La guerra cambia la vita degli italiani, e Meloni non ha una soluzione

Aprile 9, 2026 - 00:00
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La guerra cambia la vita degli italiani, e Meloni non ha una soluzione

La guerra è vicina, bomba o non bomba. È penetrata nei cervelli, dunque è tra noi che aspettiamo gli ultimatum. E produce effetti diretti sulla condizione degli italiani. Ritornano gli incubi del Covid. Il lockdown energetico è certo meno tragico di quell’altro. E tuttavia si preannuncia una lunga estate calda nelle forme di un’austerity improvvisa: già adesso i cittadini sono colpiti dagli aumenti dei prezzi e sanno che andrà sempre peggio. Probabilmente dovranno sopportare le targhe alterne e l’uso razionato dei condizionatori. Sono incerti se prenotare o meno le vacanze, gli aerei, gli alberghi.

Questo mix di insicurezza psicologica e odiosi effetti pratici sta caratterizzando la vita del Paese mille volte di più dell’austerity del 1973: quella fu persino romantica. Oggi invece il governo annaspa. Non dispone dell’autorevolezza necessaria né tanto meno di ricette valide. Per questo Giorgia Meloni dovrebbe chiedere aiuto alle opposizioni. In teoria, potrebbe evocare un clima di unità nazionale o persino aprire all’ipotesi di una nuova compagine di governo. Come minimo domani in Parlamento la premier ammorbidirà gli abituali toni polemici nei confronti delle opposizioni magari auspicando un clima di collaborazione di fronte alle difficoltà della situazione.

Non sarebbe strano se la presidente del Consiglio tendesse non una ma due mani in particolare al Partito democratico. Se facesse un discorso di responsabilità, e anche di modestia. Di autocritica. Ma non è da lei. E d’altra parte sarebbe troppo tardi. Una premier che in tre anni non ha mai aperto alle ragioni delle opposizioni su nulla (caso clamoroso, quel salario minimo, sbeffeggiato perché lo proponeva Elly Schlein: pare che il governo voglia introdurlo almeno per alcune categorie), non è nelle condizioni di pretendere oggi alcuna collaborazione. Neppure sulla legge elettorale, un problema distante anni luce dalla realtà sul quale finora hanno fatto tutto da soli.

Da tre anni la destra ha il Paese in mano, ha fatto e disfatto qualunque cosa in ogni ambito in nome della nazione. Per questo è inevitabile che lei sia costretta dalla sua autoreferenzialità a portare la croce lungo tornanti scoscesi senza potersela prendere con nessuno se non con sé stessa, con i suoi ministri e i suoi seguaci. E soprattutto con il suo faro ideologico, il fool della White House che tra le tante cose sta distruggendo la destra sovranista nel mondo – vedremo se domenica Viktor Orbán sarà ancora in piedi o se sarà il primo birillo a crollare.

Aveva pensato di essere molto furba, Meloni, con la formuletta «non condivido né condanno» la guerra di Trump nel Golfo, formuletta stranamente dimenticata da Guido Crosetto nella sua intervista al Corriere in cui è sembrato un pacifista scandinavo e non il ministro della Difesa italiano.

Dopo la batosta al referendum più politico degli ultimi anni, i partiti di governo sono allo sbando tra l’incertezza strategica di Forza Italia, l’inesistenza della Lega e lo squagliamento politico di Fratelli d’Italia e dei suoi capi. Gli scandali inseguono il partito di Andrea Delmastro e non è un complotto della perfida stampa se c’è una foto di Meloni con un pentito del clan Senese.

In questo quadro a traballare non è solo il povero ministro dell’Interno per vicende extrapolitiche, ma tutto il sistema: e mentre la destra si è chiusa nel proprio recinto, il Paese resta esposto, senza protezione e senza direzione. Se Meloni non ce la fa ci vorrebbe Mario Draghi, ma i partiti non ne hanno voglia, di esperimenti tecnici. Questa almeno è la percezione generale, a cominciare dal campo largo che, con tutti i problemi, ha chiara una cosa: non si può fare nessuna unità nazionale con Giorgia Meloni, una donna sola che non comanda più.

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