Meloni sbaglia i calcoli con Orbán e Trump in declino (l’alternativa però non c’è)

Mentre la Commissione europea sta cercando una scappatoia legale per superare l’osceno veto dell’Ungheria di Viktor Orbán agli aiuti finanziari (90 miliardi) all’Ucraina, sembra proprio che gli ungheresi si siano stufati della democrazia illiberale di Orbán. Evidentemente non era una fissazione dei liberali e dei democratici italiani, come hanno raccontato in questi anni i soliti giornali populisti di casa nostra.
L’Unione europea ha gli strumenti per costringere l’Ungheria a rispettare lo stato di diritto, la democrazia e la separazione dei poteri, cioè i principi alla base del progetto politico europeo, ma la via elettorale alla defenestrazione del ducetto magiaro è certamente un’opzione preferibile, senza per questo dimenticare che, in caso contrario, l’Unione non potrà restare appesa alle bizze di questo o altro fantoccio di Putin.
In attesa di superare l’unanimità dei ventisette paesi membri per prendere le decisioni dell’Unione, una delle quali è l’adesione immediata dell’Ucraina, e mentre si discute di costruire un’Europa a diverse velocità come è già avvenuto per l’euro e molto altro, i sondaggi in vista delle elezioni ungheresi del 12 aprile danno in vantaggio di otto punti il democratico ed europeista Péter Magyar, leader del partito Tisza.
Nelle ultime ore, vari partiti minori – tranne quelli populisti e di estrema destra che a tutte le latitudini sono sovente sulla stessa lunghezza d’onda – hanno deciso di non presentare liste di candidati alle elezioni in modo da favorire Magyar e da accelerare quello che ormai tutti a Budapest definiscono «regime change».
Un cambio di regime in Ungheria che sarà salutato con entusiasmo a Bruxelles e in tutta Europa, oltre che in Ucraina, ma che farà imbufalire la Casa Bianca che così perderebbe uno dei due o tre amici in Europa.
La possibile, probabile, sconfitta di Orbán alle elezioni ungheresi di primavera provocherà ancora più imbarazzo a Palazzo Chigi, dove risiede l’altra amica di Trump nonché la testimonial di un surreale spot elettorale a favore dell’autocrate putiniano di Budapest.
A parziale discolpa di Giorgia Meloni va detto che in Italia la premier non è sola: da noi Orbán può contare anche sul sostegno di Matteo Salvini e può vantarsi di avere le stesse politiche anti Ucraina dei Cinquestelle e dei generali che giocano col fascismo, così come può condividere i dubbi ipocriti sulla difesa europea della sinistra radicale e dei leader attuali del Pd.
Le notizie di un risveglio democratico dell’Ungheria e degli Stati Uniti cominciano a essere rassicuranti, ma non per Giorgia Meloni che così, improvvisamente, si troverebbe con i suoi due campioni e unici alleati internazionali, Trump e Orbán, nella scomoda posizione di “paria dell’universo” e in forte difficoltà nel proprio paese.
Il momento per Meloni è delicato, perché si avvicina la data delle elezioni politiche del prossimo anno che avrebbero dovuto essere un plebiscito proprio mentre il malcelato progetto di transizione verso una democrazia sul modello Orbán – premierato, premio di maggioranza di coalizione, giustizia in linea con gli umori dell’esecutivo – stenta a decollare, con il premierato messo temporaneamente da parte, la legge elettorale che ha raccolto pochi consensi di critica e l’esito referendum che si sta complicando.
Meloni potrebbe ancora farcela vista naturalmente, soprattutto a causa dell’inadeguatezza dell’opposizione Schlein-Conte, e della debolezza della posizione né di qua né di là, ma rispetto al trionfalismo di un anno fa, la premier si sta incartando su un’idea di governo e di mondo che sta per essere archiviata in Ungheria, dopo essere stata superata in Polonia e rigettata in Romania e Moldavia, e che difficilmente avrà la stessa forza dopo le elezioni di metà mandato in America, sempre che le interferenze di Putin, i giochi sporchi di Orbán e il colpo di stato in corso di Trump non impediscano agli elettori di esprimere liberamente il loro diritto di voto.
A prescindere da quale sarà la legge elettorale con cui andremo a votare in Italia – l’attuale Rosatellum o il nuovo Paurellum di Meloni – purtroppo da noi sarà impossibile sia il «regime change» sia una svolta realista come quella dei partiti ungheresi che preferiscono rinunciare a presentarsi alle elezioni piuttosto che rischiare di perdere l’occasione di cacciare Orbán.
Meloni ovviamente non è (ancora) Orbán né Trump, ma è una premier abile e svelta che prova a volteggiare tra realismo di governo, richiami di un passato tenebroso e ingenue ma pericolose acrobazie sulla scia di Trump-Musk-Orbán.
Un’alternativa credibile a Meloni però non c’è, ed è improbabile che nel breve possa manifestarsi visto lo stato comatoso delle coalizioni politiche italiane. Il problema è che le attuali coalizioni politiche non sono omogenee, né quella di destra né quella di sinistra.
Per tornare al paragone ungherese, dove è chiaro cosa significhi stare di qua o di là, sulla questione più importante della nostra epoca, ovvero sull’attacco esterno e interno alla democrazia liberale, allo stato di diritto e alla società aperta da parte dei nuovi imperatori, degli autocrati e degli oligarchi digitali, le due coalizioni politiche italiane sono ugualmente contaminate da putiniani, antieuropeisti, amici dell’algoritmo e trumpiani.
Smantellare gli attuali poli e riaggregarli in modo più coerente per il momento è impossibile, malgrado gli sforzi di Carlo Calenda, i mal di pancia dei riformisti Pd e i dubbi della famiglia Berlusconi.
L’unica soluzione a questo stallo, come scriviamo qui da parecchi anni, è la stessa che presero i padri costituenti ottant’anni fa per superare il ventennio fascista e la guerra civile.
Oggi come allora, per scongiurare derive illiberali e contrastare i nuovi venti autoritari adesso alimentati dall’algoritmo è necessario tornare a una legge elettorale che assegni ai partiti un numero di deputati pari alla percentuale esatta di voti ottenuti nelle urne, senza premi o altre alchimie, in modo da stemperare gli animi, e lasciare che le maggioranze si formino apertamente in Parlamento, come peraltro prevede la Costituzione, intorno a un programma di governo. Naturalmente non succederà, e resteremo con i “liberali per Trump” da una parte e i “progressisti per Putin” dall’altra.
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