L’Italia dello “zero virgola” nell’economia delle guerre commerciali

Mar 14, 2026 - 23:01
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L’Italia dello “zero virgola” nell’economia delle guerre commerciali

A Rho, in provincia di Milano, a più di undici ore di volo dalla Casa Bianca, si trova la prima azienda che a fine 2025 ha deciso di chiudere, licenziare tutti gli operai e spostare la produzione, motivando il tutto con l’introduzione dei dazi da parte di Donald Trump e la conseguente riduzione dei margini di profitto.

L’impatto della guerra commerciale statunitense sul tessuto produttivo italiano si rivelerà nel dettaglio nel corso di quest’anno. I distretti industriali italiani più esposti già provano ad adeguarsi alle nuove regole del commercio globale, cercando nuovi mercati e riducendo gli investimenti Oltreoceano. Si tagliano gli organici negli uffici commerciali di New York, si studia l’apertura di nuovi stabilimenti sul suolo americano. Ma quello che accadrà all’economia del Paese europeo più vicino a Trump è ancora difficile da prevedere. E mentre cresce il ricorso alla cassa integrazione nella manifattura, l’ex Ilva di Taranto è ancora una volta in piena crisi e al minimo della produzione. Con l’Italia che resta alla ricerca di una politica industriale che non si vede all’orizzonte.

Una cosa però è certa: l’Italia continua a muoversi lungo la rotta dello zero virgola. D’altronde gli ultimi aggiornamenti dicono che il Pil è salito dello 0,5 per cento nel 2025, secondo l’Istat, e il deficit, misurato in rapporto al Pil, è stato pari al 3,1 per cento, oltre il limite di un decimo relativo agli accordi dell’Unione europea.

Una debolezza che forse si noterà di meno in un’Europa altrettanto debole, con la Francia e la Germania in difficoltà. Ma l’immobilismo italiano pesa ancora di più se si considera la curva piatta degli ultimi anni. E soprattutto se si considera che la crescita, seppur minima, è drogata dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Senza la benzina del Pnrr, l’Italia avrebbe vissuto già una lieve recessione nel 2025. E il 2026, ora, segna la fine del piano, a eccezione di qualche intervento successivo concesso dalla Commissione europea, che comunque ne annacquerebbe ancora di più l’effetto sulla crescita del Paese.

In ogni caso, il boom atteso non c’è stato. Le esperienze di Pnrr e Superbonus confermano le immissioni di denaro non sono state in grado di smuovere la curva anemica del Pil italiano. Che quest’anno dovrà vedersela pure con le intemperie causate dall’«alleato» Donald Trump. Non solo per i dazi. Ma anche perché le merci cinesi, che prima affollavano il mercato americano, a causa dell’«effetto Trump» entreranno in Europa, facendo concorrenza ai prodotti italiani, soprattutto sul prezzo.

Se Giorgia Meloni ha festeggiato il suo terzo anniversario a Palazzo Chigi in ottima forma politica, economicamente le prospettive non sembrano così rosee. Finora, il tessuto produttivo italiano si è mostrato più o meno resiliente agli shock degli ultimi anni. Ma le minacce geopolitiche che si vedono all’orizzonte del 2026, in un Paese con una forte vocazione all’export, sono anche troppe da elencare.

Certo, la lezione degli ultimi anni è che la recessione è poco probabile. Quello che gli osservatori internazionali si aspettano è solo un rallentamento della crescita, anche nella debole Europa schiacciata tra Cina e Stati Uniti. Secondo il Fmi, l’economia mondiale crescerà solo del 3,1 per cento nel 2026, con l’inflazione in discesa ma ancora sopra gli obiettivi di molte banche centrali.

Nel 2026, l’Europa si troverà ancora ad affrontare un panorama instabile, plasmato dall’evoluzione della politica commerciale statunitense e dai crescenti obblighi in materia di difesa, legati soprattutto alla guerra russa contro l’Ucraina e al disimpegno americano. Secondo la Commissione, le esportazioni caleranno dello 0,7 e le importazioni cresceranno.

Ma tra dazi, sanzioni, costi dell’energia e restrizioni non tariffarie, i singoli Paesi continueranno a difendere ciascuno i propri interessi nazionali. La cosiddetta «geoeconomia» svolgerà ancora un ruolo chiave nello scacchiere economico globale. E il passaggio dal «libero scambio» al «commercio sicuro» guiderà ancora gli investimenti esteri, portando a un maggiore controllo delle filiere, in particolare in settori considerati critici per la sicurezza nazionale, come la tecnologia e le infrastrutture.

Il grande punto di domanda è se la tendenza verso un mondo più frammentato accelererà o se, ora che il dazio medio statunitense si è stabilizzato intorno al quindici per cento (era 2,5 per cento prima del mandato di Trump), il rafforzamento dei legami commerciali tra Unione europea e nuovi mercati, soprattutto nel Sud Est asiatico, compenserà in parte gli effetti della ridotta apertura degli Stati Uniti.

L’unica certezza è che l’«incertezza» continuerà a guidare l’economia. La Banca centrale europea, come più volte spiegato dalla presidente Christine Lagarde, seguirà ancora un approccio basato sui dati, in base al quale le decisioni sui tassi di interesse vengono adottate di volta in volta a ogni riunione senza una traiettoria. È la logica del «wait and watch». I rischi si sono ridotti, ma non sono scomparsi. Un nuovo peggioramento delle relazioni commerciali potrebbe ulteriormente frenare le esportazioni e trascinare verso il basso investimenti e consumi. E l’inflazione, per ora sotto controllo, potrebbe diventare più alta con una frammentazione della supply chain globale o nel caso di eventi climatici estremi. La novità dal 2026 è l’introduzione da parte della Bce del «fattore climatico» nelle garanzie per valutare i rischi finanziari nella concessione dei prestiti. Alle incertezze generate da guerre e dazi, si aggiungerà quindi a pieno titolo anche quello del clima. Solo nell’estate del 2025, gli eventi meteo estremi hanno determinato perdite combinate di quarantatré miliardi di euro in tutta Europa, con l’Italia sul secondo gradino del podio. Di fronte a tanta incertezza, la propensione al risparmio di famiglie e imprese europee avanza a scapito di consumi e investimenti. Mentre il rapporto di Mario Draghi sul futuro della competitività europea, con tutte le riforme auspicate, è rimasto per lo più lettera morta sulle scrivanie delle cancellerie europee.

Il rischio per l’economia del 2026 non è tanto la spinta americana a trasferire le aziende europee Oltreoceano, ma l’assenza di una strategia per attrarre e trattenere nuovi investimenti. Solo così la vecchia Europa potrebbe crearsi un’occasione di consolidamento industriale e attrazione di capitali, senza limitarsi a essere campo di battaglia tra Cina, Stati Uniti e Russia.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.

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