L’ascesa di Hasan Piker, e la deriva populista dei democratici americani

Aprile 19, 2026 - 05:30
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L’ascesa di Hasan Piker, e la deriva populista dei democratici americani

La vittoria di Donald Trump è ancora oggi, per i democratici, una ferita fresca: dopo più di un anno e mezzo, il Partito Democratico non è stato in grado di rispondere adeguatamente all’ascesa del trumpismo, alla sua normalizzazione e alla presa esercitata dagli outsider MAGA su media e istituzioni. Il golpista di Capitol Hill e l’influencer che parla di razza ariana non sono più errori di sistema, sono il sistema stesso. Di fronte a questa nuova normalità, i democratici hanno iniziato a pensare che la politica classica non è il modo adeguato per rispondere al radicalismo trumpiano, basato sulla guerriglia memetica e l’umiliazione di tutte le vecchie regole che hanno retto lo stato americano. È per questo che finora, con l’obiettivo di contrastare i MAGA, i dem hanno deciso di abbassarsi al loro livello. 

Nel corso dell’ultimo anno abbiamo avuto diversi esempi di questa strategia: Gavin Newsom e il suo attivismo online – l’ufficio stampa del governatore della California è diventato un account di shitposting – o i canali ufficiali del Partito Democratico che postano meme sui temi più pesanti del momento, dagli Epstein Files all’intervento in Iran. Iniziative effimere e abbastanza ridicole visto il confronto impari tra i social democratici e la macchina da guerra trumpiana. 

Adesso, con un GOP che ha abbracciato definitivamente l’ultradestra, i dem puntano sullo sfondamento a sinistra e lo fanno reclutando nelle loro fila Hasan Piker. Questo nome può non dire nulla al pubblico italiano, ma negli Stati Uniti gode di una certa rilevanza e i motivi per i quali la cosa è più che problematica sono diversi. Andiamo per gradi.

Hasan Piker è uno streamer di sinistra radicale. Con il suo format, Piker ha raggiunto negli anni una notorietà che ha toccato il proprio apice nel 2025 con un articolo di Jack Crosbie sul New York Times dal titolo eloquente “Una mente progressista in un corpo fatto per la Manosfera”. L’aspetto fisico dell’influencer – le cui caratteristiche estetiche sono spesso associate al chad, archetipo caro a una specifica frangia memetica MAGA – è il suo biglietto da visita, quando poi apre bocca facendosi avvocato delle battaglie woke crea un paradosso per la società americana, abituata a ragionare per compartimenti stagni: un uomo virile può essere progressista (incredibile). È bastato questo a rendere Piker una celebrità online sufficientemente allettante per un Partito Democratico in cerca di un’arma e se ci limitassimo al pezzo quasi esegetico del NYT potremmo considerare la scelta dei democratici a suo modo sensata.

Ma il soggetto è tanto ridicolo quanto controverso. Diversi commentatori statunitensi hanno paragonato Hasan Piker – soprattutto nel suo ruolo di avvocato dei diritti civili – al personaggio di Brian Griffin, uno dei protagonisti della serie animata di Seth MacFarlane: un maschio performativo che interpreta il ruolo di social justice warrior ostentando una certa cultura e sensibilità progressista, cosa che serve a mascherare un’ignoranza di fondo e una malafede che emergono puntualmente in maniera tragicomica. Episodi come la recente visita di Piker a Cuba per manifestare il proprio sostegno al regime socialista (soggiornando in un hotel di lusso mentre la popolazione era alle prese con l’ennesimo blackout) o le giustificazioni date ai propri follower per l’acquisto di vestiti di marca ne sono un esempio.

Queste, però, sono questioni di colore, anche abbastanza prevedibili. Il vero problema di Piker è il suo essere un tankie, un comunista muscolare sostenitore di un radicalismo dalle velleità autoritarie tanto ostile alla destra quanto (e forse di più) alla sinistra occidentale. Per intenderci, una sorta di Marco Rizzo non ancora del tutto scaduto in meme. Per comprendere i danni di una legittimazione di Piker bisogna fare un confronto con un altro influencer, Nick Fuentes, un soggetto del quale abbiamo già scritto, militante dall’altra parte della barricata. Fuentes, anche lui partito come streamer, è diventato famoso criticando da destra il Partito Repubblicano sostenendo battaglie proprie della nicchia neonazista e suprematista. Fino a pochi anni fa Fuentes era un personaggio marginale, oggi è una delle voci più ascoltate dai giovani del GOP.

Piker è un soggetto speculare non solo per le invettive violente non dissimili da quelle dei groyper («Sì, uccideteli [i capitalisti, ndr]. Uccidete quei figli di puttana e massacrateli per le strade. Lasciamo che le strade si impregnino del loro fottuto sangue rosso capitalista») ma soprattutto per l’obiettivo di fondo del suo attivismo: spostare il Partito Democratico su posizioni di ultrasinistra. Hasan Piker, come tutti i veterocomunisti, sostiene qualsiasi regime autoritario purché sia (anche solo formalmente) anti-occidentale. Piker è il soggetto che è volato a Pechino con la divisa di Mao – letteralmente in cosplay – e gli occhiali Cartier, il presunto femminista che ha dichiarato «Non mi importa se il 7 ottobre 2023 sono avvenuti degli stupri» e l’anti-trumpiano invitato ai congressi dem che ha passato tutta la campagna elettorale invitando i propri follower a non votare per Kamala Harris, perché anche se «Trump è Hitler» i suoi avversari «sono la stessa cosa».

 Ma del resto Piker è l’uomo che in una conferenza pubblica ha sostenuto che «La caduta dell’URSS è stata una delle più grandi catastrofi del ventesimo secolo»; se la frase vi sembra familiare è perché si tratta di una citazione testuale di Vladimir Putin. Sull’Ucraina, le posizioni di Piker sono prevedibili, le esplicita lui stesso nel corso di una sfuriata contro un’utente durante una sua live: «Come chiami la Crimea? Io la chiamo parte del territorio russo, stronza. Ecco come la chiamo. La chiamo cry me a river. Un fiume russo». A ridosso del 24 febbraio 2022, Piker sosteneva che chiunque parlasse di imminente invasione russa dell’Ucraina fosse un «liberal QAnon» e una volta avvenuta ha immediatamente sposato la retorica dell’espansione della Nato e la battaglia per bloccare gli aiuti a Kyiv (un altro punto di incontro con Fuentes). 

Tutto questo non sembra frenare i democratici dall’accogliere Piker a braccia aperte, ma negli anni abbiamo imparato a capire che la lungimiranza non è tra le loro qualità. Se il Partito Democratico ha deciso di combattere i MAGA diventando la loro copia scadente, possiamo serenamente archiviare gli Stati Uniti.

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