mano sul fuoco su nessuno, tanto meno sui big che l’appoggiarono alle primarie di tre anni fa.
Spiazzata da Conte, ha cercato invano di mettere il silenziatore alle spesso stucchevoli chiacchiere sulle primarie. Ma evidentemente non ha la forza per imporre la sua linea, giacché politici, ex politici, commentatori e quant’altro ogni giorno si sbizzarriscono a chi la spara più in alto.
In questo carnevale di Rio, nelle ultime ore sono venute avanti nuove suggestioni. Una l’ha formulata Rosy Bindi, l’ex dirigente cui le trasmissioni di La7 sono molto affezionate: ci vuole un federatore che metta d’accordo tutti. Facile, no? Probabilmente Bindi pensa a Pier Luigi Bersani, un altro dei beniamini di La7, generazionalmente e politicamente affine.
Egli dovrebbe mettere d’accordo Elly e Conte, che è un po’ come trovare un accordo definitivo in Medio Oriente. C’è anche chi pensa, per questo ruolo, a Roberto Gualtieri. Non è sfuggito che il sindaco di Roma ha conquistato un proprio pezzo d’immagine nel day after della vittoria del No al referendum, ed è una figura che ha ottimi rapporti con i duellanti. Forse esiste anche questa subordinata: se il federatore fallisse, potrebbe essere egli stesso il candidato premier: solo che Bersani ha già dato (tredici anni fa) e Gualtieri non sembra felice di lasciare il Campidoglio, in vista di una probabilissima conferma per altri quattro anni alle comunali di Roma della primavera del 2027.
Ancora. Al raduno dei democristiani d’antan, padrone di casa Dario Franceschini, ha fatto notizia la presenza di Franco Gabrielli, da tempo indicato come l’uomo nuovo: un altro possibile federatore-candidato? Infine, il “botto” l’ha fatto Paolo Mieli, grande estimatore di Schlein. Forse fiutando la trappola contro di lei, secondo Mieli la leader del Pd dovrebbe dare disco verde a Giuseppi per Palazzo Chigi – un sacrificio di cui la Storia le renderà merito – così da evitare una lotta fratricida che (ma questo Mieli non lo scrive esplicitamente) potrebbe vederla perdente. E se anche prevalesse, non sarebbe certo un plebiscito ma una vittoria risicata che non la porrebbe al riparo da successive manovre: anche Bersani vinse contro Renzi: e si e vista come è finita.
Meglio un passo indietro per mandare avanti l’avvocato del popolo in uno scontro con Meloni da cui potrebbe uscire con le ossa rotte. Elly ferma un giro: un gesto di generosità che la metterebbe al riparo da una possibile sconfitta esiziale. Vecchi e nuovi avversari interni applaudirebbero. E tuttavia pare di poter escludere che Elly Schlein rinunci a candidarsi a premier: sarebbe contraddittorio con la sua scesa in campo di tre anni fa.
Lei non vuole essere la segretaria di un partito, lei vuole essere quella che prende il posto di Giorgia Meloni. Lo stesso dicasi per Conte, ora gasatissimo per i sondaggi che lo danno in testa alla classifica degli aspiranti premier del campo largo. Dunque nessuno dei due farà un passo indietro a favore dell’altro e neppure a favore di un terzo nome. Primarie obbligate, dunque?
Ma non ha tutti i torti nemmeno la sindaca di Genova Silvia Salis quando bolla le primarie come strumento potenzialmente lacerante del campo largo. Cominciano a essere viste più come un problema che una soluzione. È un rebus, dunque. Che, a conti fatti, si può risolvere in un solo modo. Qualcuno ci sta pensando. «Le urne saranno le nostre primarie», ha detto chiaro e tondo Claudio Mancini, vecchio dalemiano, braccio destro di Gualtieri, al Fatto Quotidiano. Ci vuole coraggio. Se sarà necessario per legge indicare il nome del candidato premier, per il centrosinistra sarà una notte dei lunghi coltelli.
Ma se non ci sarà l’obbligo di indicare il candidato, allora si può fare: andare al voto senza un candidato premier e battere Giorgia. Sarà poi il presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni dei gruppi parlamentari a nominare il presidente del Consiglio. Come prevede la Costituzione. In nome della cui difesa il campo largo ha vinto il referendum.
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