Per fermare Putin in Ucraina bisogna colpire petrolio e forniture

Vladimir Putin non è pronto a sedersi seriamente ai tavoli negoziali con l’Ucraina perché «ha ancora le stesse richieste massimaliste dall’inizio della guerra». A parlare, a margine del Tech Summit organizzato a Torino dallo European Council on Foreign Relations con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, della Fondazione Csf e della Farnesina, è Jim O’Brien, distinguished visiting fellow del think tank paneuropeo European Council on Foreign Relations. Avvocato, durante l’amministrazione presieduta da Joe Biden è stato uno degli uomini chiave sul dossier Ucraina al dipartimento di Stato, prima da capo dell’Ufficio per il coordinamento sulle sanzioni, poi da assistente segretario di Stato per l’Europa e l’Eurasia. In passato era stato inviato speciale di altri due presidenti dem degli Stati Uniti, Bill Clinton (per i Balcani) e Barack Obama (per gli ostaggi).
Questa settimana è caduto il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina. Perché Putin non è realmente interessato a negoziati di pace significativi in questa fase?
Probabilmente pensava che il presidente statunitense Donald Trump avrebbe esercitato pressioni sull’Ucraina per spingerla a fare concessioni. Per questo ha seguito una doppia strategia: continuare a combattere per dimostrare che la Russia stava vincendo, ma allo stesso tempo concedere tempo a Trump per “ammorbidire” Kyjiv sul piano diplomatico. Tuttavia, questa strategia non sta funzionando come previsto. Inoltre, sul piano economico, stanno emergono tensioni in Russia che non fermeranno la guerra nell’immediato, ma renderanno più difficile la ripresa post-bellica. Questo aumenterà il peso politico su Putin nei prossimi anni. Dopo quattro anni di conflitto, l’idea che la Russia avrebbe vinto con certezza è stata smentita dai fatti. La vera domanda ora è come creare le condizioni per la pace. E questo richiede dimostrare a Putin che non può vincere militarmente e che i costi del proseguimento della guerra continueranno ad aumentare. L’errore dell’amministrazione Trump è stato concentrare tutte le pressioni su Kyjiv e quasi nessuna su Mosca, salvo un limitato ricorso alle sanzioni. Non è stato fatto nulla di realmente incisivo per ostacolare la Russia, ed è stato un errore grave.
Come si può aumentare la pressione su Putin?
Tutto ruota attorno alla logistica: denaro e catene di approvvigionamento. Per colpire le entrate russe bisogna intervenire sulle esportazioni di petrolio. L’Europa può fare molto di più, perché tra la metà e i due terzi del petrolio russo viene trasportato dalla cosiddetta flotta ombra: petroliere vecchie e spesso irregolari, che operano ai margini del sistema internazionale. Una parte significativa passa attraverso la rotta settentrionale, transitando nel Baltico e poi al largo di Danimarca, Francia, Belgio e Regno Unito. Gli Stati europei possono rallentare o fermare queste navi, verificando documenti e condizioni di sicurezza. Molte violano il diritto internazionale. Ridurre l’affidabilità della Russia come fornitore energetico significherebbe ridurre le sue entrate: è un passaggio fondamentale. Il secondo ambito è quello delle catene di approvvigionamento. Durante la mia esperienza al dipartimento di Stato a occuparmi di sanzioni, abbiamo costruito una coalizione con l’Unione europea e altri partner per limitare l’accesso russo a componenti militari di alta qualità. La Cina ha colmato parte del vuoto con materiali di qualità inferiore. Oggi la questione è se la Russia stia riottenendo accesso a componenti avanzati tramite il contrabbando – anche a causa di una minore applicazione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti – oppure se sia possibile fare di più, anche attraverso il dialogo con Pechino. Una strategia diplomatica seria dovrebbe lavorare con gli alleati per aumentare il costo della guerra per la Russia e chiarire che la situazione peggiorerà finché Mosca non accetterà un accordo.
Il passaggio da un approccio multilaterale sotto l’amministrazione Biden a uno più unilaterale con Trump è una questione legata solo all’Ucraina o più generale?
È un’impostazione generale. Nell’amministrazione Biden, in cui sono entrato subito dopo l’invasione, la convinzione era che si trattasse di una battaglia per la sicurezza europea e quindi anche per quella americana e canadese. L’approccio era lavorare insieme. Trump ha scelto una posizione più distante e più unilaterale. Più distante perché oggi gli Stati Uniti forniscono molto meno sostegno all’Ucraina. È paradossale: Trump sostiene di avere leva negoziale, ma ha ceduto proprio gli strumenti che gli avrebbero garantito quella leva. È più unilaterale perché Trump vuole essere l’unico a decidere. Non accetta vincoli. Non lavora con alleati in senso tradizionale: si circonda di familiari e amici che possono dare consigli, ma la decisione resta solo sua. È molto diverso dal funzionamento di un’alleanza.
In generale, che cosa vuole Trump dall’Europa?
In questo conflitto, da Mosca vuole soprattutto affari. Crede che grandi accordi economici possano consacrarlo come statista. Il resto – le linee del fronte, le garanzie di sicurezza, il futuro politico dell’Ucraina – per lui è secondario. Per quanto riguarda l’Europa, non sembra avere una visione strategica complessiva. È orgoglioso di aver spinto per un aumento della spesa per la difesa al 5 per cento del prodotto interno lordo in ambito Nato. Ma questa era già una tendenza in corso, legata ai piani di difesa regionali adottati al vertice di Washington. Trump ha trasformato quella dinamica in uno slogan politico, più che inserirla in una strategia coerente verso la Russia o l’Ucraina. La sua priorità sembra essere il controllo del ciclo mediatico quotidiano. È un modo molto breve di concepire la presidenza.
Perché si è fermato sul piano in 28 punti per l’Ucraina e sulle mire sulla Groenlandia?
Sul piano per l’Ucraina, ha capito che non avrebbe funzionato: Putin non stava facendo concessioni e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non poteva accettare un cessate il fuoco senza garanzie di sicurezza credibili. L’approccio iniziale è stato sbagliato: indebolire la parte più debole ha rafforzato quella più forte. Ora bisognerebbe invertire la logica e far capire a Putin che i costi aumenteranno. Sulla Groenlandia, hanno pesato due fattori: la reazione dei mercati, preoccupati per un’eventuale destabilizzazione del principale partner commerciale degli Stati Uniti, e le resistenze interne al Partito repubblicano. Alcuni esponenti hanno fatto capire che non avrebbero sostenuto mosse estreme. Questo è un segnale importante: Trump sta perdendo parte del controllo sul suo partito. Non è ancora opposizione aperta, ma una richiesta di non essere trascinati su posizioni radicali.
Secondo lei, la Nato sopravviverà a Trump?
Il presidente degli Stati Uniti ha ampi poteri in materia. Non direi mai «mai». Tuttavia, Trump si sente in parte investito nell’Alleanza proprio per la questione del 5 per cento. E qui va riconosciuto anche il lavoro diplomatico di alcuni leader europei, compreso il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, nel sottolineare l’importanza della Nato per la sicurezza americana oltre che europea. Molto dipenderà da come evolverà il contesto nei prossimi anni.
Che consiglio darebbe ai leader europei su come gestire Trump?
Fondamentalmente due. Primo: Trump rispetta la forza e sfrutta la debolezza. La risposta europea sulla Groenlandia è stata importante perché ha mostrato coesione. Secondo: l’Europa deve difendere la propria civiltà politica. Alcune figure dell’amministrazione parlano di rifondare l’Europa in senso nazional-populista. È una visione minoritaria negli Stati Uniti, anche se oggi ha accesso allo Studio Ovale. L’Europa ha conosciuto il “diritto della forza” tra il 1845 e il 1945, con conseguenze devastanti. Dal 1945 in poi ha costruito un ordine basato su cooperazione, istituzioni, depersonalizzazione del potere, competenza tecnica e gestione pacifica del dissenso. Questa è civiltà politica. Molti nell’entourage di Trump evocano un passato mitizzato dell’Occidente, ma trascurano quanto costruito in Europa negli ultimi ottant’anni. Per questo è importante che i leader europei dicano chiaramente: siamo orgogliosi di ciò che abbiamo costruito. Speriamo che gli Stati Uniti camminino con noi. Ma, se non lo faranno, continueremo comunque su questa strada. Il tempo, in questo senso, gioca a favore dell’Europa.
L'articolo Per fermare Putin in Ucraina bisogna colpire petrolio e forniture proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




