La sicurezza è tornata finalmente al centro della politica del continente

Febbraio 27, 2026 - 16:30
 0
La sicurezza è tornata finalmente al centro della politica del continente

Difesa e Sicurezza sono ormai prepotentemente al centro del dibattito politico europeo e nei rapporti transatlantici. A livello nazionale, la quasi totalità degli Stati membri dell’Unione europea sta discutendo la possibile reintroduzione della leva obbligatoria (per chi l’ha sospesa) o pensando ad un aumento del budget per le spese militari. Al contempo, la sicurezza nazionale assume un nuovo significato, legandosi a nuovi domini, come quello cyber, o a nuove sfide strategiche, come quella delle minacce ibride. Come accaduto per altre emergenze in passato, si pensi al Covia, l’Unione europea si è mossa per coordinare gli storzi degli Stati membri e ha provato anche a guidare l’iniziativa individuando i settori nei quali le nostre capacità sono insufficienti. La Bussola Strategica, pubblicata nel 2022 a seguito dell’invasione dell’Ucraina, ha sottolineato l’impreparazione europea a gestire scenari di conflitto emergenziali e multidimensionali, proponendo la creazione di una Forza di Reazione Rapida composta da cinquemila uomini e supportata da facilitatori strategici e copertura spaziale, aerea e navale. Nonostante questo timido passo per dare all’Unione una maggiore credibilità in scenari di crisi e conflitto, il reale supporto offerto dall’Unione europea ai suoi Stati membri è, non sorprendentemente, non di carattere operativo ma economico-industriale. Questo supporto si declina in due grandi filoni: uno dedicato a Ricerca e Sviluppo e uno pensato per le acquisizioni di armamenti. Il primo filone, che dal 2017 si è concretizzato nel Fondo Europeo della Difesa, ha lo scopo di fare in modo che l’Europa sia in grado di stare al passo con Cina e Russia nei settori con crescita tecnologica più esponenziale; droni, spazio, cyberwarfare, armi laser, intelligenza artificiale, e quantum computing dominano la scena, ma anche l’ammodernamento dei sistemi d’arma tradizionali, come carri armati, veicoli di fanteria e corvette sono al centro dell’attenzione. Il secondo filone è quello che si è sviluppato maggiormente negli ultimi tre anni e prevede un contributo europeo all’acquisizione di armi da dare all’Ucraina (o per rimpiazzare le armi già date all’Ucraina dalle nostre forze armate).

Tra questi programmi, nei due anni passati, hanno spiccato Asap, per sostenere la produzione di munizioni, ed Edirpa, per l’acquisto di altri equipaggiamenti prodotti in Europa, includendo anche l’Ucraina. Dal 2026, questi due programmi dovrebbero confluire in uno strumento più ambizioso, ossia il Programma di investimenti per la Difesa europea (in acronimo Edip) che la Commissione di Bruxelles vede come un potente mezzo di finanziamento per l’acquisto di sistemi d’arma europei che siano comuni a diversi Stati membri (creando quindi un incentivo per tutti i governi a comprare le stesse armi dagli stessi fornitori). Oltre a questi programmi di co-finanziamento diretto, nel 2025 è stata presentata la proposta forse più ambiziosa della Commissione, ossia Rearm Eu o – come è sempre più noto tra coloro che non amano la parola “riarmo” – il programma Readiness 2030. Il programma prevede, per chi ne facesse richiesta, uno sforamento del patto di stabilità fino al 2030 per spese militari nazionali (che possono essere non solo l’acquisto di armi, ma anche addestramento, spese operative eccetera) e un programma di prestito europeo dal nome Safe dedicato ai progetti più ambiziosi. Lo scopo della Commissione è andare incontro agli Stati membri che si sono impegnati in sede Nato a raggiungere il cinque per cento del prodotto interno lordo in spese per la Difesa entro il 2035 e che dovranno procedere inevitabilmente verso l’indebitamento. I progetti finanziati non devono essere necessariamente orientati all’acquisto di sistemi, ma possono prevedere pacchetti che comprendono infrastrutture utili allo spostamento di mezzi verso l’est o altri investimenti dual use civile-militare.

Proprio il tema delle infrastrutture e della mobilità militare è attualmente al centro dell’interesse della Commissione von der Leyen. A novembre 2025, infatti, è stata presentata una bozza di Regolamento per una “Schengen militare” il cui obiettivo è facilitare i trasporti di uomini e mezzi da una parte all’altra del continente. Attualmente gli ostacoli che la Commissione vuole rimuovere sono innanzitutto legislativi e burocratici, ma anche legati ad alcuni colli di bottiglia logistici per mezzi e artiglieria. Tutte le iniziative europee per ricerca e sviluppo, acquisti e mobilità sono state connesse dal Commissario alla Difesa Andrius Kubilius con la pubblicazione del “Libro Bianco europeo della Difesa”. Il Libro Bianco designa una serie di aree sulle quali la Commissione può intervenire, sia per sostenere gli Stati membri dal punto di vista finanziario sia per coordinare i loro sforzi in un unico quadro strategico che valorizzi interoperabilità e made in Europe. Oltre al tema della mobilità militare, sulla quale Unione europea e Nato lavorano a stretto contatto, sono identificati nel Libro Bianco i talloni d’Achille della sicurezza europea attuale: la mancanza di uomini, le vetuste tecnologie antimissile, la pericolosità della guerra spaziale e i nodi critici civili-militari (cavi sottomarini, server, eccetera) che al momento non hanno copertura. Il quadro per la Difesa europea nel 2026 avrà certamente lo scopo prioritario di chiudere queste falle di sicurezza, lavorando anche con la Nato che è dedicata allo stesso scopo.

Come detto, la Commissione ha diversi strumenti a sua disposizione, come il Fondo Europeo per la Difesa per la parte scientifica e di sviluppo di nuove tecnologie, l’Edip per l’acquisto congiunto di armi, e Readiness per dare agli Stati capacità di spesa. In questo quadro, ricco di iniziative e pieno di documenti strategici e obiettivi ambiziosi, l’Unione europea si scontra con le sue difficoltà intrinseche, legate soprattutto alla burocrazia e alla mancanza di un bilancio europeo che sia all’altezza di questa ambizione. In effetti, come hanno già sottolineato diversi studi, il finanziamento europeo nei prossimi anni potrebbe rivelarsi veramente marginale rispetto agli appalti nazionali, rendendo la strategia industriale e di ricerca poco attrattiva. L’aumento graduale delle spese per centrare il cinque per cento Nato potrebbe portare gli Stati membri, soprattutto i più grandi, a inseguire le proprie necessità di equipaggiamento e ricerca nazionali, ignorando l’aspetto di complementarità con le altre forze armate europee. Oltre a questo, l’incognita legata all’accordo tra Europa e Stati Uniti dell’agosto 2025 e la previsione di aumentare gli acquisti di armi dagli Stati Uniti (anche se non viene specificato quanto e come), nonché di rendersi ancora più dipendenti da Washington per tecnologie d’avanguardia civile-militare, andrà a sfidare il cuore della strategia europea. L’obiettivo politico-industriale che l’Unione si è data è di arrivare al quaranta per cento di acquisti congiunti tra Stati membri e al cinquanta per cento di ordini solo made in Europe entro il 2030. Il prossimo anno questo obiettivo sarà ancora molto lontano. Nel 2026 la Commissione dovrà quindi rispondere con misure concrete (come in parte ha già fatto con il Defence Omnibus) per diminuire la burocrazia e i costi di accesso ai programmi di finanziamento. Ancora più importante sarà la definizione del prossimo Programma finanziario pluriennale europeo che dovrà andare di pari passo con l’abilità di Bruxelles di convincere i governi a non disperdere questi finanziamenti in programmi di breve respiro ed esclusivamente nazionali.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.

L'articolo La sicurezza è tornata finalmente al centro della politica del continente proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Furioso Furioso 0
Triste Triste 0
Wow Wow 0
Redazione Redazione Eventi e News