“L’audizione che mi ha cambiato la vita”. L’abbraccio dei Berliner Philharmoniker a Lorenzo Messina

Mar 29, 2026 - 10:30
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“L’audizione che mi ha cambiato la vita”. L’abbraccio dei Berliner Philharmoniker a Lorenzo Messina
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Lorenzo Messina ha 23 anni e il 6 marzo scorso ha saputo di essere stato scelto dai Berliner Philharmoniker, uno dei traguardi più alti per un giovane musicista classico. Eppure, nel suo modo di parlare, non c’è compiacimento. C’è piuttosto la consapevolezza di un percorso costruito nel tempo, tra studio, audizioni, delusioni e ripartenze.
Nato musicalmente quasi per caso, Messina ha trovato nel flauto traverso la sua strada grazie a maestri che lo hanno accompagnato fin dagli anni delle medie musicali. Poi è arrivata la scelta della Germania, dove si è trasferito a 19 anni per cercare occasioni, insegnanti e uno stimolo più forte.
A Berlino era già approdato come accademista, vivendo dall’interno il lavoro dell’orchestra e confrontandosi con musicisti di livello assoluto. L’ingresso nei Berliner segna un passaggio ulteriore. Non più solo una tappa di formazione e il riconoscimento ufficiale di un talento cristallino, ma l’inizio di una nuova responsabilità.

Lorenzo, che cosa hai provato quando hai saputo di essere stato scelto dai Berliner Philharmoniker?
«È stata una grandissima gioia, perché era una cosa su cui lavoravo da tanto tempo. Non c’era solo quell’audizione, ma tutto il percorso degli anni precedenti, con le prove, le altre audizioni fatte in Germania, il lavoro quotidiano. Quando ho avuto la conferma è stato come se tutto avesse trovato un senso in quel momento. Poi è stato molto bello vedere i membri dell’orchestra venire ad abbracciarmi e a congratularsi con me. È stata una emozione fortissima, mista a un senso di soddisfazione e anche di orgoglio per il lavoro fatto».

A un certo punto hai scelto la Germania. Perché era il posto giusto per la tua crescita?
«Sono andato in Germania nel 2021, a 19 anni, perché sapevo che lì avrei trovato molte possibilità. C’erano insegnanti molto importanti e c’era anche il maestro con cui volevo studiare in quel momento. Mi interessava un ambiente in cui la musica fosse presa molto sul serio e in cui potessi confrontarmi con un livello altissimo. È stata una scelta giusta, perché mi ha costretto ad alzare l’asticella. Ero già a un buon livello, ma lì ho capito subito che dovevo crescere ancora tanto. Questa cosa non mi ha scoraggiato, anzi mi ha dato ancora più motivazione».

Nel tuo percorso quanto hanno contato il talento e quanto la disciplina?
«Penso che servano entrambe le cose, ma la disciplina è decisiva. Ho avuto momenti difficili, audizioni andate male, finali perse, giornate in cui era facile sentirsi scoraggiati. Però non ho mai pensato davvero di mollare. Il mio modo di reagire è sempre stato molto semplice: il giorno dopo tornavo a studiare. Questo atteggiamento mi ha aiutato tantissimo. Credo che in un ambiente competitivo come quello musicale sia fondamentale non consumarsi nel confronto con gli altri, ma guardare il proprio percorso e cercare di migliorare passo dopo passo. C’è poi un terzo aspetto che conta nella valutazione ed è la personalità musicale. Quando senti suonare i Berliner capisci che ognuno dà il cento per cento. È un’orchestra che vive per i concerti e per dare il massimo».

Come si prepara dal punto di vista mentale un’audizione di altissimo livello come quella per i Berliner?
«La preparazione tecnica è fondamentale, bisogna curare tutto nei minimi dettagli e arrivare con una grande sicurezza sul programma. Però non basta. L’aspetto mentale è importantissimo e secondo me viene ancora sottovalutato. Trovarsi davanti a decine di musicisti dei Berliner Philharmoniker crea una tensione enorme, ed è normale. Io ho cercato di lavorare molto su questo aspetto, ovvero arrivare con il pensiero di essere pronto, di dover dare il massimo senza paura, presentandomi per quello che sono. Negli anni ho capito che non sempre se perdi un’audizione è colpa tua. A volte semplicemente non sei il profilo che quell’orchestra cerca in quel momento. Capirlo aiuta a vivere tutto con più equilibrio».

Pensi che in Italia i giovani musicisti siano abbastanza sostenuti oppure si dovrebbe fare di più?
«È una domanda complessa, perché in Italia esistono realtà molto belle che aiutano davvero i giovani musicisti, ma probabilmente ci sarebbe bisogno di un sostegno ancora più forte e continuo. Proprio in questi giorni, ad esempio, ho finito di registrare il mio primo disco con “Filodinote”, una casa discografica di Milano fondata da Filippo Bentivoglio, che porta avanti un progetto molto interessante. L’idea è quella di recuperare, in una forma nuova, una sorta di mecenatismo per aiutare giovani musicisti di valore a farsi conoscere senza metterli in difficoltà economica. Io ho potuto registrare questo disco senza dover sostenere dei costi, e questa è una cosa importante, perché spesso per un giovane il problema non è solo artistico, ma anche pratico. Credo che iniziative di questo tipo siano preziose, perché riconoscono le eccellenze e danno loro una possibilità concreta. Sarebbe bello che esempi così potessero crescere ancora e diventare un modello più diffuso».

Chi sono le persone che senti di voler ringraziare in modo particolare?  «Sicuramente i miei maestri, perché ognuno di loro mi ha dato qualcosa di fondamentale in momenti diversi del percorso. Devo ringraziare Donato Pierri, che è stato il mio primo insegnante e mi ha trasmesso la passione per il flauto quando ero ancora alle medie musicali di Arese. Poi Diego Collino, che mi ha accompagnato negli anni del Conservatorio di Milano, e Davide Formisano, che a Stoccarda mi ha dato basi solidissime per crescere e migliorare. E poi naturalmente Emmanuel Pahud, che in questi mesi da accademista a Berlino è stato un punto di riferimento importantissimo».

C’è un’immagine che porti con te del giorno dell’audizione e di questo traguardo?
«Sicuramente il momento finale, quando i musicisti dell’orchestra sono venuti a salutarmi e ad abbracciarmi. È stata una cosa molto bella, una partecipazione vera e molto umana. Ma c’è un’altra immagine che porto sempre con me: quella della mia famiglia e dei miei nonni paterni, che hanno vissuto in provincia di Varese. Mio nonno era il medico di Barasso. Non posso non pensare a loro mentre ascoltano i vinili dei Berliner, li avevano tutti. Da piccolo non sapevo quasi nulla di quell’orchestra, mentre oggi mi ritrovo a farne parte. È una cosa che mi emoziona molto. Mi fa pensare che certe storie si costruiscono poco alla volta, senza che uno se ne accorga fino in fondo. Finché un giorno ti rendi conto di essere arrivato in un posto che per anni avevi soltanto immaginato».

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