«Non è lo stretto di Hormuz che ci frega». Nel podcast “La settimana di Greenreport” si spiega perché

«Non è lo stretto di Hormuz che ci frega». Maurizio Izzo apre così la nuova puntata del podcast “La settimana di Greenreport”, aggiungendo subito: «Ecco perché». Il direttore responsabile del nostro giornale sottolinea che è inevitabile parlare in queste giornate della guerra in Iran e dell’effetto che questa ha sulle nostre bollette. «Per ora registriamo la chiusura di fatto dello stretto di Hormuz da cui transita il 20% circa di petrolio e gas naturale liquefatto, oltre alla chiusura dell'impianto di Ras Laffan in Qatar, che produce circa un quinto del Gnl mondiale. Gli effetti li conosciamo: il prezzo del gas sul mercato europeo di riferimento è aumentato del 50%, col risultato che nei primi 10 giorni di guerra l’import di combustibili fossili è già costato agli europei circa 2,5 miliardi di euro rispetto ai prezzi pre-conflitto». Ma c’è chi ha pagato di più e Luca Aterini spiega perché. Ci vuole un po' di pazienza, sottolinea Izzo, ma ne vale la pena: per com’è strutturato il mercato elettrico, che funziona attraverso il meccanismo del prezzo marginale, è la fonte più costosa a fissare il prezzo all’ingrosso dell’elettricità. In genere, questa fonte è il gas fossile, ma il dato varia moltissimo da Paese a Paese: dall’inizio del 2026 il gas ha fissato il prezzo dell’elettricità per il 15% delle ore in Spagna, del 40% in Germania, del 42% nei Paesi Bassi ma dell’89% in Italia. Perché tutta questa differenza? Perché la Spagna dal 2019 ha investito massicciamente sulle energie rinnovabili, permettendo un disaccoppiamento di fatto. Per questo è evidente che l’Italia dovrebbe aumentare la produzione di rinnovabili in modo da ridurre l’influenza del gas sul costo dell’elettricità.
Izzo prosegue nella selezione delle principali notizie pubblicate dal nostro giornale nel corso degli ultimi sette giorni ricordando che quello in Medio Oriente è uno dei 59 conflitti sulla Terra. Nessuno sembra occuparsi degli effetti che questo ha sull’ambiente. E invece su Greenreport lo fa Erasmo D’Angelis ricordandoci la pericolosità, anche a lungo termine, degli ordini usati in Ucraina, come a Teheran o a Gaza. Le emissioni di gas serra emesse da invasioni, guerre e conflitti armati sono da sempre top secret militari, ricorda D’Angelis, dati esclusi dagli accordi globali sul Clima, mai indicati nelle annuali Conferenze delle Parti dell’Onu e nelle contabilità ufficiali delle emissioni di gas serra. In nome della sicurezza interna, ogni Paese cestina ogni richiesta di trasparenza avanzata da Ong e associazioni ambientaliste. Eppure, ogni bomba, ogni proiettile, ogni incendio, ogni suolo inquinato da sostanze tossiche da operazioni militari - dai metalli pesanti a idrocarburi, solventi organici, fenoli sintetici, cianuro, arsenico e altri -, hanno impatti anche climatici devastanti. Ma questo lato oscuro di ogni guerra continua ad essere ampiamente oscurato.
La segnalazione successiva all’interno del podcast è sul fatto che c’è tanta voglia di tornare al nucleare e che per rendere la pillola più digeribile si fa riferimento a nuove tecnologie i cosiddetti piccoli reattori modulari. L’ha fatto anche recentemente il ministro dell’Ambiente Pichetto proponendo di investire su questa tecnologia. C’è solo un problema: questi piccoli reattori di fatto non esistono. Di 98 progetti sono 3 risultano operativi (1 in Cina e 2 in Russia) ma la loro sicurezza deve ancora essere dimostrata. Il nucleare al momento è solo un diversivo e una perdita di tempo.
Un’ultima segnalazione, questa settimana, è per un argomento riguardante natura, biodiversità, protezione della fauna selvatica: con una rapidità che di solito in nostro Parlamento non ha, è stato approvato il declassamento del lupo, che ora non è più specie rigorosamente protetta. Significa che gli abbattimenti saranno più facili ma soprattutto è un pessimo segnale verso chi ha fatto di questo animale la causa di tutti i mali. Anche i nostri social al momento della notizia sono stati oggetto di un acceso dibattito, non privo di eccessi. Dice Izzo: «Capisco bene le paure e le legittime preoccupazioni di chi ha subito danni ma resto dell’idea, come Annamaria Procacci responsabile dell’Ente per la protezione degli animali». Cosa dice? Che così «si colpisce la specie più preziosa, quella che esercita un ruolo fondamentale di bioregolatore degli equilibri ambientali, il primo predatore degli ungulati», con un voto che «non tiene conto delle posizioni di gran parte del mondo scientifico» e arrivato con una rapidità che non c'è stata negli altri paesi comunitari.
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