La ricetta antipatriottica di Giorgetti è una legge di bilancio che compri i voti, non le armi

Aprile 25, 2026 - 14:30
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La ricetta antipatriottica di Giorgetti è una legge di bilancio che compri i voti, non le armi

Alla fine bisognerà che anche noi spregiatori del ministro biforcuto, il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti, facciamo pace con il suo successo e gli riconosciamo quel che gli spetta. Nella patria del trasformismo, dove gli eterni galleggiatori del potere sono costretti prima a dire e poi a contraddirsi per rimanere con la testa fuori dall’acqua e non affogare nelle tempeste della politica, a Giorgetti riesce da quasi trent’anni di dire e nello stesso tempo di contraddirsi, non dando mai l’impressione di cambiare idea, semmai di averle sempre tutte e tutte insieme – una per ogni interlocutore e circostanza.

Negli ultimi giorni Giorgetti ha gestito una serie di rovesci, a partire dal deficit rimasto al 3,1 per cento, continuando da bravo picciotto salviniano a tenere il punto della polemica sovranista – in estrema sintesi: scordatevi l’aumento delle spese per la difesa, piuttosto Bruxelles riapra i cordoni della borsa perché qui le famiglie e le imprese soffrono e rischiano di morire di fame – ma esibendo una prudenza da Quintino Sella redivivo e meritando articoli encomiastici sul prudente pessimismo metodologico, che lo trasforma in un alfiere dell’esecrata austerità.

Per quanto in Italia sia vano mettere in dubbio le qualità del Ministro – Umberto Bossi diceva che era il più bravo di tutti, ma lo diceva da suo superiore, non da giudice delle virtù repubblicane – vale la pena di approfondire i due casi già accennati in cui, negli ultimi giorni, la bravura di Giorgetti è servita a ufficializzare due verità alternative e comode l’una al suo capo Salvini e al capo del suo capo, Putin e l’altra a tutta la compagine sovranista e alle sue lagne d’ordinanza contro l’Europa matrigna.

Da ben prima della sorpresa (per modo di dire) per il deficit al 3,1 per cento, Giorgetti aveva sostenuto che l’adempimento degli impegni assunti in sede Nato sarebbe stato rinviato all’uscita dell’Italia dalla procedura di deficit eccessivo. Infatti, nella legge di bilancio del 2026 non aveva messo un solo euro. Arrivata la notizia (per modo di dire) che l’Italia per quest’anno non sarebbe uscita dal cosiddetto braccio correttivo del patto di stabilità, Giorgetti ha iniziato a sostenere che – regole europee alla mano – questo non avrebbe consentito all’Italia un aumento di spesa per la difesa usando la clausola di salvaguardia autorizzata dalla Commissione Ue e avrebbe costretto il nostro Paese – se proprio il Parlamento avesse insistito – a ricorrere a un extra-deficit pesantemente sanzionato in sede europea.

Non era affatto vero (qui, per chi vuole approfondire, la spiegazione), ma lo è immediatamente diventato quando molti altri politici, compresi quelli dell’opposizione, hanno ripreso ad abbaiare alla luna del bellicismo europeo e a riproporre quell’alternativa tra pane e cannoni, che dai tempi ingloriosi della Guerra Fredda è il ritornello della malafede pacifista.

Dopo essere riuscito nell’indubbio capolavoro di ibridare finto rigorismo e pacifismo peloso ed essere passato in quest’operazione per quello che controlla i conti, non che paga a Salvini il debito con Vladimir Putin, Giorgetti ha puntato al bersaglio grosso del patto di stabilità, provando tecnicamente a suffragare le pressanti richieste dell’esecutivo per l’allentamento delle regole fiscali, prima che ne maturino le condizioni che giuridicamente lo giustificherebbero, cioè la presenza, non l’eventualità di uno shock economico sistemico. Perché l’Italia c’ha fretta, perché le elezioni sono tra un anno, perché non si può fare campagna elettorale senza soldi. Meglio comprare i voti che le armi.

Nessuno è stato al governo negli ultimi anni quanto Giorgetti. Dal 2016 al 2025 è stato ministro o sottosegretario in tre governi diversi, per 1.993 giorni su 3.653. In quel decennio, la spesa pubblica primaria (al netto degli interessi) è cresciuta in termini reali (cioè oltre l’inflazione) del quattordici per cento, mentre la crescita del Pil è stata la quarta peggiore tra i Paesi Ocse e per il 2026 e 2027 è prevista essere in assoluto la peggiore, malgrado alla fine del 2025 fossero anche stati spesi già 105 dei 153 miliardi incassati per il Pnr, il cui bilancio – si accettano scommesse – sarà alla fine più simile a quello del Superbonus Conte che del Piano Marshall.

La ricetta “pace e benefit” non salverà mai l’Italia dal soffocamento economico, ma stringerà ancora più fortemente il cappio del debito al collo degli italiani. Giorgetti dovrebbe saperlo e probabilmente lo sa, ma visto che è notoriamente il più bravo di tutti, è bravissimo a nasconderlo e a presentare come una scelta assennata e addirittura un dovere morale verso gli italiani continuare a buttare soldi nei tubi bucati della spesa pubblica nazionale, facendo finta di invocare sacrifici.

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