Le radici culturali del food design

Febbraio 28, 2026 - 23:00
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Le radici culturali del food design

Quando si parla di food design si pensa spesso all’estetica del piatto. È una semplificazione. Storicamente, la disciplina affonda le radici nella cultura del design industriale e nella sua capacità di leggere oggetti, processi e comportamenti come parti di un sistema.

Il design, nel Novecento, si struttura come metodo per progettare relazioni tra forma, funzione, produzione e uso. Il cibo entra in questo campo quando diventa oggetto di progettazione consapevole. Packaging, strumenti, modalità di consumo, logistica della distribuzione sono tra i primi territori in cui il progetto interviene sull’alimentazione, modificandone esperienza e accessibilità.

La definizione teorica più sistematica arriva nei primi anni Duemila con studiosi come Francesca Zampollo, che distingue diverse aree operative: design del prodotto alimentare, design con il cibo come materiale, design dell’esperienza, design dei sistemi alimentari. Il punto è chiaro: il food design non riguarda soltanto la forma commestibile, ma l’insieme delle dinamiche che permettono al cibo di esistere, circolare, essere consumato.

In Italia questo approccio prende corpo soprattutto nell’ambito della scienza, infatti. Il Politecnico di Milano inserisce il tema dentro una visione progettuale ampia, in dialogo con ingegneria, tecnologia e scienze sociali. Il Master in Design for Food di POLI.design rappresenta una formalizzazione di questo percorso. Con un accordo strategico con l’Università di Parma, il percorso integra design, scienze gastronomiche e food engineering per affrontare la complessità del sistema alimentare contemporaneo.

Qui emerge un elemento storico decisivo. Il food design viene riconosciuto come disciplina capace di formare figure professionali in grado di operare su ricerca e sviluppo, progettazione di prodotti e servizi, innovazione di filiera. Non si limita alla creatività culinaria, ma lavora su sostenibilità, circolarità, organizzazione industriale. L’accordo tra Politecnico di Milano e Università di Parma rafforza questa impostazione. L’asse Milano Parma mette in relazione competenze di design e ingegneria con quelle economiche e agroalimentari della Food Valley. L’obiettivo dichiarato è intervenire sull’evoluzione dei sistemi alimentari, con attenzione alla transizione climatica e alla circolarità. In questa prospettiva, il food design diventa uno strumento per ripensare l’intera catena del valore.

Un passaggio significativo è la nascita del Living Lab Circular Food System Lab, che connette dipartimenti di design, ingegneria meccanica, elettronica, informatica e bioingegneria con le scienze economiche. Il cibo viene trattato come infrastruttura tecnologica e sociale, campo di sperimentazione applicata e trasferimento di competenze. Storicamente, dunque, il food design si consolida quando il progetto smette di guardare al cibo come oggetto isolato e lo riconosce come nodo di relazioni ambientali, economiche e culturali. È una disciplina che si muove tra laboratorio e industria, tra ricerca accademica e impresa, tra prodotto e servizio.

Progettare il cibo significa interrogare ciò che mangiamo come sistema. Significa assumersi la responsabilità di incidere su filiere, sprechi, modelli di consumo, innovazione tecnologica. In questa cornice il food design non è un’etichetta recente, ma l’evoluzione naturale di una cultura del progetto applicata alla materia più quotidiana che esista.

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