L’inganno che tutto sia per tutti, e i prigionieri italiani a Dubai

Mar 7, 2026 - 08:00
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L’inganno che tutto sia per tutti, e i prigionieri italiani a Dubai

La più clamorosa truffa che questo secolo si sia inventato per sedare i malumori di un’umanità appena passata da quell’irripetibile mezzo secolo di benessere complessivo che è stata la seconda metà del Novecento, la più clamorosa truffa con cui tenerci buoni è una truffa di quattro parole: tutto è per tutti.

Cinquant’anni fa l’essere umano senza qualità tornava dalla sua giornata di lavoro senza sapere cosa fosse successo nel mondo perché quelle quattro notizie di cui aveva senso si preoccupasse gliele dava il tg dell’ora di cena, tornava a casa e s’intratteneva con la Settimana Enigmistica o con la biografia di padre Pio, e quel che stava sulle riviste culturali non lo riguardava, perché tutto non era per tutti e Nuovi Argomenti non era per lui.

Adesso torna la sera, e non gli fa compagnia la certezza che a sessant’anni andrà in pensione o che quest’estate farà un mese di vacanze o che se non si sente bene il medico lo andrà a visitare a casa, in compenso tutto è per tutti e quindi può andare sulla pagina del New Yorker e scrivere che le loro vignette non fanno ridere. Lo scrive da Scurcola Marsicana dove, giacché tutto è per tutti, ha fruito delle vignette d’un giornale per intellettuali americani grazie a una app di traduzione che ha nel telefono.

(L’esempio del New Yorker l’ho usato perché di recente un amico mi ha rimproverata di dire ogni giorno che qualcuno è idiota, e la maggior parte dei giorni di dirlo proprio del tizio che mi sta leggendo in quel momento, e mi ha fatto ridere ma anche riflettere: ho pensato che per oggi avrei detto che era idiota quello che commentava i pezzi del New Yorker, mica i pezzi miei. La tua comprensione del testo, amico lettore, è sicuramente all’altezza dei miei articoli: tutto è per tutti).

Dire che non tutto è per tutti è ormai una clamorosa forma di renudismo: come osi, sarai dunque classista, sarai dunque snob, sarai dunque radical chic.

Le più interessanti parabole del non tutto per tutti di questi giorni sono due. Una riguarda Aldo Cazzullo, le cui giornate sono perlopiù tutelate dal fatto di tenere una rubrica, quella delle lettere del Corriere, per arrivare alla quale bisogna sfogliare decine di pagine: tutto è per tutti solo se quel tutto glielo porti a domicilio, e i non lettori di questo secolo trovano in genere più comodo accanirsi su Massimo Gramellini, che si trovano sulle prime pagine fotografate sui social.

«Tutto è per tutti» è una delle leggi fondative del nostro tempo, ma un’altra è: «È inalienabile diritto del cittadino esprimersi su articoli che non ha letto ma dei quali gli sono passate davanti cinque righe su Instagram». L’altro giorno, poiché tutto è per tutti, Aldo Cazzullo, che è di Alba, ha spiegato nella sua rubrica quale napoletanità vada bene e quale no, prendendo a pretesto la vittoria a Sanremo di Sal Da Vinci, con una canzone moschicida che io, che ho la muscolatura allenata a prendermi la permalosità dei passanti, avrei potuto definire da matrimonio di Genny Savastano.

Cazzullo, quando scrive che “Per sempre sì” è una canzone da matrimonio di camorristi, poi non si capacita che l’internet se lo sbrani, che Caterina Balivo dica che è un’osservazione inaccettabile, che succeda quel che succede ogni volta che si dice qualcosa di non lusinghiero su una qualsivoglia zona d’Italia (tranne Milano: non esistendo i milanesi, a Milano non si offende mai nessuno).

Cazzullo telefona alla Balivo in diretta, Cazzullo ci torna su con una seconda rubrica nonché dicendo che ha molti amici napoletani alcuni dei quali saranno persino omosessuali e sono persone sensibilissime (poiché non tutto è per tutti, preciso che «ho molti amici napoletani» è parodia mia del vero elenco di credenziali di filonapoletanità sciorinato da Cazzullo su Rai1, da «amo Totò» a «mi piace Tullio De Piscopo»: inspiegabilmente, ha glissato sulla superiorità della pizza col cornicione).

Cazzullo si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità: ieri la sua rubrica parlava di legge elettorale, e scrivo senz’aver controllato i social ma sono abbastanza certa che stavolta i non lettori non si siano scaldati davanti alla card Instagram del Corriere. Card che è stata l’amuse bouche con cui si sono accorti e sovreccitati della rubrica su Sal Da Vinci: tutto è per tutti, ma solo se non serve l’abbonamento.

La seconda parabola del (non) tutto per tutti riguarda Dubai, e gli italiani che ancora sono bloccati lì (qualche aereo inizia a ripartire, ma poca roba, e io francamente mi chiedo con che disposizione d’animo ci si salga, sui voli in partenza: ci si fida che gli Emirati Arabi abbiano chiesto agli ayatollah di dirgli giurin giuretta che non lanceranno un missile sugli aerei, e che quelli poi mantengano l’impegno?).

Molti tipi di welfare sono stati creati dall’illusione che tutto sia per tutti. C’è il welfare culturale: una volta avresti raccolto pomodori, adesso hai diritto a una laurea che ti lasci ignorante quanto prima ma con l’illusione di meritare lavori migliori – tutto è per tutti e il PhD di cittadinanza non fa eccezione.

E c’è il welfare di RyanAir: siete tutti viaggiatori, anche quelli che non sanno chiedere al concierge un adattatore per ricaricare il telefono, anche quelli che ci spiegano l’America dopo sette giorni e sei notti a Times square, anche quelli che ai controlli aeroportuali devono ripassare due volte perché non sapevano di doversi togliere la cintura o di non poter tenere in tasca le chiavi di casa.

Nel guardare i video degli italiani bloccati all’estero la prima osservazione è ovvia: è un paese dove non lavora nessuno e vivono tutti scialando i soldi di famiglia, solo così ci si spiega che a fine febbraio ci fosse tutta questa gente alle Maldive o in Thailandia o in altri dilettevoli posti per tornare dai quali si passi da Dubai. L’ultima volta che sono andata in vacanza a febbraio era quando, nelle scuole per ciucci ricchi che frequentavo, era prevista la settimana bianca. Questi sono tutti adulti, e vanno a farsi i bagnetti in inverno, un mese prima delle vacanze di Pasqua che immagino non si negheranno.

La seconda osservazione, però, è che forse questa del tutto per tutti è una truffa. Si accendono il telefono in faccia e frignano perché il governo italiano non si occupa di loro, bloccati a Phuket e costretti a pagarsi delle notti in più d’albergo. Non si occupa di loro, che hanno imbarcato il bagaglio con le medicine che devono prendere tutti i giorni e adesso quel bagaglio è prigioniero dello scalo a Dubai.

Non hanno dodici anni. A occhio ne hanno una sessantina, e non hanno imparato a tenere nel bagaglio a mano i beni di prima necessità. Ne hanno una sessantina, e non hanno imparato a pretendere la restituzione dei bagagli in un aeroporto fermo. Ne hanno una sessantina e non sanno viaggiare, però viaggiano, perché tutto è per tutti, anche girare il mondo.

E, poiché tutto è per tutti, è giusto pretendano che la fiscalità generale paghi loro l’albergo giacché, a metà del lungo inverno, avevano la necessità di farsi i bagnetti, e poi il mondo è pieno di accidenti imprevisti ed eccoli lì, bloccati da una guerra a metà strada, incapaci di tornare, e bisognosi del pernottamento e mezza pensione di cittadinanza.

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