L’UE contro le minacce di Trump di attacchi a infrastrutture civili iraniane: “Diplomazia è la risposta”
Bruxelles – La Commissione europea prova a pronunciare la parola ‘diplomazia’ davanti alle minacce ad alta frequenza e intensità scagliate contro l’Iran dal presidente USA, Donald Trump. “Abbiamo sempre affermato che la diplomazia è la risposta e, da parte nostra, respingiamo qualsiasi minaccia, anche di attacchi riguardanti infrastrutture civili critiche”, ha dichiarato la portavoce della Commissione europea per gli Affari esteri, Anitta Hipper, nel briefing quotidiano con la stampa rispondendo a una domanda sulle inditimidazioni lanciate da Trump di ieri sera (6 aprile) di far saltare in aria ogni ponte e ogni centrale elettrica in Iran, se il Paese non rispetterà la scadenza per la riapertura dello Stretto di Hormuz, fissata per le 20 americane di oggi, martedì 7 aprile. Non solo. L’inquilino della Casa Bianca ha sottolineato di “non essere affatto” preoccupato dalla possibilità di commettere crimini di guerra colpendo infrastrutture civili – come segnalato da Teheran – e ha ribattuto: “Sapete cos’è un crimine di guerra? Possedere un’arma nucleare”.
Palazzo Berlaymont respinge la posizione di Washington: “Questi attacchi rischiano di colpire milioni di persone in tutto il Medio Oriente e oltre, e potrebbero anche portare a un’ulteriore pericolosa escalation”. Perciò, “l’UE chiede la massima moderazione, la protezione dei civili e delle infrastrutture civili e il pieno rispetto d tutte le parti del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario“.
Ma la voce con cui Bruxelles pronuncia le sue parole è flebile e nella mattina americana Trump è tornato a scagliare minacce sul suo social Truth. “Un’intera civiltà morirà stasera, per non essere mai più riportata indietro. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà“, ha scritto. “Tuttavia, ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale, dove prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse qualcosa di meraviglioso e rivoluzionario può accadere, chi lo sa?”, ha aggiunto. “Lo scopriremo stasera, uno dei momenti più importanti della lunga e complessa storia del mondo. 47 anni di estorsione, corruzione e morte finiranno finalmente. Dio benedica il grande popolo iraniano!”, ha concluso.
A una manciata di ore dalla scadenza e sotto le minacce a stelle e strisce, vanno avanti i negoziati tra le due parti. “Il presidente ha fissato una scadenza tra circa 12 ore, negli Stati Uniti, e scopriremo che ci saranno molte negoziazioni da qui ad allora. E spero che si arrivi a una buona risoluzione”, ha intanto dichiarato in conferenza stampa da Budapest – dov’è in visita per dare sostegno alla campagna elettorale di Viktor Orbán – il vicepresidente americano James David Vance. “La questione fondamentale è come sarà la situazione dopo? Si tratta del punto centrale della negoziazione. Il presidente è stato anche molto chiaro sul fatto che, mentre gli iraniani cercano di imporre il maggior costo economico possibile attraverso lo Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti hanno la capacità di imporre costi economici all’Iran molto maggiori di quelli che l’Iran possa imporre costi a noi o ai nostri amici nel mondo. Quindi spero che siano intelligenti”, ha aggiunto.
Vance ha rivendicato che “gli Stati Uniti hanno in gran parte raggiunto i loro obiettivi militari“. Anche se “ci sono ancora alcune cose che vorremmo fare, ad esempio, sulla capacità iraniana di produrre armi, su cui vorremmo lavorare un po’ di più dal punto di vista militare, fondamentalmente, gli obiettivi militari degli Stati Uniti sono stati completati” e “ciò significa, come ha detto il presidente, che a breve questa guerra si concluderà“. Ma “la natura della conclusione dipende in ultima analisi dagli iraniani”, ha precisato.
In questo contesto, per il vicepresidente USA ci sono due percorsi: il primo, dove Teheran “non finanzierà più il terrorismo, entrerà a far parte del sistema mondiale di commercio e scambi, e questo significherà cose molto migliori per loro economicamente, significherà cose migliori per la pace e la sicurezza del mondo”; il secondo, dove “gli iraniani non si siedono al tavolo delle trattative e rimangono impegnati nel terrorismo, nel terrorizzare i loro vicini, non solo Israele, ma, ovviamente, anche i loro vicini arabi”. In questo secondi caso, “la situazione economica in Iran continuerà ad essere molto, molto negativa e, probabilmente peggiorerà”.
In questo contesto, “il presidente ha chiesto a tutta la sua squadra, in particolare a Steve Witkoff e Jared Kushner” – il primo, immobiliarista e Inviato speciale USA per il Medio Oriente, il secondo, cognato di Trump – “di capire quali sono i contorni di un potenziale accordo”.
Intanto, Teheran ha risposto ieri sera all’ondata di minacce da Washington. “La retorica rozza e arrogante, così come le minacce infondate del presidente statunitense squilibrato, che si trova in una situazione difficile e giustifica le continue sconfitte dell’esercito americano, non hanno alcun effetto sulla prosecuzione dell’offensiva e sulle schiaccianti operazioni” dell’esercito iraniano, ha affermato il portavoce di Khatam Al-Anbiya, il comando delle forze armate iraniane, citato dalla radio e televisione di Stato.
Nel frattempo, secondo un’analisi del Financial Times, la guerra sta costando agli Stati Uniti centinaia di milioni di dollari al giorno. Elaine McCusker, senior fellow presso l’American Enterprise Institute (AEI) ed ex alto funzionario del bilancio del Pentagono, stima il costo della campagna contro l’Iran tra i 22,3 e i 31 miliardi di dollari nelle cinque settimane trascorse dall’inizio dell’attacco. I suoi calcoli includono il costo dello schieramento di ulteriori risorse statunitensi in Medio Oriente dalla fine di dicembre, ma non una valutazione completa dei danni di guerra che sarà chiara solo alla fine delle ostilità.
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