L’Intelligenza artificiale mostra i rischi dell’idiozia sovranista

Aprile 21, 2026 - 19:00
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L’Intelligenza artificiale mostra i rischi dell’idiozia sovranista

Da quando, due settimane fa, Anthropic ha annunciato la nascita del suo ultimo modello di Intelligenza Artificiale, «Claude Mythos», il dibattito sui rischi di questa nuova tecnologia – di cui Christian Rocca ha scritto ieri su Linkiesta – ha compiuto un notevole salto di qualità, almeno dal poco che ci ho capito. E questa non è davvero un’esibizione di modestia, perché una caratteristica che nonostante tutto accomuna l’intelligenza artificiale a gran parte delle maggiori scoperte e invenzioni della nostra epoca, come la fisica quantistica, l’economia finanziaria e l’arte contemporanea, è che ne capiscono poco anche quelli che se ne intendono. Ad ogni modo, mi sembra di poter dire che abbiamo una notizia buona e una cattiva. E siccome non ho mai incontrato in vita mia qualcuno che volesse sentire prima la buona, comincerò dalla cattiva, e cioè che Mythos è in grado di individuare falle nella sicurezza informatica di sistemi fino a ieri considerati inviolabili. Tanto da spingere Dario Amodei, l’amministratore delegato di Anthropic, a non offrire al pubblico la sua ultima creazione, scegliendo la strada della distribuzione controllata, a porte chiuse, a una stretta cerchia di aziende del settore, in coordinamento con il governo, in modo da dare a tutti il tempo di tappare le falle e verificare i potenziali rischi prima di procedere oltre.

E questa è la buona notizia, perché un simile approccio rappresenta per molti versi un modello, una prima incoraggiante dimostrazione di come si possano affrontare i rischi dell’intelligenza artificiale. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno. Come fa ad esempio l’Economist, che ha dedicato ampio spazio al tema nel suo ultimo numero. E il fatto che il settimanale della City di Londra scriva nell’editoriale che «dopo Mythos, un approccio laissez-faire non è più politicamente sostenibile né strategicamente saggio», a proposito della brusca presa di coscienza circa i rischi dell’Ia da parte dell’amministrazione Trump, dà la misura dello sconvolgimento cui stiamo assistendo.

In una recente intervista, Amodei si è detto entusiasta per quello che l’intelligenza artificiale potrà fare, e ha già cominciato a fare, nel campo della biologia. I vantaggi sono potenzialmente enormi. A voler vedere il bicchiere mezzo vuoto, ci si può invece soffermare sulla questione sollevata a questo riguardo da un giornalista dell’Economist, Alex Hern. E cioè che, fino a quando si tratta di una minaccia alla sicurezza informatica, la scelta della distribuzione controllata e graduale può dar tempo alle altre aziende di trovare soluzioni. Ma se invece si trattasse di una minaccia biologica, come la possibilità di creare un nuovo virus contagiosissimo e letale (ricorda niente?), la questione sarebbe assai più complicata da gestire. In questo caso non ci sarebbero falle da tappare e contromisure da prendere a valle, si tratterebbe semplicemente di bloccare una simile possibilità a monte. Il problema è che la corsa globale allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, con la sua crescita e diffusione esponenziali, rendono molto difficile pensare di poter tenere a lungo il genio intrappolato nella lampada.

Sul Financial Times, Simon Kuper si dice convinto che i governi non riusciranno a regolare l’Ia, ricorda che la scienziata americana Eunice Newton Foote aveva dimostrato come le emissioni di CO₂ riscaldassero il pianeta già nel 1856, e ricorda pure che gli scienziati britannici avevano dimostrato gli effetti del fumo già negli anni Cinquanta. «Oggi, due decenni dopo che i social media e gli smartphone hanno riorganizzato il nostro cervello, stiamo iniziando a cercare di regolamentare la tecnologia, almeno per i bambini». E insomma, la sua conclusione è questa: «In pratica stiamo sfrecciando in autostrada a 480 chilometri all’ora in un veicolo autonomo senza cinture di sicurezza né fari, e vedremo cosa succede».

Ma ci sono anche preoccupazioni più immediate, e al momento probabilmente sono anche le più diffuse e sentite. Rocca riporta ad esempio le dichiarazioni del presidente di un’università californiana secondo cui le università non sanno più quali corsi suggerire agli studenti, perché molti di quelli attuali preparano a lavori che per quando gli studenti si saranno laureati probabilmente non esisteranno più. Sul New Yorker, Jill Lepore riporta invece un parere più drastico al riguardo, quello di Tristan Harris, uno dei fondatori del Center for Humane Technology, che in un certo senso risolverebbe il problema alla radice: «Conosco persone che si occupano dei rischi legati all’intelligenza artificiale e che non si aspettano che i propri figli riescano ad arrivare alle superiori».

Dunque è senza dubbio un bene che la prima azienda a sviluppare un modello così potente e pericoloso come Mythos sia stata la Anthropic di Amodei, il più convinto assertore dell’esigenza di regolare l’intelligenza artificiale per ragioni di sicurezza, al contrario di tutta la cricca tecno-fascio-liberista di Palantir e simili, ben insediata alla Casa Bianca. A maggior ragione se davvero le ultime novità avessero suscitato una svolta anche nell’amministrazione Trump, fino a ieri impegnata nel demolire l’approccio di Joe Biden sulla regolazione dell’Ia. Ma stiamo pur sempre parlando di soggetti come Pete Hegseth (quello che ha tatuato sul petto «Deus vult» e poi scambia la sceneggiatura di Pulp Fiction per la Bibbia) che appena due mesi fa avevano dichiarato guerra ad Amodei, con i metodi abituali, per il suo rifiuto di consentire al Pentagono di utilizzare i suoi modelli per la sorveglianza di massa e lo sviluppo di armi autonome. E che da tempo conducono una campagna forsennata di pressioni e intimidazioni per costringere l’Unione europea a rinunciare alla regolazione delle nuove tecnologie, a beneficio della cricca tecno-fascio-liberista di cui sopra, rappresentata in particolare dall’ineffabile vicepresidente Vance. Ma anche dai tanti pseudo-sovranisti di casa nostra, che fino a ieri facevano a gara per contendersi le simpatie di Elon Musk, oltre che dello stesso Trump, e insomma, alla fine, come sempre, a dispetto di tante chiacchiere sulla Nazione e l’interesse nazionale, gira e rigira te li ritrovi sempre dalla parte del giaguaro.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

 

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