Meloni non sa spiegare né la sconfitta né cosa farà da qui alla fine della legislatura

Mar 28, 2026 - 20:00
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Meloni non sa spiegare né la sconfitta né cosa farà da qui alla fine della legislatura

Ma l’autocritica dov’è? Abituati da tanto tempo a seguire il copione della sinistra che appunto a ogni sconfitta fa seguire un tormentato esame sul dove abbiamo sbagliato, si resta sconcertati dalla piattezza degli encefalogrammi a destra.

A una settimana quasi dalla disfatta referendaria nelle stanze del Potere non c’è niente, a parte il gioco al massacro dentro Fratelli d’Italia e Forza Italia (Lega missing). La premier, dopo il video con i pappagallini verdi in sottofondo in cui non ci ha detto niente, non ha più nemmeno provato a spiegare come mai quindici milioni di italiani le abbiano votato contro. È una cosa mai vista. Persino, in un certo senso, poco democratica: perché il Paese, e gli elettori della destra in primis, avrebbero il diritto di sapere cosa è successo e soprattutto cosa succederà.

In questo senso ha ragione Matteo Renzi a provare a stanarla. Certo lei non andrà mai in Parlamento a spiegare, ma Giorgia Meloni un cenno di vita dovrebbe darlo, scelga lei la modalità, per rispondere a una domanda semplice: come intende continuare a governare per un altro anno e mezzo di fronte all’inquietudine, se non alla ribellione, che gli elettori hanno evidenziato con il No?

Stanno emergendo alcune verità che la sbornia del triennio meloniano che abbiamo alle spalle avevano occultato. A partire dall’idea che Fratelli d’Italia fosse un partito vecchio stile, che discute, elabora, produce dibattito: ma dove? Ma di fronte a una botta del genere il Pci avrebbe convocato tre comitati centrali, la Dc la Direzione e e il Consiglio nazionale, il Psi un’assemblea. Chi si è riunito a via della Scrofa?

L’unico che ha detto qualcosa di sensato, ma siamo proprio al grado zero, è il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, non a caso uno che non è del giro di Meloni, che ha alluso al troppo “americanismo” degli ultimi anni. I professionisti, da Ignazio La Russa a Italo Bocchino, hanno fatto della mesta propaganda ma nemmeno tanto. Sotto la coltre di una decennale arroganza, niente. Lasciamo stare i comizi di Galeazzo Bignami che quando si agita fa spavento. I ministri, zero. E dov’è la Sorella? E i famosi intellettuali che volevano fondare una egemonia che nessuno ha capito bene cosa fosse, a parte l’occupazione di Saxa Rubra.

Un’altra verità che viene fuori è che Forza Italia è sempre uno strumento politico nella mani della famiglia Berlusconi, cui basta una telefonata per terremotarne i gruppi dirigenti. Nelle fasi di crisi, gli organismi politici sono come quelli umani: ritornano malattie antiche che si pensavano debellate. Ma, va ripetuto, il silenzio più inquietante è quello suo, di Giorgia, che indoviniamo alternare sfuriate a momenti di stupefatto abbattimento.

Più passano i giorni più risulta chiaro che la sconfitta ha un sapore personale che viene dalla semplice cronistoria della vicenda referendaria: lei ha voluto lo scontro, è scesa in campo per uscirne “più forte che pria” contando su una facile vittoria, ma forse è stato proprio il suo presenzialismo a far esplodere il No. Pensava di tirare un rigore e ha fatto autogol. Certe sconfitte inducono a guardare indietro. Fanno scoprire che quello che pareva oro in realtà era solo plastica.

Che abbiamo fatto realmente in questi tre anni? Questa è la domanda che interpella, o dovrebbe interpellare, la presidente del Consiglio, perché a quanto pare qui non è stata bocciata la riforma Nordio. Qui sono stati bocciati tre anni di niente. Rilegga “I Buddenbrook” di Thomas Mann, Giorgia Meloni, laddove il senatore Thomas dice: «Appena qui dentro qualcosa comincia a cedere, a rilassarsi, a stancarsi, tutto quello che è intorno a noi si svincola, si ribella, si sottrae al nostro influsso… Allora un colpo segue l’altro, batoste su batoste, e si è liquidati».

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Redazione Redazione Eventi e News